Papà, perché c’è un bambino in mare?

Bambini in mare, corpi senza vita, nessuna simulazione, nessun bambolotto lanciato in acqua, nessun ciak da cinema, solita e squallida realtà.
I figli dei popoli che dovrebbero accogliere si fanno delle domande, per loro è tutto così strano, per noi lo è sempre meno e questa è la peggior sconfitta per il genere umano.

B. “Papà, ho visto una foto su internet, c’erano due persone che avevano in braccio un bambino, cosa gli è successo, non sembra neanche vero, dimmi che è un film papà, forse è Cicciobello, è così fermo!”.

P. “Tesoro, è un bambino vero, è caduto da una barca mentre cercava di raggiungere la terra, quella dove stiamo noi. Non c’è riuscito”.

B.“E come è possibile papà? Io ho preso tante volte le barche con te, non sono pericolose, anzi sono divertenti!”

P. “Non era una barca sicura, era vecchia e piena piena di persone. Il mare era brutto ed è finito in acqua”.

B.“Ma le persone della barca avranno chiesto aiuto, avranno urlato, non li ha visti nessuno?”.

P. “Non c’era nessuno nei dintorni figliolo, purtroppo”.

B. “Papà, non è possibile, quando usciamo noi in barca ci sono sempre tante altre navi, impossibile non li abbia visti e sentiti. Chissà quanto ha pianto quel povero bambino…”.

P. “Forse li hanno visti, ma non tutte le persone sono buone”.

B. “Papà, non ci posso credere. Hanno visto tutte quelle persone in difficoltà e non hanno fatto niente? Ci sono tante navi grosse che potevano salvarli”.

P. “Lo so, hai ragione, ma litigano per chi li deve salvare e nel frattempo a queste persone possono succedere brutte cose”.

B. “Papà, ti prego, dimmi che è uno scherzo, mi vuoi dire che ci sono persone che vedono bambini in acqua che piangono e che non intervengono? Ma sono dei mostri, non delle persone!”.

P. “Succede proprio così, figlio mio!”

B. “Ma papà. Perché non andiamo a salvarli noi. Abbiamo una barca, facciamo un po’ di viaggi e salviamo quei bambini. Magari sono simpatici e possono diventare miei amici”.

P. “Non possiamo farlo noi figlio mio, lo devono fare le persone giuste, quelle che hanno il compito di farlo”.

B. “Ma papà, perché vengono tutti qua da noi? Perché stanno giorni in mare e non stanno a casa loro?”.

P. “Hanno fame, a volte c’è la guerra nel loro Paese, altre volte vogliono semplicemente un futuro migliore”.

B. “Ma è semplice papà, perché le persone giuste che devono salvarli non gli danno un pezzo di pane e un poco di acqua? Per esempio noi a tavola mangiamo troppa roba e spesso buttiamo tutto nel cestino. Papà ti prego, mangiamo di meno e salviamo quei bambini”.

P. “Vorrei poter fare qualcosa figlio mio, ma non tocca a me”.

B. “Papà, ho visto un bambino morto in spiaggia, un bambino come me, perché io sono così fortunato e lui no?”.

P. “Dipende da dove nasci, dipende dal destino, dipende da Dio”.

B. “Ma se muore in mare, mentre nessuno lo salva, non dipende da noi? Papà, perché è così cattivo l’essere umano? E se avessi bisogno anche io di essere salvato un giorno, mi lasceranno morire?”

 

Annunci

L’indifferenza è la peggior forma di razzismo

629 persone, non 629 sagome. 629 battiti, 629 storie, stoppate dall’alt dell’indifferenza. Malta, Italia, il governo, il pugno duro di Salvini, tutti dettagli, ci sono 629 essere umani a largo, ci sono bambini, donne, pianti all’interno di una nave, l’Aquarius della Ong Sos Mediterranee.

Prima il lungo viaggio in imbarcazioni diroccate, poi il raggio di sole, un’operazione di recupero come tante, per dare conforto a tante anime partite ancora una volta dalla Libia, con un lumino di speranza saldo tra le mani.

