La maestra ci prende sempre a botte!

Un altro giorno di scuola è arrivato, bisogna alzarsi da questo letto, uscire da queste calde coperte e andare.
Amo gli altri bambini della classe, soprattutto Giuseppe, il mio compagno di banco, con lui ne combiniamo tante…o almeno ci proviamo.
Non voglio ma devo, sono lì davanti all’ingresso, la campanella già suona, sono in ritardo, magari se mi invento la scusa che mi fa male la pancia così riesco a salvarmi.

Niente, mia mamma non mi ha creduto, sono seduto accanto a Giuseppe come ogni mattina, davanti a noi Rebecca e Paola, siamo tutti zitti, il sorriso che avevamo poco prima di entrare è svanito, guai a chi si muove.
Ad un certo punto cade il portacolori di una mia compagna, un botto che rimbomba nel silenzio ed ecco che scatta la furia, sì, perché abbiamo una maestra che non ci perdona nulla! Anche questa volta Claudia si è beccata un ceffone in volto, ha resistito al dolore, non ha pianto, ha capito l’insegnamento di lunedì, dovesse mai piangere ne riceverebbe un altro e poi un altro ancora.

Ho approfittato di un attimo di distrazione, la maestra guardava il telefono, dovevo dire una cosa a Giuseppe, sapere se aveva visto l’ultimo episodio del nostro cartone preferito. Abbiamo parlato a voce bassa bassa, è stato un attimo, ci ha fulminati con lo sguardo e ha cominciato ad urlare contro di noi: “State zitti cretini. Parlate un’altra volta e vi prendo a botte in testa“.
No, non scherzava, ve lo assicuro, lo ha fatto l’altro giorno, mi fa ancora male la testa.

Ho provato a parlarne con i miei genitori ma sono sempre così occupati! Non gli ho raccontato che la maestra ci prende a botte, non potevo farlo, (ci ha minacciati che se diciamo qualcosa ai genitori ci ammazza) ma ho detto che avevo male alla testa.
Forse fa bene, siamo monelli noi. Picchia anche Pietro sulla sedia a rotelle, anzi ci prova più gusto, lui non può reagire.

Suona la campanella, finalmente esco da questo incubo, purtroppo domani dovrò tornare. Speriamo mi venga la febbre!

P.S. Ho provato a mettermi dalla parte di un bambino. Queste cose succedono più spesso di quanto immaginiamo. Quali sono le soluzioni da adottare? Telecamere?
Consideriamo che ci sono tantissime maestre che fanno al meglio il loro lavoro, altre che vorrebbero ricoprire quel ruolo ma non ne hanno la possibilità.
Non generalizziamo ma parliamone insieme costruttivamente!

A voi la parola.

L’alba di una nuova Corleone

L’alba di una nuova Corleone, forse l’alba di una nuova Italia, così si può sintetizzare l’operazione antimafia che ha portato all’arresto di dodici persone tra le quali il nipote di Provenzano. Stavano cercando di ritessere la tela, dopo i duri colpi inferti negli ultimi tempi, volevano riorganizzare il modello “vincente” della generazione precedente, si sono scontrati con un imprevisto che proprio non avevano considerato. Sì, perché nel frattempo Corleone, territorio difficile, ostico, molto chiuso, anche fisiologicamente, ha deciso di ribellarsi, attraverso i suoi imprenditori, otto, che hanno denunciato.

Siamo davanti ad una svolta storica, certo non una novità perché imprenditori coraggiosi, in tutto il territorio e specie al Sud, se ne sono visti parecchi. Storie davanti alle quali spalancare la bocca, attributi giganteschi che neanche puoi immaginare ma anche tanta sofferenza e scoramento. Deve essere stato particolarmente difficile per chi, vive da anni, forse da sempre, gomito a gomito con i mafiosi, percorre le stesse strade, frequenta gli stessi posti. Più facile essere dalla loro parte, coscienza nel cesso ma vita tranquilla, anonima, senza pericoli.

Quanto devono avere rimuginato questi fantastici otto, quanto avranno sopportato prima di schierarsi dichiaratamente dalla parte dello Stato. Avranno guardato ogni notte i loro figli interrogandosi sul da farsi, preoccupandosi per il loro futuro, temendo per il loro presente.
L’interno lacerato da una lotta continua tra coscienza e razionalità, l’immagine di una famiglia a rischio da contraltare ad una bella famiglia serena ma tormentata da una spada di Damocle, spesso a cadenza mensile.

