L’egoista, l’altruista e l’altruista egoista

Il titolo come uno scioglilingua. Tre le categorie di questo post di oggi, un campione che copre praticamente tutti i possibili modelli. Vi collocherete in una di questi grandi ordini, penserete di averne conosciuti tanti, ci sarà comunque un unico filo conduttore a legarli: la sensibilità. A volte presente eccessivamente, a volte assente, talvolta utilizzata per arrivare ad uno scopo.

L’egoista

Chi persegue solo il proprio benessere, il proprio vantaggio, senza curarsi degli altri.
Basta la definizione per racchiudere un modo di essere. Elemento caratteristico della persona egoista è l’indifferenza, simbologia più idonea per identificarla un caterpillar, dritto per la sua strada, macina tutto e tutti. L’egoista arriva probabilmente prima al suo scopo, quello di possedere ricchezze materiali, raggiungerà rapidamente il posto di lavoro che desidera, esprimerà potenza, scenderà a compromessi e non guarderà in faccia nessuno.
Talvolta, nel buio della sua stanza, soffre, entra in contatto con la sensibilità che è costretto a zittire durante tutto il giorno ma non necessariamente fa i conti con la propria coscienza.
Egoisti si nasce, si soffre meno, per certi versi è una condizione auspicabile per l’essere come singolo ma è uno status totalmente improduttivo per l’insieme.
Un gruppo di egoisti non aiuta la società ma la ostacola.

L’altruista

La definizione di altruismo: “Amore verso il prossimo, disponibilità ad aiutare gli altri”.
L’egoista ama troppo se stesso o passa una vita intera a cercare di amarsi, l’altruista è colui il quale ama il prossimo, spesso prima e più di se stesso.
Nella mia esperienza personale e nelle persone che ho conosciuto ho notato spesso che tali aspetti sono intrecciati, quasi indissolubili. C’è chi passa una vita intera a pensare al bene del prossimo e riesce a trovare un equilibrio anche con se stesso e chi invece è totalmente dedito agli altri. L’altruista si ferma ad ascoltare, non giudica ma aiuta, guarda al complesso, alla società, al benessere collettivo. Il poco che ha in più lo regala, il tempo a disposizione lo dedica a migliorare una situazione, una vita, un luogo. Tende la mano, rifugge l’indifferenza, è spesso criticato, perché il bene spaventa più del male.
La vita dell’altruista non è tutta rose e fiori. Soffre, vuole dare senza ricevere ma non riesce a capacitarsi dell’indifferenza altrui. Riceve porte in faccia, fa i conti con se stesso e con il tempo non dedicatosi ma il suo specchio è lindo, proprio come la sua anima.
Una persona che ha una sano egoismo può essere altruista, quest’ultimo non può essere egoista, anche se ci prova, sovente, con scarsi risultati.

L’altruista egoista

Essendo un ibrido non abbiamo una definizione. La categoria è strana, contraddittoria.
Parliamo di una persona con una scarsa autostima, un soggetto che non si vuole bene, non aiuta se stesso, a volte si odia, si disprezza. Trova come ultimo appiglio della vita quello di fare del bene agli altri, pensa che di riflesso possa fare del bene anche a se stesso.
Moralmente è un gradino sopra l’egoista perché comunque aiuta il prossimo ma di fatto tira acqua solo al proprio mulino, vuole dare per ricevere un’inizione di fiducia per se stesso.
Non capisce che stare bene con se stessi è il primo passo per stare benecon gli altri, rimanda solo il problema mascherandolo dietro intenzioni comunque nobili.
Altra sottocategoria, ben più da condannare, l’altruista per facciata, quello che si riempie la bocca di buone intenzioni, che magari dona anche, tempo o oggetti, ma lo fa solo per popolarità e immagine. Non invita il prossimo a seguire il suo esempio ma vuole qualcuno che esalti il suo egoismo, che gli dica quanto è stato nobile il suo gesto e che bella persona sia.

Ancora convinto che l’altruismo paghi, alla lunga e senza troppe aspettative, magari in un’altra vita.

Hai presente un bambino?

Hai presente un bambino? Di quelli che corrono felici sui prati, instancabile, fino al calare della notte.
Hai presente un adulto? Lui si stanca subito, si lamenta se non c’è il sole, fino al calare della notte.

Hai presente un bambino? Di quelli che guardi per ore, in una culla, beato tra le braccia di Morfeo, il visino liscio e rilassato, la felicità racchiusa in un corpicino di pochi chili.
Hai presente un adulto? La faccia sempre corrugata, i lineamenti tesi, anche quando dorme, non riesce più a godere della sua serenità.

