Gli sciacalli dell’anima

24 Agosto, 3 e 36 della notte, la terra trema, le case crollano, come quelle costruzioni che si facevano con le carte e cadevano con un semplice soffio. Quasi 300 vittime, un terremoto tragico, come quello dell’Aquila, tutti insieme ripiombiamo nell’angoscia, in quelle immagini che sconquassano dentro, proprio come il sisma che si insinua dentro i piccoli borghi, portandosi tutto.

Alla splendida solidarietà che continua a manifestarsi ora dopo ora si contrappone la parte più oscura dell’essere umano, la voglia di speculare sulla disgrazia altrui, di colpire nel momento del dolore, dove le difese sono quasi assenti perché si deve tirare a campare per arrivare al giorno successivo.
Lo sciacallo si nutre di animali morti, gli sciacalli del terremoto si nutrono di quel che resta, passano sopra a sentimenti e ricordi, ad anni di vita costruiti con fatica e andati via in un attimo. Non sottraggono solo preziosi e denaro ma si impossessano di un pezzo di esistenza, di un patrimonio custodito nell’animo, della speranza che nelle difficoltà si remi tutti dalla stessa parte, come fratelli.

Lo sciacallo indigna e distrugge, d’altronde nemmeno il buon Dante aveva previsto nel suo Inferno una figura così spregevole e contro natura.
Si fingono volontari, poliziotti o giornalisti e rovistano tra le macerie. Si imbattono in bambole e foto di bambini che non ci sono più, in una collezione di cartoline di una ragazza piena di speranza, in un quaderno pieno di disegni colorati. Dettagli poco interessanti, che non fruttano, come caterpillar proseguono dritti per la loro strada. Arrivano addirittura da altre regioni, rischiano il linciaggio in pubblica piazza, male che gli vada finiranno in galera per qualche tempo, ma il gioco, per loro, vale la candela.
Le forze dell’ordine presidiano le zone colpite dal terremoto, i cittadini, orfani di familiari e beni personali, difendono con le unghie e con i denti i pochi ricordi intrappolati tra le macerie.

Poi esiste lo sciacallo mediatico, il giornalista che in piena notte, bussa alla macchina piena di persone per chiedere: “Come state?”. Sì, avete capitato bene. Come deve stare chi ha perso tutto da poche ore? Come si deve sentire chi ha preso sonno dopo 48h di fila, in uno scomodo sedile, quando sente bussare al suo finestrino per quella stupida domanda?
Ma c’è addirittura di più in questo tragico sisma del Centro Italia, addirittura le riprese di persone intrappolate tra le macerie, magari ostacolano proprio chi quelle persone cerca di salvarle con sudore e fatica.
Per non parlare dei cretini che mandano i loro selfie dai posti distrutti e di pseudo vip che usano la tragedia per farsi pubblicità con beneficenza apparente.

Sono sciacalli dell’anima che se ne fottono del dolore altrui. Contano la popolarità, il denaro e lo scoop a tutti i costi. Si mangiano tutto, a noi non resta che mangiarci il fegato.

 

Il carpe diem, la forza della natura e la solidarietà all’italiana

Terremoto, una parola ed un evento che spaventa e lascia atterriti, per potenza e portata.
Rende indifesi anche gli invincibili, colpisce tutti, senza distinzioni di sesso, razza o età.
La notte è la parte della giornata che predilige, quando si abbassa ogni difesa, tutti stesi sul letto a dormire, non c’è tempo di reazione, tutto cade intorno, addosso, tra urla e spirito di rassegnazione.
Alla faccia di chi ha rimandato all’indomani una cosa importante, una parola non detta, magari ad un familiare o alla propria compagna di vita, in barba a chi l’indomani, possibilmente, dovrà dire il proprio sì per la vita.

Il terremoto fa riflettere chi ancora ha la fortuna di poterlo fare. Chi costruisce un castello dorato e lo arricchisce ogni giorno di più, deve mettere in conto di poterlo vedere distrutto, in un attimo e per questo, ritenersi già privilegiato. La nostra nazione, ahinoi, è collocata in zone altamente sismiche, dobbiamo convinvere col dolore e con la frustrazione, costruire edifici sicuri e robusti, non rimandare a domani ciò che possiamo fare oggi.
Il carpe diem sbattuto in faccia a chi non ha fatto il proprio dovere prima, nel costruire mura solide e e a chi ha rimandato al futuro credendo di avere a disposizione un tempo indeterminato.