In questi mesi, questi otto imprenditori, avranno rimboccato le coperte ai propri figli più del solito. Si saranno proiettati sui loro pensieri, sulla loro vita da adulti. Avranno pensato alle loro reazioni davanti ad un padre coinvolto in un brutto sistema chiamato mafia, alla loro delusione davanti ad un genitore che non ha avuto il coraggio di schierarsi dalla parte della giustizia.
Probabilmente, alla fine, avranno sorriso al pensiero di rendere orgogliosi i propri piccoli, testa alta e petto in fuori, per sempre e per la vita.

Ribellarsi a Corleone vale doppio, è l’inizio di un nuovo giorno, la mafia circondata nei luoghi dove è nata. Adesso è il turno dello Stato, delle tutele sempre più forti, dell’accompagnamento degli imprenditori in un percorso difficile ma che sa essere anche ricco di soddisfazioni.
Intanto, e non è poco, lo specchio riflette le immagini di veri uomini.

Diversità, esci da questo corpo!

Seguire la massa conviene? Omologarsi alla maggioranza è una tutela o l’occasione mancata di poter essere esclusivamente se stessi?
Proverò a rispondere a questa domanda, a modo mio.

  • Ho visto persone deridere chi aveva difficoltà in un parcheggio o ragazze che si lamentavano, per lo stesso motivo, della poca virilità di un uomo (poi lasciato)
  • Ho assistito a derisioni di ragazzi in carne (lo ero anche io) e di ragazzi colpevoli di essere con la testa sulle spalle.
  • Ho sentito adulti urlare la loro superiorità ai propri figli, salvo poi comprarseli con pile di giochi ultramoderni
  • Ho visto un gruppo di ragazzi evidenziare incessantemente l’handicap di un altro ragazzo
  • Ho ascoltato datori di lavoro preferire la raccomandazione alla creatività
  • Ho sentito gente sorprendersi davanti ad una persona adulta single o ad una coppia adulta senza figli

Diciamo le cose come stanno: l’omologazione rassicura tutti perché tutti si ritrovano a fare sempre le stesse cose. Ma la realtà è questa:

  • Chi deride credendosi perfetto, rappresenta quasi sempre ciò che di più lontano esista dalla perfezione
  • Bullo è chi deve prevaricare soggetti che hanno apparentemente raggiunto l’equilibrio che egli stesso agogna
  • Genitore non è chi compra mille giochi per non riconoscere la sua assenza o chi si erge ad essere superiore per coprire la sua instabilità nel mondo
  • Chi si sofferma su un handicap altrui credendo di essere superiore, in realtà si rode il fegato davanti alle imprese di persone che con meno risorse (almeno sulla carta) riescono a raggiungere risultati ben più grandi e tangibili.
  • Conteniamo e isoliamo la creatività perché abbiamo una tremenda paura di tuffarci nell’ignoto
  • Non tutte le famiglie con figli sono la giusta miscela di sentimenti. Spesso prevale la paura di non rimanere soli e l’esigenza di dover soddisfare standard sociali ben definiti

Al posto di aiutare una persona in difficoltà la deridiamo. Abbiamo rinunciato alla libertà per seguire il gregge. Non seguiamo la nostra personalità, fatta di pregi e difetti e la sacrifichiamo sull’altare della sicurezza. Appena una pecora scappa la additiamo, la rimproveriamo, la deridiamo. Provate ad aiutare una persona in difficoltà e guardate quante volte vi ringrazia per un gesto così naturale: lì sta la sconfitta dell’intera umanità.

Abbiamo paura, a volte si chiama invidia, per chi ha deciso di essere diverso o per chi ha accettato la sua diversità e ne ha fatto il suo punto di forza, per chi ha voluto a tutti i costi spiccare il volo sulle ali della propria personalità.

La semplicità del cane e il lamento dell’uomo

Che bella dormita! Non so quante ore sono passate da quando il mio padrone mi ha augurato la buonanotte con le sue solite quattro carezze. Come le adoro! Adoro quei tocchi dolcissimi con la mano e adoro lui, anzi, a proposito, a momenti dovrebbe scendere da quelle scale. Sarà una giornata meravigliosa!