Ci prodighiamo per campagne contro il razzismo, fermiamo le partite negli stadi al primo coro, puntiamo il dito contro gli imbecilli, condanniamo le pessime frasi dette, le immagini di cattivo gusto, i comportamenti da ignoranti. Tutto giusto, tutto profondamente giusto ma ci sfugge un’altra forma di razzismo, forse la più grave: l’indifferenza.

“Abbiamo troppi problemi in Italia per occuparci di loro. Pensiamo alle nostre faccende!”
“Ci rubano il nostro lavoro, stiamo morendo di fame, siamo tutti disoccupati”
“Dobbiamo usare il pugno duro con l’Europa, non possiamo caricarceli tutti noi”
“Chiudiamo i porti, salvaguardiamo le nostre città”
“Qualcun altro penserà a loro. Malta no e noi sì?”

L’elenco è pressoché infinito, un concentrato di indifferenza che fa più male di qualsiasi frase detta, una scrollata di spalle e via. Un fenomeno che riguarda tutti, cittadini, politici, intellettuali. Un’allarmante forma di razzismo, subdola, che riporta al “me ne lavo le mani” di Ponzio Pilato.

Ben vengano le discussione nelle sedi dell’Unione Europea, gli accordi, le ripartizioni, un intervento comune che eviti il collasso ma risparmiatecele mentre 629 persone attendono di capire, in mare, che fine faranno. Sì, 629 persone non italiane, altro colore di pelle, altra nazionalità, semplicemente fratelli dello stesso mondo.

Perché una società che vuole dirsi globalizzata non può prescindere dal coinvolgimento emotivo, dalla considerazione dell’altro, dall’azione prima delle chiacchiere, dalla mano che si tende alla prima richiesta di aiuto.

Bisogna essere umani, proprio come le 629 persone dell’Aquarius.

Fate la guerra dentro di voi!

Chiudete la porta, per carità, chiudetela bene! Fate la guerra al vostro mostro interno, controllate la vostra smania di potere!
Il problema è vostro, di come siete nati, di come siete cresciuti, risolvetelo dentro di voi , all’interno delle vostre Nazioni, no, non c’è bisogno di fare la guerra!

Vi hanno insegnato che essere uomini significa avere potere, che il potere si conquista col denaro, che il denaro si procura con la potenza, sempre a discapito di qualcuno.
Avete trasformato delle povere persone in slot machine, non sputano il loro denaro, non lo hanno mai avuto, ma sputano vita che gonfia petto e portafogli.

Comunque voi vi chiamiate fate la guerra a voi stessi, al vostro carattere. Fate la guerra alla società, ai suoi ideali perversi, all’opinione che l’essere uomo sia direttamente proporzionale all’essere potente.

Fate la guerra ai toni di voce alti, alle conferenze stampa in pompa magna, alle dita puntate, alle sfide lanciate, fate la guerra alla vostra indifferenza, ai volti che si girano da un’altra parte, alla sordità davanti alle urla di bambini martoriati.

Fate la guerra alla guerra, alla convinzione che sia sempre colpa di qualcuno, ai missili lanciati a casaccio, alle case che saltano in aria mentre qualcuno mangia pane raffermo.

Fate la guerra ai “banditi dell’infanzia“, a chi ha rubato un sogno, una possibilità o semplicemente degli occhi per guardare. Fate la guerra a chi inquina l’aria, alla morte a fuoco lento, alla chimica che diventa morte per un sadico piacere.

Fate la guerra alla vostra idiozia, fate la guerra dentro di voi, perché fuori ci pensiamo noi! Lasciateci in pace, il mondo è roba nostra, perché renderlo bello è molto più facile che sporcarlo con i vostri giochi di potere!

Il malato ricco e il malato povero

A. Tutto all’improvviso, una fitta al cuore, mi sentivo morire, le ultime forze per comporre il numero di mio figlio, poi non ho capito più niente, una corsa matta con la macchina verso la clinica più vicina. Era infarto, posso ancora raccontarlo.

B. Non ho avuto il tempo di rendermi conto, è successo tutto in fretta, una chiamata a mio figlio mentre mi sentivo soffocare, la corsa in ospedale, mi hanno lasciato su una barella, non so quanto ho aspettato. Mi hanno operato, era infarto ma posso ancora raccontarlo.

