La “mafia” della Chiesa

Ho scelto un titolo forte, probabilmente a qualcuno darà fastidio, magari ai moralisti che vedono la Chiesa come un’istituzione collocata in alto, troppo pura e grande per venire a contatto con le persone, un’entità isolata dove tutto è perfetto e tutto funziona. No, la storia lo ha dimostrato, la corruzione non è solo affare di Stato, il numero di mele marce aumenta, giorno dopo giorno e non lo dice Claudio Colombrita, lo dice Jorge Bergoglio, un certo Papa Francesco, troppo umano e terreno, scomodo per un’istituzione che ha sonnecchiato sugli allori, fino a questo momento.

Non bisogna passare all’errore opposto, fare di tutta l’erba un fascio, non è giusto pensare che tutti i cardinali abbiano un castello dove organizzano feste e aperitivi come Bertone o che la vocazione sia solo in realtà una grande burla sacrificata sull’altare delle comodità.
Ci sono tante piccole grandi storie a cui non si concede il meritato spazio, perché lo scandalo fa più notizia della giustizia.

Si chiama Don Palmiro Prisutto, parroco di Augusta, l’ultima domenica di ogni mese legge la lista delle persone decedute in seguito ad un cancro, sono circa 800, ma aumentano sempre di più, molti sono bambini. Una cosa nobilissima, un prete che, come molti altri, sente il polso della sua gente, si immedesima in essa, combatte per la salute di un’intera comunità e si batte contro gli interessi del triangolo industriale Augusta-Priolo-Melilli. Ma siamo in Sicilia, siamo in Italia, ci piace farci ridere sopra, ci piacciono i nostri interessi e ce ne fottiamo di ogni forma di coscienza e lo fa anche la Chiesa, che, tramite l’arcivescovo di Siracusa Salvatore Pappalardo, chiede le dimissioni di Prisutto, qualora non imbocchi, nuovamente, la retta via.

Sarebbe stato troppo cristiano supportare un prete coraggioso, troppo in linea con i messaggi che la religione dovrebbe dare, perché schierarsi infatti con i più deboli quando si dorme dentro edifici solidi, sicuri e senza problemi?. La gente però non ci sta, organizza proteste e si schiera con Don Prisutto e, anche se sappiamo già come andrà a finire, è questo il messaggio più bello che si evince da questo caos.

Don Prisutto ha chiamato in causa Papa Francesco, uno che ci ha visto lontano sin dal primo giorno, uno che non tollera l’indifferenza e l’omertà, da solo, contro la “mafia” della Chiesa.

 

Emozioni in musica

Oggi avrebbe compiuto 74 anni, sentimenti in musica, grandi melodie e storie da raccontare. Lucio Battisti se ne è andato troppo presto sia per le vecchie che per le nuove generazioni . Un finto giovane come me, che ama la musica italiana come pochi, non può non sentirsi orfano di Battisti. Sicuramente, avrebbe avuto ancora tanto da dire e, certament,e lo avremmo ascoltato volentieri ancora a lungo. Battisti e Mogol, un duo che ha lasciato probabilmente più di quanto si potesse immaginare, ricordi l’uno e non puoi immediatamente non associare l’altro, la voce e la penna in un’unica sinfonia di cuori.

Immortale, al di là della retorica, come tutti gli artisti che lasciano traccia di sé nell’umanità, canzoni e poesie, cantate e recitate con semplicità, umanità e tanta partecipazione. Testi, si badi bene, non facili, a volte tristi, altre volte laceranti, che ti mettono a dura prova, che ti colpiscono e ti costringono a guardare dentro di te, a volte con dolore. “Capire tu non puoi, tu chiamale se vuoi emozioni”, perché a volte bisogna vivere d’istinto, vivere i momenti, le emozioni, brutte o belle che siano, senza domandarsene il motivo. La spontaneità è il vero punto di forza dell’essere umano, d’altronde, non è necessario “domandarsi perché, quando cade la tristezza in fondo al cuore, come la neve non fa rumore”.

Vivere senza paura di essere giudicati, con un sentimento che è posto su un piano superiore, più alto di quello umano. Come possiamo, dunquedare un giudizio su qualcosa di così immateriale ed etereo? E ne “Il mio canto libero”, Lucio sintetizza al meglio questo concetto: “Nasce il sentimento, nasce in mezzo al pianto e s’innalza altissimo e va, e vola sulle accuse della gente, a tutti i suoi retaggi indifferente, sorretto da un anelito d’amore, di vero amore”.

Lucio Battisti è morto il 9 settembre del 1998, avevo 11 anni ma lo ricordo come se fosse ieri, ho pianto, perché ho avuto la fortuna di ascoltarlo spesso, da piccolo. A casa la musica era quella dei grandi cantanti italiani e di questo non posso che essere grato.
Le sue canzoni non possono morire mai e, nei momenti di sconforto, mi viene in mente una delle più celebri strofe di una delle sue canzoni più toccanti: “Come può uno scoglio arginare il mare. Anche se non voglio, torno già a volare”.

Nelle canzoni cantate da Lucio c’è una storia di vita, una progressione di un’esistenza spezzata troppo presto, da un lato uno scoglio che non può in alcun modo arginare il mare e dall’altro l'”Avere nelle scarpe la voglia di andare, avere negli occhi la voglia di guardare… E invece restare prigionieri di un mondo che ci lascia soltanto sognare, solo sognare”. (Prigioniero del mondo).

D’altronde, meglio vivere di sentimenti e d’istinto, senza troppi se e senza troppi ma, cogliendo l’attimo fuggente. “Chissà chissà chi sei, chissà che sarai, chissà che sarà di noi”, chiediamocelo pure, tanto “lo scopriremo solo vivendo”.