Le chiacchiere dell’Europa sui migranti

Sono migranti. Pagano per un viaggio pieno di ostacoli, mentre gli europei, in quelle condizioni, si farebbero pagare per viaggiare. Sborsano cifre astronomiche per il loro tenore di vita, mettono sul piatto tutti i risparmi, tutto per quella traversata.
Vedono una luce in lontananza, una speranza all’orizzonte, un futuro, un lavoro.Sentono parlare dell’Europa, immaginano l’Italia, le ricchezze, una terra piena di opportunità, accogliente, in cui potranno dire la loro, affermare la propria personalità, essere finalmente qualcuno.

A volte hanno i soldi solo per un componente della famiglia, spesso mandano sul barcone i bambini, tavolta i neonati, soli. Loro magari hanno già perso il treno della vita, si sono rassegnati, i loro figli devono poter avere l’opportunità di prenderlo.
I piccoli si separano in un istante dalla loro vita, dagli affetti, i grandi pregano, si affidano ad Allah, non gli rimane che quello. Magari, dopo anni a pregare e a sperare, riceveranno una lettera dai loro figli, colma di gratitudine per aver donato loro la possibilità di costruirsi un futuro.

Ma non tutti ce la fanno. Anzi, è doloroso da dire ma è onesto intellettualmente, pochi ce la fanno.
Il barcone è carico carico, uno sopra l’altro, senza mangiare. Vedono le onde alte, attraversano condizioni atmosferiche avverse, possono solo pregare. Di tanto in tanto è concesso respirare, giusto per mantenere attive le condizioni vitali.
Molti pensano a salvare la propria pellaccia, altri non perdono l’umanità nemmeno in quelle condizioni e si sacrificano per bambini e anziani.
Tutti pensano all’obiettivo finale, incessantemente, quella terra dove potranno rifarsi una vita. Alcuni arrivano, altri annegano in mare, sono solo numeri che finisco nei fondali e che alimentano i titoli dei telegiornali.
Quelli che arrivano pensano finalmente di avercela fatta ma dopo un attimosi scontrano con la dura realtà: non è facile nemmeno arrivati lì, non tutti hanno la stessa fortuna, molti vengono respinti, alcuni non sanno dove dormire.

Intanto si straparla, si erigono muri. “Ve li tenete voi”, dice uno. “Non li vogliamo”, dice un altro. “Sono troppi, perché tutti a noi?”, dice un altro ancora.
Come figurine, mentre intanto l’Europa si fa bella solo nelle sue splendenti istituzioni di lusso, tutto fumo e niente arrosto.

In lontananza si vede un bambino, solo, sta per annegare. I volontari lo salvano, l’Europa no, è troppo impegnata a giocare a scaricabarile. Non troverà un futuro ad attenderlo, solo un grande muro, no, non quello austriaco: quello dell’indifferenza.

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L’angoscia dell’attesa

56 persone, 66 in tutto, compreso l’equipaggio, sparite nel nulla. Non è il primo incidente aereo e non sarà l’ultimo, parliamo di un mezzo di trasporto, più sicuro di qualasiasi altro ma soggetto ad una bassa percentuale di disastri.
Un tempo c’erano solo gli incidenti, rari, come un fulmine a ciel sereno, per un errore del pilota, per un guasto tecnico, comunque circoscritti nell’alveo del calcolo delle probabilità.

Adesso c’è la variante impazzita dell’attentato, puoi abbattare un aereo intero con dell’esplosivo nascosto in una lattina. Oltre all’angoscia, al dubbio, all’incredulità per un qualcosa che ci si aspetta capiti sempre agli altri, adesso c’è anche il mirino puntato dei terroristi.
Stai volando come magari fai svariate volte durante l’anno, sei tranquillo a leggere il giornale e all’improvviso un botto, vedi tutto prendere a fuoco, intorno le urla disperate, i pianti dei bambini. Bruci in silenzio, non puoi fare nulla, probabilmente l’urto finale non ti è fatale perché te ne sei già andato da un pezzo.

Sono ancora ignote le cause dell’incidente ma la tratta Parigi-Il Cairo lascia più di qualche perplessità, due obiettivi sensibili, che fanno gola ai professionisti del terrore. Il capitano di un mercantile afferma di aver visto una palla di fuoco, i familiari delle vittime, in attesa, agli arrivi, come milioni di persone in tutto il mondo, non rivedranno più nessuno.

Attendi, una o due ore, pensi che sia un normale ritardo, poi non arrivano notizie, l’aereo che aspetti è svanito nel nulla, non si trova. Non ti vuoi rassegnare, non ti puoi rassegnare, anche se la parte più razionale di te ha già capito tutto. Urli e ti disperi, dopo un po’ di tempo si sapranno le cause per cui è morto tuo figlio, tuo marito, tua sorella o tuo fratello, ma non cambierà nulla: la probabilità si è accanita contro di te.

I due neonati deceduti non vedranno mai tutte le bellezze di questa vita, ma staranno anche lontani da un mondo dove esseri umani fanno saltare in aria altri esseri umani per divertimento.

Peppino e Pino

L’inossidabile Peppino e il vacillante Pino, forse una provocazione. Curioso come, la parabola discendente del direttore di Telejato coincida, almeno a livello temporale, con l’ennesima giornata di ricordo di Impastato, il Giornalista, colui che lotta per l’affermazione della verità, a qualunque costo. Il 9 maggio 1978 è stato spazzato via, con un carico di tritolo, un corpo, uno dei tanti, in quel periodo di sangue. Le sue idee no, sono ancora tutte qua, a disposizione di chi volesse fruirne, perché “la mafia uccide, ma il silenzio pure“.