Ho dormito malissimo, troppi pensieri e ora la sveglia che mi butta giù dal letto. Ci sono i bambini da accompagnare a scuola e poi lavoro, o meglio tortura, col capo che troverà qualsiasi occasione per litigare. Va tutto storto ormai da un po’. Non posso rimanere a letto per oggi?

Eccolo, finalmente scende, adesso gli faccio le feste, me lo lecco tutto! Siamo inseparabili, mi godo questi pochi minuti della mattina, ora lui andrà a lavoro e lo rivedrò quando ormai sarà buio fuori. Non mi lamento, non è la quantità del tempo che cerco ma la qualità.

Eccoli, i bambini! Già litigano tra di loro, e sono solo le 8 del mattino. Ci ritroveremo stasera e mi riempiranno di domande come al solito. Sto poco tempo con loro, è vero, ma come va avanti la baracca senza il mio odiato lavoro?

Sento il rumore della chiave nella porta, comincio a scondinzolare, non sto più nella pelle. Attendo questo momento da stamattina, come ogni giorno, tranne il sabato e la domenica, dove posso spupazzarmi il mio padrone senza sosta. Vedo che è stanco ma mi riserva sempre un sorriso. Ho fame, la ciotola arriva come sempre, puntuale, alle otto, mangerei qualsiasi cosa, non ho preferenze. Mi basta la sua compagnia. Adesso mi accoccolo sulle sue gambe e ci vediamo un film (o meglio lui lo guarda e io ronfo alla grande).

Un’altra giornata di lavoro è finita. Apro la porta di casa e trovo i miei figli che litigano. Sono troppo stanco, non chiedo neanche i motivi per cui stanno discutendo, non domando come è andata la scuola, mi siedo a tavola e mangio. Ancora la solita minestra, ora litigo io con mia moglie. Mi faccio il mazzo tutto il giorno e questa è l’accoglienza che trovo.

Un’altra giornata è finita, le solite quattro carezze e la buonanotte. Non vedo l’ora sia domani. Che bella la vita di noi cani!

Un’altra giornata è finita e domani sarà sempre la stessa storia. Neanche la buonanotte con mia moglie. Quanto è difficile la vita di noi uomini!

 

E se condividessimo le emozioni?

Internet dà e Internet toglie. Non bastavano i bulletti del quartiere, gli arroganti della scuola, i prepotenti delle strade, adesso (a dir la verità ormai da molti anni) si fa spazio prepotentemente il fenomeno del cyberbullismo.
Ma non è tutto. Il progresso teconologico ha tolto qualcosa e non da poco: l’umanità.
La cronaca ci consegna in questi giorni due episodi sconcertanti, per ragioni diverse: il suicidio di Tiziana Cantone, la ragazza ripresa dal fidanzato in un video hot che ha ben presto fatto il giro del web e lo stupro di una ragazza 17 enne a Rimini, documentato attraverso le riprese col cellulare delle amiche.

Andiamo con ordine. La ragazza di Napoli, dopo l’onta e l’umiliazione per un video diventato ben presto virale, aveva cambiato cognome e residenza e aveva appena ottenuto un’importante vittoria in Tribunale per la sua eliminazione. Scappata in fretta e furia, ingenua ma anche vittima di un fidanzato senza scrupoli, non è riuscita a reggere un peso così grande. Non sarà la prima e nemmeno l’ultima, con un fenomeno in costante aumento, con un ricatto che, in un contenitore sconfinato come Internet, assume proporzioni gigantesche. Una zona spesso franca, senza regole, un video condiviso con un semplice clic che si espande a macchia di leopardo in un nanosecondo, se hai premuto quel maledetto mouse sei spacciato, difficilmente puoi recuperare. La stessa velocità con cui premi il grilletto o ti annodi la corda intorno al collo per ucciderti.

Condivisione è la parola d’ordine, la spasmodica ricerca del mi piace, del retweet prende il sopravvento su tutto, anche, per esempio sulla condivisione di emozioni e sentimenti. Addirittura, riesce ad andare oltre l’Amicizia, una cosa nobilissima. La ragazza di Rimini sta per essere violentata da un ragazzo albanese, per fortuna ha accanto le sue “amiche“, possono difenderla o chiamare la sicurezza.
Telefonino in mano invece, fiutano l’occasione, incominciano a filmare quanto possono, poi perdono di vista i due, chi se ne frega, il video è nelle loro mani, via di corsa a mandarlo su WhatsApp ad altre “amiche”. Cosa succede tra la amica e lo sconosciuto non è cosa che le riguarda, si condivide solo sul web ormai, l’amicizia è una cosa passata, antica, fuori dalla rete.

