In questa gabbia, in questo canile, per sempre!

Sono qui, un’altra giornata come le altre, stavolta un uomo e una donna insieme, passeggiano in mezzo alle gabbie. Ogni volta è una gara, a chi abbiaia di più, a chi si fa notare di più, è il nostro momento, dobbiamo convincere un essere umano a prenderci con sé. Il nostro momento di gloria, siamo tanti, forse troppi, chiusi in queste piccole gabbie, non c’è spazio per muoversi, siamo bloccati, mentre altri cani, fuori, corrono sui prati.

Lo chiamano canile, ma in realtà è più spesso una prigione, sì vero, mangiamo e beviamo, ma siamo isolati, seppur così vicini. Non possiamo giocare insieme, eppure ci sono cani così simpatici! C’è chi sta isolato, non parla (abbia) mai, si è rassegnato a passare tutta la sua vita in quella gabbia, c’è chi è più giocherellone, chi è di buonumore e chi non ha ancora perso la speranza, nonostante tutto.

Sono altruista come cane, gioisco delle gioie dei miei colleghi, ho in mente l’immagine di Max, quel pelosone della gabbia accanto, tanto triste fino al giorno in cui Maria, una piccola bambina bionda e chiassosa, lo ha liberato da questa agonia. Ho visto subito un sorriso sulla sua faccia (o almeno la parte di faccia che si poteva vedere con tutto quel pelo), ha cominciato a muoversi freneticamente, nonostante il torpore delle giornate passate “al fresco”.
Sì, succede così, dimentichi anche come si cammina, in quel poco spazio non ti resta che stare fermo, muoverti il meno possibile, tanto non serve a nulla.

Sono altruista in genere ma oggi mi sento egoista, ripenso al tempo in cui mi trovavo all’aperto, in città come sui prati, nei boschi come in campagna e voglio tornare ad essere felice. Forse anche all’inferno avrei più spazio, quindi ben venga un posto diverso, mi accontenterei di un padrone qualunque, seppur lunatico comunque qualcuno in carne ed ossa a cui far festa. Arrivano quattro persone, scelgono sempre gli altri, forse sono bruttino all’esterno ma vedessero che cuore ho e quanto posso dare!

Rimarrò ancora in questa gabbia, in questo canile, forse per sempre!

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Il cambiamento fallo prima tu!

L’ora legale“, il nuovo film di Ficarra e Picone, lascia in dote tanti sorrisi ma anche tanta amarezza, spunti per riflettere, al di là di una sceneggiatura da pellicola.
La parola chiave è cambiamento, un sindaco “pulito” sfida convenzioni e convinzioni di un Paese impregnato di legalità. L’entusiasmo iniziale e la voglia di rinnovarsi rappresentano una ventata di aria fresca e allora tutti giù in piazza, tutti ad urlare, euforia e tanta buona volontà ma quando ci si trova a rispettare regole che nemmeno ci conosce, subentra il terrore, il nuovo che spaventa, la scomodità di confrontarsi con l’ignoto. E allora ecco come un grande progetto si trasforma improvvisamente in una grane bolla di sapone, anche le migliori intenzioni devono cedere alla pigrizia della gente, alla sete di raccomandazioni, alla fame di illegalità.

Diciamocelo francamente, ci sono realtà che partono con un vantaggio secolare in quanto a illegalità, il crimine è talmente radicato che al cittadino non viene data alternativa, o vivi seguendo determinate convinzioni o muori, perché la tua coscienza ti logora mordendoti pian piano o ammazzandoti perché hai voluto fare l’eroe.
Non è difficile urlare “cambiamento”, non è impegnativo accennare una trasformazione, il primo periodo può essere anche piacevole, tutto sembra funzionare meglio. Bisogna però rimboccarsi le maniche, fare quello che non si è fatto per anni, “stuprare” la propria mente che si ribella. Il difficile viene quando chi si è arreso sin da subito o chi non ci ha nemmeno provato bussa alla tua porta chiedendoti il conto.

Lui è lì, è stato buono per un periodo, ora grida “cambiamento” come tutti gli altri. Accoglie da subito, con entusiasmo, la trasformazione del vicino, pensa di non esser nato  fesso, fa in modo che il mutamento parta da altri. Non ha però fatto i conti con i veri numeri, vede la massa insorgere e fiuta un pericolo per la sua tranquillità. Vuole tornare sotto le sue coperte sicure, non può accettare che tutto intorno ci sia fermento, non è stato interpellato anche se una certa mentalità del Paese gli appartiene.