A. Il peggio sembra ormai passato ma ancora sono ammaccato. Sono nella mia stanza, da solo, in una clinica d’eccellenza. Pago, ho messo i soldi da parte anche per queste evenienze. I miei parenti vengono quando voglio, la tv a schermo piatto a farmi compagnia.

B. Il peggio sembrava passato ma evidentemente l’incubo doveva cominciare. Dopo l’operazione la trafila per trovare posto. Sono in una stanza con altre due persone, dalla brandina sono passato ad un letto. Posso guardare solo i muri scrostati sperando che non venga tutto giù da un momento all’altro.

A. Ho avuto tempo per pensare al motivo per cui sono arrivato fin qui. Nel silenzio della mia stanza a quattro stelle ho capito di aver sbagliato. Ritmi infernali, troppo lavoro, ho rischiato di perdere tutto in un attimo.

B. Ho avuto un infarto, vorrei rivalutare tutto per bene, riflettere con calma per non ricaderci, ma mi trovo qua, tra la puzza di merda e l’aria condizionata che non funziona.

A. Sono ricco, ho avuto le cure migliori e la stanza migliore, dovrebbe essere per tutti così.

B. Sono povero, in un ospedale pubblico del Sud. Ho vissuto le pene dell’inferno. Al Nord dicono che l’ospedale pubblico sia un’altra cosa. Non so, non ho i soldi per andarci.

Ricchi e poveri, anche nella malattia. L’infarto è lo stesso, il percorso è diverso.

Non lasciamola vinta a questo mondo di merda!

Un femminicidio al giorno, se tutto va bene, se siamo fortunati.
Sei alla fermata del tram e ti spaccano la testa, senza motivo, come se ci fosse un motivo, comunque, per spaccare una testa.
Professori settantenni che seducono giovani alunne sfruttando la loro posizione di vantaggio.
La sede di “Save The Children” attaccata in Afghanistan. Sì, proprio il rifugio di chi si impegna per dare speranza a bambini già abbastanza bersagliati dalla vita.

Preti pedofili, sì proprio quelli che dovrebbero instillare nei giovani messaggi di pace e amore.
Politici corrotti, molestie sul lavoro, giornalisti presi a pietrate perché stanno documentando la merda che c’è in giro. Mafia di qua, mafia di là, 100 arresti al giorno e poco cambia.

Ripartiamo da qui, c’è tanta merda in giro, inutile usare giri di parole, inutile cercare termini più blandi. Prima i giovani avevano un sogno adesso hanno un coltello in mano, girano le baby gang e seminano il terrore. Hanno fallito le famiglie, la Chiesa, le scuole e lo Stato.
No, non possiamo lasciare perdere, non possiamo rassegnarci, anche se vedere il telegiornale è una pugnalata al cuore, più forte, ogni giorno.

Affidiamoci agli eroi, alle mosche bianche, ai magistrati che combattono il male, ai volontari in zone di guerra, ad una famiglia unita fondata su valori sani. Affidiamoci alla normalità che nel mondo di oggi rappresenta la vera follia. Affidiamoci a chi trasforma le difficoltà in spinte per migliorare l’umanità, non smettiamo di essere esempi positivi per la parte sana che ancora resiste.

Non lasciamola vinta a questo mondo di merda!

 

Rigopiano: il bello, il brutto e il cattivo

Rigopiano un anno dopo. 29 vittime, 11 sopravvissuti, storie che si intrecciano in un feroce gioco condotto dal destino.
L’incubo martedì, il miracolo venerdì. Una slavina travolge tutto, accartoccia un hotel senza preavviso, colpisce alle spalle, entra nelle viscere. Una voce di bambina alimenta un sogno, 4 bambini vengono estratti vivi, illesi, stanno tutti bene.

In mezzo tanta confusione, dinamiche incomprensibili. Non c’è solo la cattiveria della vita, il destino che ti colpisce quando sei indifeso, mentre sei in un centro benessere bloccato per il maltempo. Non c’è solo la fatalità di una sorte che colpisce me e non te, che salva una famiglia che gioisce e ne distrugge un’altra che si dispera. Non c’è solo la violenza della natura che si prende ogni cosa quando e come vuole.