Soluzioni? Condividere le emozioni alla stessa velocità con cui si condivide un video. Forse non ci sarebbe più tempo per quel maledetto click sul cellulare.

 

Le Paralimpiadi e l’handicap dei “normali”

“Che palle, è lunedì, non voglio alzarmi per andare a lavoro”.
“Ho la febbre, è la seconda volta in questo mese, tutte a me capitano”.
“Sto tutto il giorno al computer, mi bruciano gli occhi, che vita di schifo”.
Aggiungete a vostro piacimento altre frasi che diciamo tutti i giorni.
Sì, ammettiamolo, ci lamentiamo (quasi tutti) per qualsiasi cosa, pensiamo che la nostra vita sia di molto peggiore rispetto alla media e non ci soffermiamo, se non per qualche frangente, su chi invece sta obiettivamente più male di noi.

Abbiamo storie di eroi che sorridono pur convivendo con una malattia terribile ma abbiamo anche splendidi esempi di personaggi che hanno deciso di continuare, alla grande, nonostante le circostanze della vita palesemente avverse.
Le Paralimpiadi sono un’occasione straordinaria per conoscere questa forza prorompente, uno sbalordimento continuo, un inno alla vita.
Inutile negarlo, ci sentiamo minuscoli, non riusciamo a capacitarci di come un atleta senza braccia possa rimanere ancora atleta e mantenere prestazioni eccellenti, di come una gamba non sia necessaria per arrivare al traguardo prima di altri, di come una sedia a rotelle possa diventare la fuoriserie più veloce del pianeta.
Ci sembra impossibile che si possa fare sport senza la vista, che si possa migliorare oltremodo la potenza delle braccia per tirare la stoccata vincente in una pedana o addirittura che si possa nuotare senza avere tutti e quattro gli arti.

Gli atleti paralimpici hanno compreso il segreto per controllare il proprio corpo, semplicemente hanno un gran controllo della loro mente. Fanno esattamente ciò che vogliono e quando vogliono, superano costantemente i loro limiti, inventano modalità con cui fare le stesse cose di prima nonostante un handicap.
Forse allora, non è poi così difficile alzarsi la mattina dopo una nottata di bagordi senza lamentarsi, forse dovremmo imparare a guardare le cose che abbiamo e ringraziare chi ce le ha date, forse dovremmo assorbire la lezione in silenzio

Chi ha meno, riesce a sfruttare al meglio le sue risorse. Invece di sentirci piccoli davanti a questi eroi, probabilmente sarebbe opportuno cominciare a tacere ed apprezzare la vita, in quanto tale.

Il sorriso di un bambino

Il sorriso di un bambino
come sole in un mattino,
come gioia incontrollata
di una vita appena nata.
Come raggio di speranza
di una donna in gravidanza.
Come ancora e salvezza
in momenti di tristezza.
Come luce abbagliante
di una notte devastante.
Il sorriso di un bambino
dona fuoco ad un camino,
mette pace in un istante
anche al cuore di un furfante.

Il castello indistruttibile dei bambini

“Sto facendo un bel sogno, corro in un prato pieno di fiori, voglio raggiungere il castello colorato, sembra sempre più vicino ma ad un certo punto tutto trema e mi viene addosso”.
Immaginate la portata di un terremoto, violento e devastante, come quello che ha colpito il centro Italia. Prende tutti alla sprovvista, non puoi permetterti di pensare che ti arriva un cornicione in testa, altro che se e ma! Tutti uguali nella tragedia, grandi e piccini, e poi? Cosa c’è oltre il terremoto per chi riesce a sopravvivere?

Vorrei soffermarmi sui bambini e sul post-sisma in particolare. Bellissime le immagini del salvataggio di Giorgia, la piccola estratta dalle macerie dopo ore. Accanto c’era la sorella, poco spazio tra loro, letto diverso, come il destino. La vita come dono prezioso, da coltivare sempre, anche nelle difficoltà, che saranno enormi.
Da una casa ad una tenda, dal riscaldamento acceso a tutte le ore alle stufe che a malapena danno conforto, dalla stanza piena di giochi e di poster, al blu freddo e inospitale della nuovo abitazione. Tutto provvisorio, nell’attesa che si passi ad una casetta di legno più confortevole o meglio ad una casa vera e propria.