La natura ci punisce, se vuole ci spazza via in un attimo. Sogni, aspirazioni, progetti, castelli, vite, si porta via tutto, senza complimenti, senza chiederti prima: “come va?”
Facciamo fatica a riprenderci dal terremoto dell’Aquila ed eccoci qui, 7 anni dopo, stessa ora, posto diverso, forse ancora più vittime. La natura non vuole proprio smetterla di stupirci anche se noi ne faremmo volentieri a meno.
Noiintanto crediamo di essere immortali e per questo costruiamo edifici con approssimazione, come la scuola di Amatrice, concepita secondo le più recenti norme antisismiche, almeno sulla carta, ma sbriciolatasi in un istante, in un periodo dove, per fortuna, non ci sono studenti.
La natura è già potente di suo, non ha bisogno di una mano da noi comuni mortali.

Non sono morti a scuola ma molti bambini ci hanno lasciato, alcuni si sono salvati, come Giorgia, 16 ore di agonia, estratta viva dalle macerie. Sua sorella, stesa accanto a lei, invece, la stiamo piangendo.

Ma nel dramma, nella disperazione, quando bisogna raschiare il fondo del barile, ecco gli italiani, i soccorritori, la gente comune, le file per donare il sangue, le code per fornire generi di prima necessità, la mobilitazione sul web, i versamenti sui conti correnti e gli sms.
Ci sono le associazioni di volontariato che si mobilitano da tutte Italia per rendere meno agosciante la permanenza nella tendopoli, c’è una corsa continua di solidarietà. Uno splendido popolo che convive con quattro deficienti che rubano i pochi euro rimasti intrappolati tra cadaveri e macerie.

 

La guerra dell’adulto e la pace del bambino

Turchia e Kurdistan, stesso orrendo scenario, stessi protagonisti, parliamo di bambini, o meglio ragazzi, 12 anni, cintura esplosiva al posto dell’ultimo modello suggerito dalla moda, una è azionata, l’altra è scovata prima che possa succedere la strage.
Non è la prima volta e non sarà neanche l’utima, bambini mandati al fronte, piccoli che passano inosservati, fucile in mano rivolto contro coetanei nemici.

Gli adulti hanno questa smodata esigenza di comandare, di attrarre a sè i più deboli, i più indifesi, coinvolgerli nelle loro magagne, in ideologie estremiste lontane anni luce dalla purezza e dall’innocenza che traspare da un bambino.
Bambini che si fanno saltare in aria e uccidono altri bambini, magari amici. La soluzione sarebbe un pallone lì in mezzo e una bella sfida a calcio, competitivi durante la partita e amici fuori, tutti intorno ad un tavolo a rifocillarsi dopo le fatiche.

Non è colpa loro, sono burattini, manovrati da mani insensibili, guerra come adulto e pace come bambino, c’è qualcosa che non quadra e non potrà quadrare mai.

Eppure non c’è solo questo, ci sono i bambini costretti a chiedere l’elemosina, mandati avanti dall’adulto di turno perché possono smuovere qualcosa in più, quel sentimento di pietà che si dovrebbe amplificare con davanti un volto candido e indifeso.
Ci sono i bambini costretti a cucire i palloni con cui giocheranno altri bambini o le bambine che devono creare bambole per le loro più fortunate coetanee, piccoli che caricano pesi maggiori del proprio, povere creature costrette a cancellare dalla loro mente la parola gioco e sostituirla con una più grande e rimbombante: lavoro.

Ma ci sono anche altre forme di sfruttamento più sottili ma non per questo meno subdole. Si guardi, ad esempio, ai bambini costretti a crescere prima del previsto per realizzare sogni e aspirazioni dei genitori, nello sport o nel mondo dello spettacolo o si pensi ai piccoli usati come strumento di ricatto tra un genitore e l’altro in caso di separazione.
Non avranno un fucile in mano o puntato dietro le spalle ma il risultato è lo stesso: non sono liberi di crescere.

Il diritto di essere bambini, di esprimersi, di giocare, di creare e di sognare, uno splendido castello di carta che potrebbe diventare realtà con poco. Ma purtroppo esistono gli adulti.