No, perché ci sono tante cose su cui fare chiarezza. C’è il brutto della Prefettura, quelle telefonate strazianti in richiesta di aiuto. C’è chi ha pensato ad uno scherzo e ha continuato a non sentirci per ore. C’è un’abitudine all’italiana per cui si può solo curare. La prevenzione d’altronde non serve, tanto le cose capitano sempre agli altri e sempre altrove.
Eh no, non era uno scherzo. Eh sì, può succedere che un hotel sparisca nel nulla in un attimo. Pagherà qualcuno? Lo aspettano le famiglie delle vittime, lo aspetta la società civile.

Grazie a Dio c’è il bello e ce n’è tanto. Il bello dei soccorsi, i vigili del fuoco, i volontari, la protezione civile. C’è la caparbia di chi lotta per estrarre corpi dalle macerie, c’è l’esplosione di gioia nel salvare 4 giovani esistenze, l’ostinazione di chi di morire non vuol proprio saperne. C’è il cuore dei sopravvissuti che addirittura si sentono in colpa per chi se ne è andato.

C’è il bello, il brutto e il cattivo, in una classica storia all’italiana.

 

Un giorno di “ordinaria” molestia

«Esco la mattina per andare a lavoro, tutti i giorni. Non è quello che mi aspettavo di fare visti i miei studi ma tiro avanti perché l’affitto, in qualche modo, si deve pagare. Mi piace incamminarmi di buon mattino, mi sveglio positiva e carica, nella speranza che sia un giorno ricco di novità. Roma mi piace da morire, soprattutto in primavera, con quel tiepido sole che scalda senza dare fastidio. In qualsiasi luogo giri gli occhi vedi sempre qualcosa di bello ma gli occhi di tante persone, che incrocio giornalmente, sono posati su di me. Non voglio essere drastica, mi piace essere apprezzata, curo il mio fisico tanto quanto la mia mente e il fatto che gli uomini mi trovino attraente non può certo dispiacermi. Purtroppo però la maggior parte degli uomini non si ferma lì e va oltre. Se incontro per la mia strada una bella farfalla colorata la guardo, se vedo un uomo alto e proporzionato lo guardo, le cose belle son fatte per essere ammirate solo che, quando lo faccio io, la cosa finisce lì. Ogni mattina è sempre la stessa storia: che bella che sei, a bella, sei un angelo, sei single? Per non parlare delle frasi più spinte destinate al mio sedere, al mio seno o a qualsiasi parte del mio corpo. Il tutto in romanaccio o in inglese, senza distinzioni. Pittoreschi, genuini e non certo piacevoli i commenti ripetuti cento volte al giorno ma fosse ‘solo’ questo si potrebbe risolvere con un paio di cuffie alle orecchie. Odio linsistenza e la maleducazione e sulla mia strada trovo tanti portatori di queste due caratteristiche. A volte mi si avvicinano fianco a fianco, altre mi si parano davanti a sorpresa, alcuni cominciano a toccarmi, di giorno come di notte. La sera, però, ormai non esco più da sola ed è un peccato perché Roma, con il calar del sole, ha un fascino unico che io continuo a perdermi, giorno dopo giorno. Ho preso questa decisione perché ne ho vissute tante e se ne sentono troppe. La notte posso evitare anche se, ad esempio, oggi c’è un gran caldo e vorrei tanto farmi un giro. Mi tocca invece fare una doccia e trovare qualcosa per occuparmi a casa. Di giorno devo uscire per andare a lavoro, devo prendere un bus e la metropolitana dove, puntualmente, sento un uomo da dietro che mi si struscia o mi palpa. Io, ovviamente, mi oppongo, a volte spostandomi e a volte allontanando la mano ma la mia ritrosia non fa altro che aizzarli ed eccitarli ancora di più. Sono esseri (non me la sento di chiamarli uomini) di tutte le età, magari saranno anche sposati, di sicuro sono disturbati. Io per loro sono un oggetto da toccare, il loro desiderio sessuale. Posso capire che gli uomini, guardando me come una qualsiasi ragazza di bell’aspetto, possano fare dei pensieri legati al sesso, viaggiare con la fantasia, ma alcuni mi spogliano con gli occhi, sono selvaggi anche solo con lo sguardo, molti vogliono subito concretizzare i loro viaggi mentali, come se io fossi un qualcosa di inanimato, soggiogato al loro potere. Smettiamola di dare la colpa sempre agli stranieri perché le esperienze che mi sono capitate avevano come protagonisti italiani. Gli stranieri fanno più commenti, i nostri invece agiscono. L’altra mattina, in zona Colosseo, l’ennesimo mette la sua mano viscida dietro, non contento si spinge anche avanti, volendomi dimostrare di essere sua. Al mio tentativo di divincolarmi fisicamente e verbalmente mi ha risposto che se avessi parlato ancora mi avrebbe sbattuto contro il muro. Sono scesa dopo un po’, è stata l’esperienza più brutta della mia vita e la cosa più angosciante è che non sono sicura possa essere lultima.
Quando sono partita dal Sud verso Roma, l’ho fatto con le migliori intenzioni, volevo trovare un lavoro e vivermi appieno la città e tutte le sue potenzialità. Roma ti toglie il fiato ogni volta che cammini per le sue strade, adesso a togliermi il fiato sono i commenti e le mani luride di quegli schifosi che incontro spesso per la mia strada. Forse dovrei fare come alcune mie colleghe, ancora con la mentalità di paese, che vengono in una grande città e si sentono smarrite, magari stanno chiuse in casa perché hanno paura di fare un salto dimensionale nella loro vita. Io però non sono così, voglio vivere la mia giornata al meglio, solo che a Roma non posso farlo. Sono stata poco a Milano ma mi sono sentita più sicura, addirittura, al Sud, dove si sentono sempre le peggiori cose, camminavo più tranquilla. La mia Roma, perché dopo 4 anni la sento anche un po’ mia, è diventata invivibile e lo dico con amarezza. Non credo ci possano essere soluzioni per cambiare la situazione, sono città troppo grandi. L’esperienza più traumatica è successa in zona Colosseo, dove le Forze dell’Ordine sono presenti. Si dovrebbe agire sull’educazione degli uomini, ribadire l’importanza del ruolo della donna e l’assoluta uguaglianza tra generi ed intervenire anche sulle esasperazioni e le deviazioni determinati dal sesso. Sono discorsi lunghi e complessi, per questo ho perso la fiducia.
Certo se dopo la frase di quell’uomo in metropolitana, qualcuno mi avesse aiutato, forse non sarei stata con la sua mano dietro per tutti quegli interminabili momenti, ecco lindifferenza dei padri di famiglia e delle persone in genere è la cosa che mi ferisce di più
Intanto è sera e le luci meravigliose di Roma mi invitano ad uscirema io ho paura»