La vita c’è ancora, una parte di essa se ne è andata per sempre e non si parla solo di cose materiali come bambole e playstation ma anche e soprattutto di affetti, di abitudini, di punti di riferimento. All’appello mancano compagni di scuola, genitori, fratelli  o animali ma anche diari e trofei personali, scatole dei ricordi ed album fotografici.
Ci sono bambini che non riescono ancora a parlare per lo spavento e i giorni dalla tragedia cominciano a diventare tanti. Le scosse di assestamento un incubo costante, il vento che scosta le tende è peggio di qualsiasi fantasma. I piccoli si attaccano morbosamente a quel poco o tanto che è rimasto. Guai se la madre va anche se solo in bagno, Teddy invece, l’orsacchiotto di peluche raccolto tra le macerie, sta a stretto contatto con la pelle, giorno e notte.

La speranza però c’è ed è forte. Sta nella convinzione che dai bambini riparte una comunità, nella loro spensieratezza, nel loro correre appresso ad un pallone insieme, anche in mezzo alle tende. Si accontentano di poco, ricostruiranno la loro esistenza, con l’aiuto degli psicologi e dei tanti volontari che già gli permettono di trascorrere ore in allegria e spensieratezza.

I bambini sono capaci di tutto, anche di convivere con un segno indelebile come quello del terremoto. D’altronde, provate a distruggere il loro castello di sabbia: si arrabbieranno ma lo ricostruiranno in un istante, più bello di prima.

I mille colori del cancro

Potere dei social, veicoli potentissimi di messaggi e immagini. Un hastag lancia la campagna “Sfida accettata”, dove si chiede di postare foto in bianco e nero, l’argomento attorno al quale ruota tutto è di quelli delicati: il cancro.
Ecco allora foto di tutti i tipi, seni e sederi, sorrisi, facce ammiccanti, roba fuori tema ma rigorosamente in bianco e nero, quale sia il nesso poi con il messaggio per cui è stata creata la tendenza non è dato saperlo. La pensa così anche Deborah, 41 anni, mamma e moglie, lei con la malattia ci combatte da un po’. Dalla sua pagina Facebook seguitissima e ricca di speranza, si interroga sui contenuti dell’iniziativa e sui colori, sul grigio che non rappresenta proprio la sua visione della vita.

Non posterò alcuna foto di me, nonostante faccia il volontario Abio negli ospedali da anni, anzi come immagine principale vedrete il bel sorriso di Deborah, che ride, appunto, nonostante tutto. Lei, durante le giornate in ospedale, di colori ne vede tanti, ogni stato d’animo ha una sua caratteristica, ogni sfumatura ha il suo significato.
Sì, di sicuro anche il nero, il buio di un tunnel dall’uscita distante ma non irraggiungibile. Vedrà il bianco dei camici dei medici, suoi compagni di viaggio, ma anche del suo viso, messo a dura prova dalle cure. Bianca però è pure quella farfalla che vede poggiarsi, ogni mattina, al vetro della finestra.
Nero è ancora il televisore, strumento per evadere da quel mondo che le sta stretto. Nero è anche il vestito di 18 anni di sua figlia, emozionata per essere diventata “grande”.

Rosa è uno dei suoi foulard, fondamentali per coprire la testa ormai priva di capelli. Rosa è anche il colore del diario dell’altra sua figlia. Azzurro è il colore delle pareti della stanza in cui è imprigionata, ma anche la tonalità del cielo e del mare che si vede in lontananza. Un giorno vorrà guardarlo di nuovo, da vicino, magari con un bel gelato in mano.
Rosso è il colore del vomito, dopo una sfiancante seduta di chemioterapia, ma più intenso di tonalità è quello del cuore, che continua a battere, ad emozionarsi e a sperare.
Verde è il colore della bacinella, su cui chinare la testa, ma anche quello del camice dei volontari con cui scambiare quattro chiacchiere, ridendo e scherzando, facendo trascorrere allegramente il tempo.

