Anna Frank non ha bisogno di questo show

Anna Frank, un nome e un cognome, che in realtà sarebbero da ricondurre a Annelies Marie Frank.
Anna Frank, una ragazza coraggiosa, che con le parole ha smosso macigni, le stesse parole che, in queste ore, la stanno infangando. Tutto nasce con un gesto becero di alcuni ultras della Lazio, adesivi che raffigurano Anna con la maglia della Roma, storie di politica, estrema destra, storie di straordinaria follia.

Di lì in poi tante cose belle e tante cose brutte: la dura condanna da parte del mondo del calcio, una pagina del Diario di Anna Frank letta prima di ogni partita, le reazioni dell’opinione pubblica coese e sdegnate. Ma anche a uno show in piena regola: allenatori che parlano senza cognizione di causa, chi si erge a paladino per farsi bello, chi dice addirittura di non conoscere Anna Frank, chi si gira tutte le televisioni per dissociarsi dai propri tifosi e poi casca in fallo come un principiante.

Non abbiamo bisogno delle parole di Claudio Lotito per ricordare gli orrori della Shoah, non abbiamo bisogno delle sue visite alla Sinagoga per chiedere scusa ad un mondo che ha sofferto troppo. Una pagliacciata in piena regola, la registrazione di uno sfogo nel bel mezzo di un aeroporto tra i più affollati al mondo, un’arroganza senza uguali.

Anna Frank ha scritto pagine memorabili di storia, ha scavato nell’animo umano con parole semplici e dirette, ha raccontato una sofferenza diretta, il brivido della fuga, gli orrori perpetrati da altri esseri umani, una guerra illogica, uno sterminio abominevole.
Anna è una figura affascinante, carismatica, un sorriso che ti conquista subito, una serenità che contrasta con una fase storica drammatica.
Leggiamo il suo diario prima delle partite ma Anna non ha bisogno del calcio per essere ricordata, né di uno show in piena regola che la trasformi in un fenomeno da baraccone.

Perché non c’è bisogno di essere uomo per avere gli attributi, lo sa Anna Frank che per arricchire le sue pagine rischiava la propria vita, non lo sa, di sicuro, chi uomo crede di esserlo e chi, fenomeno da baraccone, lo è di sicuro.

Annunci

Caruana Galizia: una bomba contro il vero giornalismo

Oggi è una giornata di lutto, di riflessione di sgomento.
La giornalista e blogger Daphne Caruana Galizia è stata uccisa a Bidnija, nell’isola di Maltauna bomba ha fatto esplodere la sua auto. Verità in frantumi, come una vita, parliamo di umani, non di bambolotti da far deflagrare per gioco.
La Galizia aveva lavorato ai MaltaFiles, un’inchiesta importante, una vera e propria bomba mediatica che aveva portato ad individuare Malta come “lo Stato nel Mediterraneo che fa da base pirata per l’evasione fiscale nell’Unione europea”.

Il vero giornalismo, la ricerca oltre la superficie, la voglia di far emergere realtà scottanti e di migliorare il sistema. Una bomba mediatica che diventa bomba vera, lo scoppio è forte, così come il dolore, la consapevolezza che il male non sopporta la verità, che chi si adopera per il bene di un Paese rischia di fare una brutta fine.

Siamo abituati a figure di giornalisti ibride, troppo accondiscendenti con i propri direttori, imbavagliati dalle logiche di potere, scontati, banali, molti hanno rinunciato al fuoco sacro che muove la voglia di sapere, di far emergere, di indagare.
Un posto di lavoro basta e avanza, al diavolo l’inchiesta, l’approfondimento, bisogna essere buoni coi padroni, porgere l’altra guancia alla corruzione e un’altra parte del corpo al sistema.

Il caso dei “Panama Papers” scotta, lacera equilibri, una bomba che fa saltare in aria la verità squarta anche l’anima, segna nel profondo, ammazza le velleità di chi lotta per la giustizia a tutti i costi. Galizia aveva pubblicato un articolo sul suo blog, la sua vetrina virtuale di verità, pochi minuti prima di morire.

Ricordiamola, non smettiamo mai di ringraziarla, facciamo luce sulle dinamiche e sui colpevoli, prendiamola come esempio. Giornalismo è giustizia, giornalismo è verità, ma la storia ci insegna che si salta ancora oggi in aria, semplicemente per aver fatto il proprio dovere.

I soldi non fanno l’umanità

Esseri umani, siamo esseri umani. Houston, abbiamo un problema! Ce ne siamo dimenticati, meglio ripeterlo, siamo esseri umani!
Ho frequentato diversi posti di lavoro, probabilmente tanti ancora ne frequenterò.
Ho frequentato diversi ambienti “di vita”, probabilmente tanti ancora ne frequenterò.
Ho visto professionisti esemplari nel loro lavoro ma dilettanti nella vita.
Ho visto persone deviare il proprio percorso verso un altro ascensore perché prendere lo stesso “mezzo” di uno stagista sarebbe stato mischiarsi con la plebe.
Ho visto cose che voi umani proprio…parlo con voi, umani veri, perché non basta avere una conformazione da uomo per esserlo.

Uomo è portatore di emozioni, di sentimenti, manifestante di umanità.
Uomo è sorriso, rabbia, verità. Uomo non è avvocato, né medico, né calciatore, uomo è chi tende la mano agli emarginati, chi guarda all’essenza e non all’apparenza. Un abbraccio a quelli che non hanno magari un titolo altisonante, a quelli che hanno deciso di puntare sulla propria umanità.

Tutti bocciati all’esame di abilitazione alla vita, tutti tronfi con un pezzo di carta appeso alla parete. Ricchi da non saper dove mettere i soldi, soli nella loro indifferenza, i titoli dei giornali li esaltano, la vita li ha già etichettati come perdenti.

L’ascensore degli esseri umani è sempre più vuoto ma il portatore di umanità incita coloro i quali vogliano entrarci. Basta ascoltare la propria essenza, a niente vale un assegno a 9 zeri.

I soldi non fanno l’umanità.