Siamo tutti affascinati dai “portatori di legalità” ma aspettiamo sempre che siano gli altri a fare il primo passo, non ci pensiamo neanche a fare la differenziata ma poi vediamo che il vicino la fa e ci prendiamo d’invidia, dobbiamo dimostrare di essere anche noi “fighi”, non siamo mossi dai piedi della legge ma dall’ingordigia dell’apparire.
A volte sentiamo un mal di pancia forte, un disagio nella gabbia dell’ingiustizia, urliamo, ne veniamo fuori, ma siamo contaminati, quasi subito, dal virus dell’omologazione.
Spesso scappiamo, in luoghi più civili, senza cercare il cambiamento nella terra che ci ha cresciuto, la lasciamo al suo destino dimenticandola e additandola.
Talvolta rimaniamo, ci sporchiamo le mani e cerchiamo di intervenire per estirpare le radici del male. Sono dure e per un lungo periodo è un lavoro in solitaria, poi siamo in due, in tre e cominciamo a credere di potercela fare.
D’altronde è proprio questo il messaggio che ci vuole dare il finale de “L’ora legale”: la nostra Italia sta messa male, non abbiamo attenuanti e aspettando che il cambiamento parta da altri facciamo la muffa nell’illegalità

La burocrazia del dolore

La gente muore di freddo e il Paese muore di burocrazia, no, qui non si parla in senso figurato e non è neanche una provocazione, succede questo, nel 2017, in Italia.
Tartassati, dalle scosse, dalla pioggia, dalla neve e poi di nuovo dal terremoto, il Centro Italia vive il suo incubo quotidiano, si addormenta ma non sa se si sveglierà tutto intero. Sembrava non ci potesse essere nulla di più del 2016, invece il 2017 ci sta stupendo, sin da subito, con tutta la sua violenza.

C’è gente che è rimasta, davanti ad un cumulo di macerie, in una roulotte, semplicemente blocchi di gelo, igloo un po’ meno ospitali. Non si vuole staccare dalle proprie origini, non può abbandonare i propri animali, che muoiono, anch’essi, di freddo. La quiete dopo la tempesta non c’è mai stata, ha continuato a piovere sul bagnato e a nevicare sul gelato, invocare il destino, Dio, o chi per lui non è servito a niente.
Siamo di fronte ad un’emergenza senza eguali, il nostro povero stivale sembra come uno di quei souvenir a forma di palla di neve, ogni tanto qualcuno si diverte ad agitare il tutto e balliamo balliamo, senza però divertirci.

Il cuore degli italiani cozza con la lentezza delle burocrazia, che si impantana, ancor di più, nelle emergenze.
I milioni di euro, raccolti con i tanti sms inviati da un popolo sempre solidale, sono fermi, intrappolati nelle maglie dello Stato. Devono essere sbloccati da qualche altro passaggio burocratico dicono, ne parlano nelle tv, nelle radio, sui giornali, gli stessi media a disposizione dei tanti abitanti del Centro Italia.
Si chiedono perché, sono angosciati, hanno già perso la speranza o forse non l’hanno mai avuta. Hanno saputo di persone nelle loro stesse condizioni rimaste in alloggi di fortuna per anni, hanno visto il politico di turno, precipitarsi il giorno dopo la disgrazia, defilarsi con altrettanta velocità.

Il calore umano come unica fonte naturale, perché saltano luce, gas ed elettricità. Gli affetti, per chi è stato fortunato, sono l’unico appiglio in una situazione inspiegabile e forse, sotto sotto, non avere la tv, nelle tende o nelle roulette, è una tutela contro le puttanate sparate a raffica dal potere.
Passano i giorni, muoiono persone e speranze e muore la dignità di chi, con un semplice click o con una firma da un nanosecondo, potrebbe sbloccare milioni di euro. La burocrazia è un caterpillar a servizio di uno Stato ingordo, non chiude un occhio davanti alle emergenze ma anzi si blocca, quasi spaventata, forse quando non c’è da “mangiare” (in termini di tangenti, guadagni ecc..) non ha la stessa grinta di sempre.

La povera gente di Amatrice farebbe bene a cercare agganci nella politica, ad allisciarsi il politico di turno, a contattare il papà della Boschi. Amatrice non ha lo stesso fascino della “Monte dei Paschi”, la sua gente non è portatrice di potere, quello che detiene, ad esempio, una banca. La gente di Amatrice è umile, buona, dignitosa e uno Stato ingordo, perfido e indecente non è naturalmente attratto da essa. Eppure bastava poco, bastava avere tra i propri abitanti un qualsiasi parente della Boschi, del deputato X o del senatore Y, lì sì che si sarebbe sollevato un polverone, lì sì che sarebbe stato tutto ricostruito in pochi mesi.