Le 5 grandi lezioni che impariamo dai bambini

“Non puoi saperlo” o “Sei troppo piccolo” o “Non capisci niente”. Quante frasi rivolte ai bambini, considerati come essere animati o peggio robot da programmare a proprio piacimento ma la realtà è profondamente diversa, parlano i fatti, parla la vita.
Possiamo imparare tanto dai bambini, sì, proprio noi adulti, noi che ci ergiamo a maestri pur avendo delle carenze mostruose su quel “piccolo” argomento chiamato vita.
Ecco 5 grandi lezioni che possiamo apprendere ogni giorno dai nostri piccoli.

  1. Si può essere se stessi, sempre, ovunque e senza vergogna
    La sincerità, una virtù che i bambini posseggono in quantità. Siamo abituati alla storia di Pinocchio, alle gambe che si accorciano o al naso che cresce ogni volta che viene detta una bugia, questo almeno è quello che raccontiamo a loro.
    Alzi la mano, però, chi ha mai visto un bambino indossare una maschera o sforzarsi a tutti i costi di essere quello che vuole la società. Un’esigenza che diventa impellente e quasi vitale con l’adolescenza, quando appunto il bambino comincia il suo viaggio per diventare adulto.
    Una schiettezza che può anche ferire, senza filtri appunto e per questo incredibilmente affascinante.
  2. Non si finisce mai di crescere e di imparare
    La curiosità, una caratteristica a volte vissuta con fastidio dall’adulto, costretto a rispondere alle incessanti domande dei più piccoli. Un vero e proprio marchio di fabbrica, un martello pneumatico, una sete di conoscenza infinita a cui dobbiamo rapportarci con orgoglio perché stiamo contribuendo alla formazione dell’adulto del domani. Un’occasione per mettere alla prova anche la nostra abilità nel trasmettere le nostre storie e le nostre esperienza. A curiosità si dovrebbe rispondere alimentando altra curiosità.
  3. Non si è mai troppo grandi per prendere la vita come un gioco
    La giocosità e la creatività, due aspetti caratteristici del mondo dei piccoli, smarriti nell’adulto labirinto dei rigidi schemi sociali. La routine, le cose fatte in un solo modo che ci danno sicurezza, il rischio da rifuggire perché imprevisto, l’etichetta di pazzo o di fallito per chi prova a distinguersi. Abbiamo paura e quindi responsabilizziamo il bambino oltremodo, distaccandolo precocemente dalle sue inclinazioni e dai suoi giochi quotidiani.
    In realtà chi affronta la vita come un gioco meraviglioso in cui ogni giorno è possibile realizzare nuove scoperte ha semplicemente vinto, senza se e senza ma.
  4.  La semplicità non è un limite ma un grande valore
    Purezza e candore, il colore bianco, una lavagna ancora tutta da scrivere. I bambini sono lontani dalle dinamiche di potere e convenienza tipiche degli adulti. Se crescono con esempi negativi probabilmente acquisiranno gli stessi difetti, se vengono lasciati liberi di esprimersi possono addirittura conservare questa loro splendida unicità.
    Un velo bianco da preservare dagli schizzi degli adulti, una tela dove i più grandi cercano di proiettare le loro aspirazioni e le loro frustrazioni.
  5. Non è mai troppo tardi per creare legami importanti
    La fratellanza, facile, quasi naturale per un bambino, diventa faccenda terribilmente complicata per l’adulto. Manca la fiducia, entrano in gioco meccanismi della mente e tutto deve essere sempre finalizzato ad un scopo ulteriore, ad una qualche conveninenza. L’amicizia è sempre più merce rara, eppure non è stato sempre così, prima bastava un pallone o una bambola e si giocava tutti insieme, bianchi e neri, brutti e belli. Semplice no? Diteglielo a quelli che si reputano grandi.

Dunque non chiediamo ad un bambino di diventare in fretta adulto ma chiediamoci come possiamo fare noi a ritornare bambini prima che la vita ci risucchi nel suo vortice di indifferenza.

La mafia nella vita di tutti i giorni

La mafia è un “sistema di potere” fondato sul consenso e sul controllo sociale della popolazione. Intimidazione, assoggettamento e omertà sono i principali concetti che ruotano intorno ad essa. Molteplici sfaccettature di un fenomeno che si manifesta non sono nell’eclatante e nel tragico, ma nella vita di tutti i giorni perché la mafia è con noi, in tutti i luoghi e potenzialmente in ogni persona.
Mafia è spietatezza, uomini saltati in aria come birilli, sete di potere, boss irraggiungibili, serie tv ma c’è un’altra faccia, meno roboante e forse ancora più grave, un germe che si è insinuato pian piano nella gente, che si manifesta negli atteggiamenti, nel modo di vivere e che rappresenta un’eco fastidiosa e intollerabile per un sistema che dovrebbee essere solo confinato.