“Sfida accettata” per me è andare una volta a settimana nei reparti di oncoematologia pediatrica per cercare di dare il mio piccolo contributo da volontario.
“Sfida accettata” è fare qualcosa di concreto nella ricerca contro il cancro ma è anche sensibilizzare sull’argomento come si è cercato di fare con questo esperimento.
Come dice Deborah, il bianco e il nero non sono però i colori adatti. Un arcobaleno sarebbe più indicato, perchè, nella lotta contro la malattia, anche le tonalità di umore e colore possono fare la differenza.

P.S. Non conosco di persona Deborah e gli aspetti e i colori che ho indicato non descrivono in particolare la sua vita, ma quella di tante persone che combattono ogni giorno contro il bianco e nero del cancro.

I 5 falsi miti sulla sensibilità

Eccoci qua, ancora una volta a discutere di sensibilità, la vera sfida di questo blog.
A volte se ne parla a sproposito, in modo sbagliato, addirittura si pensa che possa rappresentare qualcosa di negativo, da cui scappare.
E invece non è così e questo post vuole sfatare almeno 5 falsi miti sulla sensibilità (chi ne volesse aggiungere altri può farlo nei commenti).

1) Sensibilità è debolezza
Vulnerabili, scoperti, senza una corazza a proteggerci dai mali del mondo. Secondo questa scuola di pensiero, noi sensibili siamo esposti al vento, indifesi, ci soffermiamo sul particolare e ci sfugge l’insieme. Siamo sicuri che non sia il contrario? L’attenzione ad ogni singolo aspetto permette di cogliere al meglio il tutto. Guardate personaggi come Madre Teresa di Calcutta o Papa Francesco, sensibili e forti come pochi.

2) Sensibilità è sofferenza
L’uomo medio, che indossa una maschera diversa per ogni situazione sociale, pensa che la persona sensibile sia destinata solo a soffrire. Guardiamo in faccia la realtà, in parte è vero. Siamo coinvolti, non guardiamo solo il nostro orticello ma il giardino dell’umanità, patiamo insieme agli altri, amplifichiamo le emozioni, ma attenzione, anche quelle positive. Gioiamo il doppio, anche per le piccole cose, godiamo della semplicità e delle bellezze che ci offrono la natura e la vita.

3) Un uomo non può essere sensibile
L’ho sentita dire mille volte questa frase: “Sei un uomo, non puoi permetterti di essere debole o di piangere”. Non sono affatto d’accordo, i robot sono costruiti apposta per essere asettici e per produrre, noi abbiamo la fortuna di poter provare emozioni, scegliere se ridere e piangere, se affrontare la vita con gioia o disperazione.
Le lacrime davanti ad un film ricco di significato o guardando le immagini tragiche di un telegiornale sono quanto di più umano possa esistere. Uomo o donna poco importa, vivere contronatura non ha mai portato nulla di buono

4) Viviamo una vita frenetica, non possiamo permetterci di essere sensibili.
La prima parte della frase è obiettivamente vera, basta guardare alle nostre giornate e alla quantità di cose da fare per rimanere a galla. Ma che risultati ha prodotto questo stile di vita? Siamo forse virtuosi? Francamente non mi risulta e sono convinto che le cose migliori che doniamo a questo mondo derivino dalla sensibilità che alberga in ciascuno di noi. Abbiamo il dovere di fermarci ogni tanto e di ricaricare la batteria godendo delle bellezze che abbiamo intorno e che non notiamo presi dai nostri impegni. Ne beneficeremo noi in primis e poi la società intera.

5) La sensibilità non è roba da adulti
Tra tutti i falsi miti che ho incontrato lungo il cammino, questo è quello che mi sembra (rispettando sempre l’opinione di tutti) più discutibile. Vivo a stretto contatto con bambini di tutti i tipi e confermo che sono portatori sani di sensibilità. Sentimenti allo stato puro, senza alcun filtro, vivono e basta, senza pensare alle conseguenze e senza dover soddisfare il volere di alcuno. Inutile dire che un mondo fatto da soli bambini sarebbe un mondo nettamente migliore di quello che abbiamo, inutile aggiungere che siamo pieni di esempi di sensibilità anche tra gli adulti. I genitori devono rispettare la genuinità dei loro figli, assecondarli nella loro crescita e non reprimere la loro voglia di vivere. A volte forse siamo un po’ invidiosi di quella purezza, che abbiamo inevitabilmente perso.