L’ignoranza dei sentimenti

Siamo ignoranti, ce lo dicono i numeri, le classifiche, i media. Gli italiani si piazzano in basso, grande livello di analfabetismo, pochissime persone che leggono, poco interesse verso la cultura in generale.
Ci fanno la morale, ci sono titoloni sui giornali, articoli su riviste e siti web, ogni anno è sempre la stessa storia, allarmismo fine a se stesso, poi cambia il giorno, scema il clamore e nessuno fa niente concretamente per cercare di migliorare la situazione.

Vero, nessuno lo può negare, siamo un popolo ignorante e dobbiamo fare qualcosa per alzare il livello, per noi e per i nostri figli, ma qualcuno ci ha mai detto che siamo un popolo estremamente sensibile? I sapientoni dei sondaggi, l’Europa che ci bacchetta per qualsiasi cosa, ha mai provato a fare una classifica della sensibilità di un popolo? No? Forse perché non conviene agli amici tedeschi che sembrano tutto fuorché sensibili? Forse perché non uscirebbe una bella immagine dei cugini francesi, troppo snob per mostrare i loro veri sentimenti?
Non ho una risposta sicura, probabilmente i due popoli sopra citati si rivelerebbero grosse sorprese in questi termini, ma vi faccio e mi faccio una domanda, ad un popolo serve più la cultura o la sensibilità? Dopo un terremoto, con persone al gelo e senza casa, nelle emergenze in generale, serve più una frase di D’Annunzio o sostegno e parole di conforto?

Parliamo di media nazionale anche qua, ovvio che poi ci siano persone sensibili che si spoglierebbero dei propri vestiti per darli al prossimo in difficoltà e persone che si voltano semplicemente dall’altra parte, ne trovate dell’uno e dell’altro tipo nel vostro condominio, nel vostro quartiere, nelle vostre città. Certamente conoscerete persone che non azzeccano un congiuntivo ma anche persone che non smettono di stupirvi con le loro conoscenze. Un mix sarebbe l’ideale per la salute e la reputazione di un popolo ma perché non si parla poi così tanto spesso del cuore degli italiani e delle loro risposte concrete alle emergenze?

Vi dirò una cosa, che forse vi farà rabbrividire: ignoranza e sentimenti si sposano benissimo, forse è il connubio migliore. I sentimenti seguono infatti una logica? Sono prevedibili? Li possiamo descrivere in un dizionario e aspettarci che si manifestino sempre nello stesso modo? Ignoriamo i sentimenti, ci possono travolgere come tornado o presentarsi in forma velata, sì, possiamo dare una definizione astratta di amore ma esso si sprigiona in mille varianti differenti.
Ignoranza è anche purezza e i sentimenti sono incontaminati per antonomasia.

Dunque siamo ignoranti, leggiamo poco e dobbiamo necessariamente fare di più per non ridurci ad un gregge di pecore, però diteci anche che siamo sensibili e che abbiamo un cuore d’oro. Sia ben chiaro, parliamo di noi cittadini, non fate caso alla politica, solo noi, tra di noi, sappiamo affrontare le emergenze. Da fratelli, da italiani.

Il volontariato allunga la vita

Volontariato, una parola che si usa e di cui si abusa. Dovrebbe essere un’azione silenziosa, quasi naturale, figlia dello scopo originario di ogni essere umano di aiutare gli altri ma spesso è sbandierata, serve come veicolo per accumulare potere, come vetrina per farsi belli agli occhi degli altri.
Credo però che il volontariato non debba essere tenuto per sé, credo che le belle azioni debbano essere diffuse, in modo da essere esempio per altri, in modo da avvicinare quante più persone possibili all’altruismo e alla fratellanza. L’importante è l’intenzione con cui ci approcciamo a esso e, anche se qualcuno dovesse fare un’opera di bene per un proprio tornaconto in termine di immagine, sapete che vi dico, basta che la faccia!