Il vivere mafioso raggiunge i suoi apici nel magico mondo dei parcheggi, chissà perchè.
In certe zone d’Italia è assolutamente naturale versare nelle mani di omini sempre belli pienotti ( e vorrei vedere con tutti quegli spiccioli esentasse) un piccolo pizzo in monete. Piccolo nel senso che si tratta di una monetina, ma 1 euro sono 2.000 lire e a volte i più audaci te ne chiedono di più. Se non hai a disposizione i soldi poco male, il posteggiatore abusivo ti aspetterà o addirittura, cuore nobile, ti scambierà i contatti.
Che poi tu, in questo modo, stai facendo una sorta di concorso in associazione mafiosa poco importa, la macchina sarà intatta al tuo ritorno. Tanto i vigili sanno tutto, il più delle volte scambiano quattro chiacchiere in allegria con il “professionista” di turno.E non è tutto. Quando metti la macchina in mezzo alla strada, in doppia fila o col posteriori che esce abbondantemente (perché fa figo), vuoi in qualche modo impedire il regolare svolgimento delle cose, sei sulla strada giusta, ti stai comportando da mafioso.

Mafia è anche ingegno e originalità. Trovi sempre il modo di scavalcare la fila con classe, alla posta o al supermercato. Trovi sempre le scorciatoie migliori per non aspettare le lungaggini della burocrazia. Sei troppo avanti per farlo, anzi quando vedi una persona rispettare la legge quasi la deridi: “Uno sfigato che non ha capito niente dalla vita”.

Mafia è girarsi dall’altra parte davanti ad una persona che ha bisogno del tuo aiuto. Il tuo tempo è troppo prezioso, stai agendo bene, sei indifferente e omertoso, quindi mafioso.

Mafia è non muovere un dito quando hai il culo ben poggiato sulla sedia, in un ufficio pubblico. Ti ha messo lì tuo padre (perché la raccomandazione è necessaria per l’onorabilità della famiglia), a volte non ti rechi nemmeno in ufficio perché il tuo collega (forse più mafioso di te) timbra il tuo cartellino e quello di altri 28 dipendenti.
D’altronde quando quelli che ti devono rappresentare, i politici, sono tra i primi fruitori del fare mafioso, ti senti di aver imboccato la giusta strada.

Mafia è sciacallaggio. Le catastrofi naturali sono terreno fertile per mangiarci il più possibile. Caterpillar assetati di denaro radono al suolo ogni sentimento, “the mafia must go on“.

Mafia sono anche le vecchie generazioni che hanno pensato ad arraffare quanto più possibile senza pensare che comunque, il mondo, doveva andare avanti ancora qualche millennio.
Prendo il più possibile, chi se ne frega di figli, nipoti e generazioni future. In qualche modo si arrangeranno”.

Così, quando un bambino ci chiederà che cosa è mafia, per onestà intellettuale dovremo indicargli tanto i bagni di sangue quanto il modus operandi nella vita di tutti i giorni.
Se poi, nelle scuole, dove già si fatica ad inserire nei libri di storia le stragi mafiose degli ultimi decenni, si insegnasse un po’ di educazione civica per far capire ciò che giusto e ciò che non è giusto magari potemmo porre rimedio prima che sia troppo tardi.

Anche se forse lo è, quando senti dire a quello stesso bambino: “Mio padre dà un euro al posteggiatore e quindi è giusto così. Mio padre ha raccomandato mio fratello, vuol dire che si può fare”. A pensarci, un ragionamento che non fa una piega.

5 modi per lasciarsi andare alla sensibilità

 Sensibilità, una parola difficile da definire, una predisposizione naturale, un dono, ma anche una facoltà da poter acquisire e affinare nel tempo.
In filosofia viene definita come l’intensità con cui il soggetto riesce a intuire col pensiero qualcosa esterno a lui, in psicologia come la disposizione di condividere un’emozione provata da soggetti altri da sé.

Costretta, limitata, messa a tacere, criticata da molti e adombrata da un mondo che predilige l’arrivismo tipico dei Caterpillar. Essa, tuttavia, porta grandi soddisfazioni a chi la pratica, sensazioni profonde che si ripercuotono nell’essere e non nell’apparire.
Ma come abbandonare maschere e limiti per lasciarsi andare alla sensibilità?
Ecco cinque possibili metodi.