Hai presente un bambino? Di quelli che con pochi oggetti inventano la storia più fantasiosa del mondo, la mente verso altri lidi, oltre le bruttezze di questo mondo. Il sorriso sempre in bocca, in qualsiasi circostanza, soddisfatto con il suo unico gioco tra le mani.
Hai presente un adulto? Di quelli che passano una vita intera ad accumulare ricchezze e ad arrivare in cima e poi, una volta giunti al traguardo, con tanta roba tra le mani,si sentono più infelici di prima.

Hai presente un bambino? Di quelli che litigano per una sciocchezza e fanno pace subito dopo, più amici di prima.
Hai presente un adulto? Una parola di troppo, una frase intesa male e anni di silenzio e indifferenza, per orgoglio nessuno farà mai un passo verso l’altro.

Hai presente un bambino? Di quelli che non si vergognano a tirare fuori i propri sentimenti, un “ti voglio bene mamma” che scioglie anche i cuori congelati.
Hai presente un adulto? Si logora dentro, “glielo dico o non glielo dico?”, rimugina a lungo fino a quando prende una decisione. Ma a volte è troppo tardi.

Hai presente un bambino? Di quelli che non hanno bisogno di indossare maschere, sempre se stessi, nel bene o nel male, conta l’attimo, il presente, la vita.
Hai presente un adulto? Si alza la mattina e sceglie che maschera indossare, si deve adattare all’ambiente circostante, deve rispondere alle richieste degli altri e mai ai suoi bisogni interiori. Per lui conta sempre tanto il passato ed ha una grande angoscia per il futuro.

Viaggio nel mondo del lavoro: la rassegnazione

Eccoci all’ultimo capitolo di questo viaggio nel mondo del lavoro, tanto affascinante quanto deprimente. Dopo aver analizzato il compromesso, il merito e la raccomandazione, parliamo di RASSEGNAZIONE e, come al solito, partiamo dalla sua definizione: “Paziente accettazione di ciò che è ritenuto inevitabile”.

Succede che vedi persone dalla lingua chilometrica scavalcarti dall’oggi al domani.
Succede che donne bellissime entrino nell’ufficio del capo e ne escano (anche dopo poco) con la promozione in tasca.
Tu pazientemente accetti, perché il lavoro ti serve per mentenere e mantenerti, ritieni che tutto quello che succede sia appunto inevitabile, facente parte di un sistema ormai collaudato.

Quando ricerchi il lavoro invece ti rassegni a tutto tranne al fatto di….rassegnarti.
Parti con i migliori propositi, punti in alto, mandi curriculum pure alla NASA, pensi che ogni vetta sia raggiungibile. Se vogliamo la rassegnazione richiama il compromesso, quello con se stessi, quando ritieni di averle provate tutte.

Ti rassegni per il quieto vivere tuo e dei tuoi cari, decidi di mettere una pietra sopra.
Non puoi permetterti ogni volta di superare i confini della tua mente volando in alto per poi veder disatteso puntualmente la tua aspirazione.
A volte dipende da te, perché hai volato con ali di cera vicino al sole, non avevi le competenze adatte e hai osato troppo, altre volte, molte purtroppo, arriva qualcuno a spingerti giù, quando stai per mettere piede sulla cima.

Spesso ti rassegni in nome di UN LAVORO, uno qualunque, capisci che in certi contesti o mantieni la coscienza e la coerenza ai tuoi valori o ti vendi, srotoli la lingua o ti concedi.
Altre volte è la tua autostima ad impedirtelo, non osi perché non credi in te stesso.

Così ci ritroveremo potenziali geni a lavorare nei fast food perché non scenderanno mai a compromessi e non calpesteranno mai la propria coscienza e capre che rivestiranno ruoli di prestigio solo perché sono state più furbe o hanno seguito il gregge del più potente. Il risultato è un Paese allo sfascio, ricco di frustrazione e di arrivismo.

Viaggio nel mondo del lavoro: la raccomandazione

Eccoci qui a snocciolare un altro capitolo di questo emozionante viaggio. Dopo aver parlato del compromesso e del merito, è la volta della RACCOMANDAZIONE, un vanto tutto italiano, la scorciatoia migliore per evitare fatica e sudore.

Essa coinvolge tutti i settori del mondo del lavoro, pubblico e privato. Ecco la definizione: intercessione in favore di una persona, soprattutto al fine di ottenerle ciò che le sarebbe difficile conseguire con i mezzi e i meriti propri o per le vie ordinarie.