Il volontariato allunga la vita, perché l’uomo non è nato per essere egoista e se lo è prima o poi ne paga caro il prezzo.
Il volontariato allunga la vita delle persone cui prestiamo il nostro soccorso, il nostro tempo, il nostro affetto, impareggiabili, molto più preziosi di qualsiasi offerta di denaro.
Il volontariato allunga la vita perché se fai del bene prima o poi ritorna, sotto svariate forme e, anche se non ritorna, comunque si è fatto qualcosa per migliorare questa società.
Il volontariato allunga la vita perché chi lo fa incide sulla struttura di una società, di una Nazione, del mondo intero, anche in una parte infinitesimale.
Il volontariato allunga la vita perché una vita in cui veniamo ricordati per qualcosa che facciamo nella società e per la società, ci deve sembrare per forza più lunga.

Fate volontariato con i bambini malati e vedrete che ogni gioco non avrà neanche un quarto del valore della compagnia che gli state facendo.
Girate la sera per la città, avvicinatevi ad un senzatetto e dopo avergli dato coperta, cibo e bevande, mettetevi a parlare con lui, vedrete che di quel giorno si ricorderà solo l’amabile chiacchierata con voi.

Il volontariato allunga la vita, la vostra e quella delle persone a cui “prestate” il vostro tempo e il vostro cuore.

Solo i bambini dicono la verità

Solo i bambini dicono la verità. Sì, lo so, starete pensando alle bugie che vi sarà capitato di sentire dai più piccoli ma vi rassicuro: sono tutte innocenti e nemmeno lontanamente paragonabili alle menzogne degli adulti.
Solo i bambini dicono la verità, nel bene o nel male, portano sollievo ma possono anche trafiggerti con le loro frecciate, senza peli sulla lingua, non conosco ancora i mille condizionamenti della società.
E noi adulti sappiamo come si fa? Riusciamo a riportare esattamente le cose come stanno senza i proverbiali frullati cerebrali, senza farci influenzare dal “come dovrebbe essere”?

Passiamo la vita a circondarci di persone influenti, persone che ci possono essere utili a lavoro, persone che possono alleviare le nostre sofferenze, persone che semplicemente ci fanno sentire meno soli. Magari ci fanno antipatia, non riusciamo proprio a sopportale ma la loro presenza ci è utile, in qualche modo. Comunque non riusciamo mai a trovare il coraggio di sbarazzarci di loro per dedicare più tempo alle persone che ci fanno semplicemente stare bene, che ci fanno semplicemente essere noi stessi.
Se stai antipatico ad un bambino sei spacciato, te lo dice subito, anche se sei il Presidente della Repubblica. Puoi recuperare terreno ed entrare nelle sue grazie col tempo ma non subito e comunque non per il ruolo che ricopri.

Ogni giorno la porta di casa si apre, vediamo i nostri genitori e ci viene voglia di dirgli un “ti voglio bene”. No, non lo facciamo, c’è sempre tempo e poi non è una cosa che direbbe un uomo, lo vediamo quasi come un segnale di debolezza. Poi perdiamo i nostri cari, un giorno, all’improvviso, ci mordiamo la lingua per non aver detto quelle tre parole, il rimpianto ci logora per tutta la vita.
Un bambino torna da scuola e ogni giorno abbraccia e bacia sua madre e suo padre. Il “ti voglio bene” esce naturale dalla sua bocca, per lui è un vanto, non una vergogna. Dice semplicemente quello che prova.

Marco è un ragazzo trasandato, ingrassato di 20 kg. Non si cura più, non si pettina, emana un cattivo odore. Quello che ritiene essere il suo migliore amico lo consola, ma non trova mai il coraggio di affrontare la realtà. Usa frasi come “ma non stai poi messo tanto male” o “prima o poi la ruota gira per tutti”.
La sua vita cambia quando suo fratello, di 7 anni, gli dice in faccia la verità: “Sei brutto e puzzi mentre prima eri un bel ragazzo e adoravo il tuo profumo”. Basta una frase, Marco capisce che tutto dipende di nuovo da lui, lavora duramente su se stesso e torna quello di prima.

Luca è innamorato da 5 anni di Sara, una sua compagna di classe del liceo. Non ha il coraggio di dichiararsi, prima perché “si sente brutto”, poi perché “non si sente all’altezza”, poi il problema è “cosa penseranno gli altri”, infine diventa “e se dovessi rovinare la nostra amicizia?”.
Lo stesso Luca, in prima elementare, era innamorato di Paola. Dopo tre giorni dall’inizio della scuola le mandava una lettera con scritto: “Ti vuoi fidanzare con me?” e con due caselle: un sì e un no
Era ancora custode della verità, come tutti i bambini, poi è cresciuto e ha capito che dire la verità non fa parte del mondo dei grandi.