  1. Pensare all’unicità della vita
    Per quanto possiamo fare gli eroi, raggiungere traguardi materiali, affermarci nel mondo del lavoro, disponiamo di una sola esistenza e dobbiamo giocarci al meglio le nostre carte. In una determinata fase della nostra vita i rimorsi e i rimpianti riguarderanno le frasi non dette e gli abbracci non dati. Di sicuro non ci condanneremo in punto di morte per non aver acquistato quel letto ad una piazza e mezzo…Resized-ZJPVJ
  2. Ascoltare il cuore per capire il proprio scopo di vita
    Passiamo gran parte dei nostri giorni a chiederci quale sia lo scopo della nostra  esistenza ma sbagliamo l’interlocutore a cui poniamo la nostra domanda. Bisogna       connettersi col proprio cuore e con la propria pancia e, in quest’ottica, una spiccata sensibilità aiuta ad entrare in un contatto profondo con il proprio io.Resized-2NK5N
  3. Pensare di poter essere utili per gli altri e per la società
    Tutti sono utili nessuno è indispensabile, è vero, il mondo andrà avanti anche senza la nostra buona azione quotidiano ma visti i risultati della nostra umanità, provare a metterci del nostro non è poi così sbagliato. Il volontariato, il dare senza pensare a ricevere, i gesti a fondo perduto contribuiscono a renderlo migliore. Tante piccole porzioni infinitesimali fanno il totale non trascurando poi i benefici per la propria autostima e la considerazione di sé.Resized-PY8DY
  4. Guardare esempi di persone sensibili e le loro opere
    Ci sono persone che con la loro sensibilità hanno spostato montagne. Senza dover andare per forza a scomodare icone religiose come Madre Teresa di Calcutta o paladini dei diritti umani come Martin Luther King, nella vita di tutti i giorni abbiamo soggetti a cui ispirarci e da cui imparare per rendere la vita davvero piena e significativa.madre_teresa_b
  5. Non vergognarsi della propria spontaneità
    Quanti gesti non compiuti, quanti abbracci non dati, parole strozzate in gola, baci dispersi nel vuoto. La vita di tutti noi è costellata di blocchi dovuti alla vergogna e alle convenzioni sociali. Fate ciò che siete, ridicoli non siete voi che ti dite “Un ti voglio bene” a 30-40-50 anni, ma chi a quell’età non è più in grado di pronunciarlo.
    La diversità è ricchezza, non una cosa da cui fuggire o peggio da nascondere.Resized-FV4LK

 

 

 

Mio padre non c’è più e io sono ancora in macchina

Il bacio della mamma come ogni mattina, l’odore del caffè che arriva dalla cucina, roba da grandi, io ho ancora 2 anni, anzi li compio domani, chissà che bella festa mi aspetta.
Ancora una volta lei è in ritardo, deve andare a lavoro, puntuale, alle 8, non fa in tempo ad accompagnarmi al nido, ci penserà mio papà anche questa volta.
Mia mamma è più buffa, scherza con me anche la mattina, mi fa ridere tantissimo.
Mio padre è più serio, sempre nervoso e assonnato la mattina, non parliamo quasi mai, è sempre assorto nei suoi pensieri, lavora tutto il giorno.
Mi mette in macchina sul seggiolino, allaccia le cinture e partiamo. Stiamo facedo un giro più lungo, l’automobile è vecchia e non la smette mai di dare problemi. Sono troppo curiosa come al mio solito (c’è un meccanico con una barba lunga lunga che mi ride) ma ho ancora tanto sonno, e crollo in un istante.

Adesso sono dentro un bel sogno, con mamma e papà in un bel prato verde, a giocare con l’ultima bambola, quella della pubblicità durante i cartoni. Ad un certo punto, però, arriva quel dispettoso di mio fratello Luca col pallone e mi fa piangere.
Mi sveglio di soprassalto, non so dopo quanto tempo, sono ancora in macchina, stavolta sola, mio padre non c’è più.

Non mi agito, capita spesso che mi lasci qualche minuto, una volta deve comprare il pane, l’altra deve andare in banca, torna sempre e a volte mi porta pure qualche gioco quando passa dall’edicola. Magari proprio in questo momento mi starà comprando l’album con i colori, intanto però fa caldo, non so quanto tempo è passato perché non so leggere l’orologio ma sono già tutta sudata. Vedo la gente passare, i vetri sono bui, forse loro non mi vedono e poi sono nascosta da una macchina grande grande.