P.S. Una storia vera, come tante. Una storia orribile, come troppe.

Estratto da un mio articolo su ww.lindro.it.

Il potere è nulla senza il controllo

Prendo in prestito la frase di una famosa campagna pubblicitaria e la modifico un po’, d’altronde potenza e potere sono vocaboli che esprimono un concetto molto simile.
La cronaca ci presenta ormai giornalmente storie di uomini di potere che perdono il controllo e la faccia, che non riescono a porsi un limite, che credono di poter comprare tutto col denaro, anche la dignità.

Weinstein, l’orco che ha sconvolto il mondo, le violenze subìte da svariate attrici, i ricatti sessuali, veri e propri stupri in piena regola. Il potere compra anche il silenzio, l’omertà è una conseguenza spiacevole, manca il coraggio, si vede sfumare il proprio sogno perché un certo mondo funziona in un determinato modo.

Il sesso, croce e delizia dell’essere umano, il successo che regala una parvenza di onnipotenza, i soldi come lasciapassare universale, le tre S maledette, se perdi il controllo perdi umanità e dignità in un colpo solo. Il gioco è retto fino ad un certo punto, prima o poi il castello cade e torni in basso, molto in basso, il successo svanisce così come il sesso e i soldi.

Siamo circondati da giochi di potere e non c’è bisogno di andare fino ad Hollywood. Il potere è una cosa bellissima se governata, permette di firmare veri e propri capolavori per l’umanità. A volte è uno stivale che calpesta la qualsiasi, a volte è un grande telo che offusca merito e trasparenza, a volte è una trivella che abbatte case con persone dentro.

