Uccidetevi tra di voi, ma lasciate stare i bambini!

Sarà che non ci si abituerà mai a tanta violenza, sarà che la vita ci stupisce tanto in positivo quanto in negativo, sarà che il limite che ti eri configurato idealmente viene oltrepassato con puntualità disarmante.

Si uccide dalla notte dei tempi, da Caino e Abele, da quando l’uomo è stato creato (male). Si uccide per difendere un territorio, per fame, per guerra, per gelosia, per vendetta. Si uccide guardando in faccia la vittima o voltandosi dall’altra parte, col coltello o con l’accetta, con una pistola o a mani nude.

Uccidono anche gli animali, per sopravvivenza, per ragioni sicuramente un po’ più nobili, se si vuole provare a dare un’accezione positiva all’orrore del gesto. Si uccide e addirittura si resta impuniti, si uccide e ci si fa il conto che tanto, male che vada, in poco più di dieci anni si sconta una pena e si ricomincia un’altra vita. Si uccide una vita, quella, dopo dieci anni, non tornerà, se ne è andata via per sempre. Si uccidono genitori, parenti, qualcosa muore dentro e non rinasce più.

Si uccidono anche i bambini, scippando la società di freschezza e creatività, di purezza e felicità. Si uccidono bambini per un letto nuovo. “Ho ucciso il piccolo Giuseppe perché con la sorellina, giocando, aveva rotto la sponda del lettino“. Sì, non è uno scherzo brutto brutto, è realtà, lacerante.

Poi c’è chi ha difficoltà ad uccidere una mosca, è fastidiosa, ronza nelle orecchie, non si riesce a dare il colpo decisivo. Una formica, una coccinella, un ragno, rispetta la vita del prossimo, indipendentemente dalla sua classificazione negli esseri viventi.
Sì, probabilmente qualche volta cede, qualche mosca rimane stecchita ma non riesce a concepire l’oltre. Accende la televisione, l’ennesimo omicidio, si uccide senza riflettere, si uccide come sport, la vita non ha più il suo valore.

Uccidetevi tra di voi, ma lasciate stare i bambini! 

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Morto di freddo

Un’altra giornata è andata, un’altra. Sono tutte differenti, anche se l’essere umano si lamenta in continuazione della monotonia, si lamenta lui con la sua varietà di cose da fare. Io sono qui, tra una panchina e un gradino della banca, mi sveglio presto, quanto il sole illumina il mio cartone.

No, non mi sveglio incazzato come gran parte della gente, anche se forse ne avrei tutti i motivi: licenziato a 50 anni, abbandonato dalla famiglia, senza soldi e senza lavoro. Tuttavia mi sveglio e, in queste condizioni, risvegliarsi è un dono di Dio.

Mi imbatto nell’indifferenza della gente ma anche nel sorriso di Anna, ha un bar proprio all’angolo, aspetta che il proprietario si assenti per offrirmi cornetto e cappuccino, lo paga lei ma guai se viene beccata, perderebbe il suo posto di lavoro, proprio come me. Con quei due bocconi a volte tiro dritto fino a cena, ero grande e pasciuto fino a qualche anno fa, ora mi si vedono le ossa. Non importa, cerco di alimentare il mio sorriso, se perdo quello è finita!

Ho incontrato diversi compagni di viaggio, litigato per un posto più riparato, pianto per la morte di un nuovo amico. Vivo per pochi piccoli gesti, come quell’euro donato da una bellissima bambina bionda, accompagnata dalla mamma ogni giorno, verso chissà dove.

Da qualche parte c’è anche mio nipote, non so come sta, non mi permettono di vederlo. Sono un barbone, un clochard, per alcuni un appestato, ma ho scelto la libertà, non voglio pesare su nessuno, chi è causa del suo mal pianga se stesso.

Arriva la sera, questo è il periodo più difficile, ma meno male che ci sono loro, gli Angeli della notte, un pasto caldo, due chiacchiere e posso mettermi “a letto” con più serenità. Ma non muoiono di freddo a girare così per la città? Hanno case, famiglie e amori, perché perdono tempo con noi? Non ho perso il senso dell’umorismo, parlo di morire di freddo, io che di questi tempi batto i denti a mo’ di orchestra.

Sono spiritoso, l’ho chiamato letto ma è un cartone che conservo gelosamente, la mia casa, la mia dimensione, in questo periodo ci sono pure le coperte.

Arriva la notte. Non riesco a dormire, il cartone non basta, le coperte non coprono, batto i denti, ho i sussulti. La città è deserta, prego Dio di addormentarmi il prima possibile, mi accontenta ma non mi sveglio. Sono “morto di freddo”, forse non ho avuto abbastanza calore dall’umanità.

Foto: interris.it

Il cuore batte senza un perché

Il cuore batte senza un perché, no, non voglio far storcere il naso a scienziati e cardiologi, tutti sappiamo che è un meccanismo indispensabile per la vita umana.
Qui si parla di sentimenti, emozioni, cuore in astratto, più grande del proprio pugno, a volta talmente ingombrante da prendersi tutto l’insieme

Se si domandasse il motivo non sarebbe più cuore, sarebbe mente, ragione e quella è tutta un’altra storia. Fateci caso siamo tutti uguali davanti alle emozioni vere della vita.
Andate in aeroporto, soffermatevi sulle facce, sugli arrivederci che a volte hanno lo stesso peso di un addio, sui volti rigati dalle lacrime.
“Mi devo fare forte”, “Non posso piangere”, ce lo imponiamo perché piangere è da bambini o da deboli (la più grande sciocchezza del secolo), poi puntualmente crolliamo.

Persone mature, fidanzati, genitori, amici, di ogni età e latitudine, il cuore batte, senza un perché, torniamo in contatto con la nostra vera essenza, torniamo veri, anche solo per pochi minuti. C’è un qualcosa di straziante in un saluto imposto dal lavoro o dallo studio, ma c’è tanta, forse troppa umanità. Vibriamo ancora di amore, siamo proprio noi, credevamo di essere blocchi di granito inscalfibili.

Il fazzoletto bianco che saluta un treno in partenza ha un qualcosa di romantico ma anche di antiquato. Adesso non sono addii, la tecnologia e il progresso ci consentono di avvicinare visi, anime e cuori. Il dolore come l’emozione non risparmia nessuno, sono livelle sociali senza eguali.

Siamo tutti agli arrivi, ad aspettare un nostro caro che non vediamo da mesi, la realizzazione di un nostro sogno, la buona notizia dietro una malattia logorante. L’orario di atterraggio si avvicina, il cuore pulsa sempre più forte fino ad esplodere a quella visione che abbiamo ripercorso nella nostra mente centinaia di volte.

Il cuore batte senza un perché