La figura di Pino Maniaci nel frattempo vacilla, un duro colpo per la Sicilia che aspira ad affermarsi come terra di buoni propositi, di battaglie del popolo e per il popolo.
I giovani, i giornalisti che non scendono a compromessi, l’antimafia che agisce e non chiacchiera, una botta, per tutti. Non salirò sul carro della crocifissione, non sputerò fango su un uomo che di cose ne ha smosse, che ha dato una speranza ad una terra che sembrava morta, che ha rischiato la sua pelle.
Il potere può dare alla testa e se ti batti contro la mafia sei abbandonato al tuo destino o, come in questo caso, seguito dai media regionali e nazionali. Le Iene, i principali telegiornali, tanti i programmi che hanno osannato (giustamente) le battaglie di Maniaci e di tutta Telejato. Quei baffoni, l’espressione burbera, sembrava (sembra?) un uomo assolutamente allergico ai compromessi, gli stessi che leggiamo nelle intercettazioni, estorsioni, sì, proprio quelle.

Pino si è montato la testa, è innegabile, ma chi lo attacca, probabilmente, non fa nulla per cambiare anche dello 0,1% le cose, alimentando, nella vita di tutti i giorni, la Sicilia dei metodi mafiosi. Dai divani di casa, nei principali bar del Paese si punta il dito, poi magari, dopo poche ore, si torna a sostenere l’abusivismo.

Peppino, con la sua Radio Aut, ha deciso di sfidare a viso aperto un mondo ben insediato nella provincia di Palermo. La sua famiglia era mafiosa, suo padre lo voleva risucchiare in quel mondo, sarebbe stato tutto più semplice, una vita agiata, qualche “ammazzatina” e un appuntamento con la morte sicuramente ritardato.

Satira sulla mafia quando, a cento passi da casa tua, hai il boss Badalamenti, condannato all’ergastolo insieme a Vito Palazzolo, condannato a 30 anni. Il tutto dopo ben 24 anni, con delle indagini discutibili, archiviazioni, accuse allo stesso Impastato e la forza sovrumana di Felicia, una grande mamma e una grande donna. Grazie a lei Peppino ha avuto giustizia, grazie a lei il suo messaggio rimane ancora intatto.

 

La verità nei disegni di Fortuna

Fortuna Loffredo aveva sei anni, quando, poco più di due anni fa, è volata dall’ottavo piano doveva viveva, a Caivano, provincia di Napoli.
In prima battuta tutti, inquirenti compresi, hanno pensato ad un tragico incidente. L’immagine straziante di quel piccolo corpo in quegli interminabili secondi dal vuoto all’asfalto lascia senza respiro.

L’accidentale contro il volontario, nell’assurdo teatro del dramma. L’angoscia dei genitori, il macigno, il senso di colpa contro il tremendo dubbio: “L’hanno uccisa”.
Le indagini subiscono una svolta clamorosa: il convivente della madre di una piccola amica di Fortuna in carcere, con l’accusa di omicidio e abusi sessuali nei confronti di quest’ultima.

L’escalation del dramma, però, non ha limiti. L’anno precedente, il 2013, un altro bambino precede Fortuna in quel tremendo volo, stesso palazzo, è il figlio della compagna del presunto killer, nel frattempo aggredito e picchiato da altri carcerati.
Al di là della fredda cronaca, drammatica e per certi versi sconvolgente mi vorrei soffermare su un particolare importante: i disegni di Fortuna.

Sì, perché la piccola, prima di morire così brutalmente, aveva messo su carta praticamente tutto, attraverso tratti rabbiosi e aggressivi. Si sfogava attraverso una matita Fortuna, forse era l’unico modo che le era concesso per comunicare. Ci sono diverse figure femminili nei suoi disegni, spesso scarabocchiate, a volte cancellate. In generale tutto ciò che rappresenta è poco curato, solo abbozzato. Case senza porte, finestre con le sbarre, uccelli loschi, l’oscurità sempre presente nelle sue creazioni. Era l’unico modo per gridare al mondo quello che stava vivendo, in quel palazzo, dove, ormai appare chiaro, si consumavano cose tremende, abusi e violenze.

Ci aveva provato anche a scuola la piccola Fortuna, chiedeva un aiuto, ma le maestre dicevano che i suoi disegni erano bruttissimi, che non ci sapeva proprio fare, un grosso punto interrogativo marchia i suoi fogli. Lì Fortuna aveva già rivelato la sua verità ma i brutti anatroccoli sono scomodi per chi ha il compito di educare utilizzando un metodo buono e valido per tutti. Sei diverso, non ho tempo di seguirti nè di capire cosa ti sta succedendo.

In questi casi si etichetta una bambina come squilibrata, malata, da isolare o ancor peggio da curare, mentre l’unica verità assoluta è che la povera Fortuna voleva solo essere ASCOLTATA. Come quando diceva alla mamma che aveva dolore nelle parti intime, anche lì, un grosso punto interrogativo come quello delle maestre e un frettoloso “ti passerà”.

Diamo più peso a quello che dicono i bambini, non crediamo che la verità sia solo un qualcosa custodito dagli adulti, cerchiamo di cogliere anche i minimi segnali di un disagio.
Il disegno è una forma di comunicazione efficacissima, spesso più di qualsiasi parola.

Che tu possa trovare maggior Fortuna in un mondo migliore.