Mio papà non arriva e adesso mi sento quasi bruciare, devo solo aspettare ancora un attimo, magari sta comprando la torta o i palloncini per la festa di domani. Ci divertiremo un mondo!

Ancora non arriva, adesso piango, più forte che posso, per farmi sentire, qualcuno mi aprirà prima o poi ma sono lontana dalla strada principale, devo piangere e urlare più che posso.

Mio papà non è più arrivato, devo essermi proprio comportata male ieri per lasciarmi morire in macchina.

P.S. Questo articolo non vuole essere nè moralista nè critico, affronta una situazione che purtroppo si verifica molto più frequentamente di quanto si possa pensare.

 

I bambini non sono da programmare

Non sono genitore e non sono neanche psicologo, semplicemente osservo il rapporto genitori e figli, nella mia esperienza di volontariato e nella mia storia di figlio.
Lungi da me sminuire le difficoltà del ruolo di genitore ma, in questo articolo, vorrei soffermarmi sull’incidenza delle scelte e dei comportamenti di papà e mamma sul futuro dei propri figli.

Spesso si tende a sottovalutare un bambino, a considerarlo un piccolo essere da programmare, in tutto e per tutto. “Tu non vali niente”, “Tu non capisci”, “Non si fa così”, “Stai qui, fermo”, “Devi fare così”, “Mamma e papà sanno cosa è giusto e cosa no”, tutte frasi che nella loro semplicità possono avere la forza di un tornado nella vita di piccoli e meno piccoli
Così, una schiera composta da insicuri, ansiosi, depressi, fobici (e chi più ne ha più ne metta), affolla gli studi degli psicologi. Rapporto padre-figlio o madre-figlia, un episodio dei più banali che mette in moto una macchina perversa di autodistruzione, una frase magari detta con innocenza condiziona un’intera esistenza.

Un padre che a 40 anni dice al figlio: “Tu non vali niente” potrebbe condizionare la vita di quest’ultimo ben oltre i suoi 40 anni, con ripercussioni anche sulla vita del figlio del figlio, in un meccanismo diabolico e quasi infinito. D’altronde chi stabilisce ciò che vale e ciò che non vale?

“Tu non capisci”, un’altra bomba ad orologeria. “Sei piccolo per capire”, che equivale a dire non sei ancora degno di comprendere certe cose, non hai maturato abbastanza intelligenza o più semplicemente che io, genitore, mi scoccio a soddisfare le tue curiosità. Mi sento dire queste cose e quindi mi autoconvinco di non essere abbastanza, in tutto.

“Non si fa così”o “Devi fare così”, perché devi fare più in fretta o nel modo che dico io. Non si accettano tempi diversi, creatività e percorsi alternativi, dunque devo omologarmi alla massa se no non potrò mai valere per la società. D’altronde, “Mamma e papà sanno cosa è giusto e cosa no”.

“Stai qui, fermo”, che, per carità, in certe circostanze ci sta pure, magari quando c’è da attraversare la strada o da rispettare determinati canoni di educazione in certi luoghi ma a volte, anche questa ingenua espressione, può rappresentare un cappio intorno al collo. L’ansia del genitore per qualsiasi cosa, “Ti sporchi”, “Sudi”, “Ti fai male”, “Potrebbe essere pericoloso”, “Non lo conosci”, imbriglia il figlio nella sua isola sicura. Non conosce, non si avventura oltre il suo naso e, probabilmente, svilupperà un carattere ansioso a sua volta.

Il tutto nasce dalla convinzione che i bambini siano burattini da manovrare a proprio piacimento o peggio proiezioni di quello che i genitori avrebbero voluto essere.
Fate esprimere liberamente i bambini e vi stupirete!Fateli correre, cadere e sbagliare e si renderanno conto di quale sarà la strada giusta!
Assecondate i loro comportamenti e le loro inclinazioni, seppur bizzarri e non cercate di omologarli agli standard della società!

Ognuno ha la sua strada da percorrere. I genitori possono essere preziose guide per la vita ma anche i principali nemici nel cammino per spiccare il volo.
Il genitore deve diventare il mestiere più importante al mondo. Credetemi, ne vale davvero la pena!