Il Sig. X partecipa a 100 concorsi, ogni volta è costretto a studiare mesi e mesi, sacrificando il suo lavoro che significa paga e mantenimento.
Il Sig. X compra i giornali per cercare offerte di lavoro, spulcia i siti internet alla ricerca della giusta occasione, la ricerca di un lavoro diventa il suo lavoro quotidinao. Si arma di giacca e cravatta, anche con 60 gradi, percorre l’intera città per un posto consono alle sue capacità, si sobbarca una serie di “le faremo sapere” impossibili da contare.
Il Sig. X  non si arrende mai, crede che le sue capacità verrano valorizzate, prima o poi. Si tappa le orecchie e rifugge il pessimismo, anche se la sua cerchia gli dice costantemente che “tutto è già scritto e che vanno avanti solo i raccomandati“.

Il Sig. Y partecipa ad 1 concorso, sembra tutto normale o trasparente, in realtà è tutta una farsa, l’unico posto disponibile gli è già stato assegnato. In sede d’esame lo vedi costantemente a colloquio col commissario, ma non puoi dire niente tu. Sei il Sig. X, sei troppo impegnato a finire il test per consegnarlo in tempo.
Il Sig. Y si sollazza al sole leggendo i giornali, usa internet per divertirsi. Si limita ad alzare il telefono per chiamare lo zio o il politico di turno, a volte cambia stanza per parlare con il padre. Farà lui la telefonata e tutto sarà sistemato. Anche se il posto è stato già assegnato al Sig. X, per merito, si troverà un modo per far spazio a Y.
Il Sig. Y non ha versato una goccia di sudore ma guarda dall’alto in basso il Sig.X, anzi lo sentirai spesso dire: “Il mondo è pieno di raccomandati, dove andremo a finire!“.

Intanto, quello stesso mondo del lavoro, è sempre più pieno di Sig. Y, che si trovano lì, dall’oggi al domani e che non sanno fare il loro mestiere. La qualità latita, asservita alle logiche del potere, tutto è lasciato allo sbaraglio finché l’azienda sarà costretta ad assumere un sig. X, l’unico che sarà capace di svolgere il suo lavoro.

 

Viaggio nel mondo del lavoro: il merito

Dopo il primo capitolo, dedicato al compromesso, ecco affacciarsi prepotentemente il secondo, argomento del giorno è il MERITO.

Per avere chiara la questione, cominciamo con la defizione : “Diritto alla stima, alla riconoscenza, alla giusta ricompensa acquisito in virtù delle proprie capacità, impegno, opere, prestazioni, qualità, valore”.
Uno dei concetti più belli che l’essere umano abbia mai posto in essere, tu dai 100 io ti ricompenso con 100, tu dai 1 e io ti do 1, il riconoscimento parametrato alla fatica, se sei pigro e indolente non fai strada e dipende solo e unicamente da te.
Come quando scali una montagna, superi fatiche inimmaginabili, pensi a volte di mollare e di scendere giù ma la tua forza di volontà è troppo forte per arrenderti, hai un obiettivo fisso che vuoi raggiungere, a tutti i costi. Sacrifichi delle cose, ne trascuri altre, perché avrai il tuo riconoscimento in cima che varrà quello che hai patito.

Il merito è qualcosa di profondamente democratico, che premia i migliori e che ammonisce i peggiori, semplicemente quella non è la strada giusta o comunque c’è qualcuno che è più bravo e si deve accettare.
Ma anche qui c’è qualcosa che non va perché a vincere, spesso, è quel compromesso di cui abbiamo parlato in precedenza. Fatichi, sali uno scalino alla volta, sudi ma lo fai anche con piacere, magari è il lavoro dei tuoi sogni, trovi profondamente giusto che per gustarti l’apice tu debba sgobbare.

Succede che fai tutte cose per il meglio, per uno, due, dieci, vent’anni e non raggiungi mai la cima, anzi a volte ti capita di arrivarci, sei soddisfatto, stremato ma raggiante, purtroppo ti trovi qualcuno che è già arrivato da un pezzo, condotto dall’elicottero del capo.

In medio stat virtus, o la pensi così o muori, la tua anima si lacera, la tua morale non trova pace. Pensi semplicemente che hai dato il massimo di quello che dipendeva da te, purtroppo o per fortuna non sei una bionda formosa o non hai una lingua srotolabile come il tuo collega d’ufficio (probabilmente anche se avessi avuto questi due requisiti non le avresti sfruttate perché sei tu).

Pensi a farti il mazzo , ancora, nonostante tutto, perché prima o poi la porticina del merito si aprirà e accoglierà anche te, d’altronde sei uno di quelli che lo merit…a davvero.
Nel frattempo non resta che guardarti allo specchio, con la testa alta e lo sguardo ben fiero, tu puoi, anche se dovrai andare a scaricare casse di frutta al mercato mentre magari merit…eresti maggior fortuna, anche se il tuo ex collega d’ufficio, dalla lingua srotolabile, nel frattempo, siede nella stanza che doveva essere tua.
Stai facendo un lavoro dignitoso, sudato e conquistato e merit…i solo un applauso.

 

Viaggio nel mondo del lavoro: il compromesso

Il compromesso, il merito, la raccomandazione e la rassegnazione, lo scenario è il mercato del lavoro, i concetti sono legati tra di loro, quasi inscindibili. Un viaggio a puntate, dove il grottesco si mischia alla realtà, purtroppo consolidata.

PRIMA PUNTATA – IL COMPROMESSO

Il compromesso è il risultato di concessioni da entrambe le parti con lo scopo di trovare un terreno comune su cui concordare. Porta ad appianare le differenze e viene raggiunto attraverso la mutua rettifica delle reciproche richieste, concedendo un po’ a ciascuna delle parti.

C’è compromesso e compromesso e non è solo una frase fatta. Negativo, nella maggior parte dei casi, per la morale della persona, positivo per la sua posizione lavorativa e per il conto in banca. Donne (senza voler offendere il genere femminile), che si concedono al miglior offerente, le vedi accanto a te, il primo giorno, come normali lavoratrici, la maggior parte di loro appariscente, piacevoli alla vista.
Vai a lavoro come sempre, l’indomani e non te le ritrovi più: hanno scalato rapidamente le posizioni (attraverso altri tipi di posizioni), se sei fortunato ti ritrovi a fare il lavoro tuo e il lavoro loro, se ti va male hanno preso il tuo posto, che ti eri guadagnato con sudore, negli anni.
Uomini, che venderebbero l’anima al diavolo ma anche il loro corpo (per par condicio), li vedi lì, spacconi, introdursi in tutti i discorsi, fare i piacioni, attirarsi le simpatie di capi e direttori. La lingua ormai penzoloni, gli serve per guadagnare posizioni, assecondano la smania di potere dei potenti. Fai il tuo lavoro, sei socievole, affabile, non hai la puzza sotto il naso, fai le pause solo quando serve, insomma sei un professionista esemplare, ma non basta, se non srotoli la lingua.
Non è una barzelletta, nè un mondo immaginario, funziona così, non sempre ma spesso.

C’è poi il compromesso intenso positivamente, io rinuncio a qualcosa per il benessere comune, perché c’è un progetto, un’identità, davanti a cui posso e devo rinunciare a qualcosa in più per me.
C’è il compromesso con se stessi ed è forse il più difficile da raggiungere, rinunciare a sogni megalomani, ad aspirazioni fuori dalla realtà per tornare con i piedi per terra, ad un lavoro, che significa denaro per mantenersi e mantenere.

Se non scendi a compromessi, di qualsiasi tipo, difficilmente lavori, è la realtà italica.
Il lavoro paga, almeno dicono così, anche se la nuova arrivata dopo un giorno si trova negli uffici del direttore e ti saluta dall’alto in basso, anche se la persona che hai aiutato, in un battibaleno, ti volta le spalle e ti tratta da inferiore.Anche la morale paga, magari non subito, ma alla lunga vince lei.

A presto per la seconda puntata sul MERITO.

 

Cinisi: niente funerali pubblici per il boss

Il questore di Cinisi vieta i funerali pubblici dell’ultimo boss della cupola di Totò Riina.
Una notizia che dovrebbe essere diffusa su tutti i telegiornali, una decisione che potrebbe apparire scontata ai più ma che non lo è affatto.
Procopio Di Maggio è morto a 100 anni tondi tondi, fortunato, per aver vissuto un secolo e perché scampato a ben due attentati. Il suo compleanno, appena sei mesi fa, è stato celebrato con svariati minuti di fuochi d’artificio, festeggiato come una star, nel paese che ha dato i natali ad un eroe come Peppino Impastato.
Ah, piccolo particolare: il sindaco ha vietato i fuochi d’artificio, invano, appare evidente.

Dapprima alle “dipendenze” di Al Capone in America, poi a servizio di Tano Badalamenti, il mandante dell’omicidio di Impastato e successivamente tra le forze di Riina, un tradimento che gli costò un figlio. Imputato e condannato a sette anni di carcere nel maxiprocesso di Palermo, fu però assolto dall’accusa di aver commesso una ventina di omicidi.

L’ordinanza del questore dunque non è affatto gesto scontato, in un Paese ancora fortemente spaccato in due, tra contraddizioni ed amarezze. Giovanni Impastato si è recentemente lamentato proprio della gente del posto, “presente in gran numero ai 100 anni di Di Maggio e assente al funerale di sua madre”

Niente funerali pubblici per Di Maggio quindi, che si è scagliato contro i pentiti per quello che ha sempre considerato un “tradimento”, capace di dire frasi come: “La mafia per me non esiste, ho sentito parlare di Cosa nostra soltanto dai giornali e dalle tv”.

Un segnale di legalità in una semplice ordinanza, la mafia si affronta attraverso le piccole cose.