Una grande illusione perché alla fine il potere più grande lo conferisce l’umanità, il saper stare in mezzo al mondo nel pieno rispetto delle regole, la comprensione dei sentimenti umani e delle dinamiche legate ad essi.

Il potere di essere UOMINI, chi può dire di averlo al giorno d’oggi?

Anna Frank non ha bisogno di questo show

Anna Frank, un nome e un cognome, che in realtà sarebbero da ricondurre a Annelies Marie Frank.
Anna Frank, una ragazza coraggiosa, che con le parole ha smosso macigni, le stesse parole che, in queste ore, la stanno infangando. Tutto nasce con un gesto becero di alcuni ultras della Lazio, adesivi che raffigurano Anna con la maglia della Roma, storie di politica, estrema destra, storie di straordinaria follia.

Di lì in poi tante cose belle e tante cose brutte: la dura condanna da parte del mondo del calcio, una pagina del Diario di Anna Frank letta prima di ogni partita, le reazioni dell’opinione pubblica coese e sdegnate. Ma anche a uno show in piena regola: allenatori che parlano senza cognizione di causa, chi si erge a paladino per farsi bello, chi dice addirittura di non conoscere Anna Frank, chi si gira tutte le televisioni per dissociarsi dai propri tifosi e poi casca in fallo come un principiante.

Non abbiamo bisogno delle parole di Claudio Lotito per ricordare gli orrori della Shoah, non abbiamo bisogno delle sue visite alla Sinagoga per chiedere scusa ad un mondo che ha sofferto troppo. Una pagliacciata in piena regola, la registrazione di uno sfogo nel bel mezzo di un aeroporto tra i più affollati al mondo, un’arroganza senza uguali.

Anna Frank ha scritto pagine memorabili di storia, ha scavato nell’animo umano con parole semplici e dirette, ha raccontato una sofferenza diretta, il brivido della fuga, gli orrori perpetrati da altri esseri umani, una guerra illogica, uno sterminio abominevole.
Anna è una figura affascinante, carismatica, un sorriso che ti conquista subito, una serenità che contrasta con una fase storica drammatica.
Leggiamo il suo diario prima delle partite ma Anna non ha bisogno del calcio per essere ricordata, né di uno show in piena regola che la trasformi in un fenomeno da baraccone.

Perché non c’è bisogno di essere uomo per avere gli attributi, lo sa Anna Frank che per arricchire le sue pagine rischiava la propria vita, non lo sa, di sicuro, chi uomo crede di esserlo e chi, fenomeno da baraccone, lo è di sicuro.

Caruana Galizia: una bomba contro il vero giornalismo

Oggi è una giornata di lutto, di riflessione di sgomento.
La giornalista e blogger Daphne Caruana Galizia è stata uccisa a Bidnija, nell’isola di Maltauna bomba ha fatto esplodere la sua auto. Verità in frantumi, come una vita, parliamo di umani, non di bambolotti da far deflagrare per gioco.
La Galizia aveva lavorato ai MaltaFiles, un’inchiesta importante, una vera e propria bomba mediatica che aveva portato ad individuare Malta come “lo Stato nel Mediterraneo che fa da base pirata per l’evasione fiscale nell’Unione europea”.

Il vero giornalismo, la ricerca oltre la superficie, la voglia di far emergere realtà scottanti e di migliorare il sistema. Una bomba mediatica che diventa bomba vera, lo scoppio è forte, così come il dolore, la consapevolezza che il male non sopporta la verità, che chi si adopera per il bene di un Paese rischia di fare una brutta fine.

Siamo abituati a figure di giornalisti ibride, troppo accondiscendenti con i propri direttori, imbavagliati dalle logiche di potere, scontati, banali, molti hanno rinunciato al fuoco sacro che muove la voglia di sapere, di far emergere, di indagare.
Un posto di lavoro basta e avanza, al diavolo l’inchiesta, l’approfondimento, bisogna essere buoni coi padroni, porgere l’altra guancia alla corruzione e un’altra parte del corpo al sistema.

Il caso dei “Panama Papers” scotta, lacera equilibri, una bomba che fa saltare in aria la verità squarta anche l’anima, segna nel profondo, ammazza le velleità di chi lotta per la giustizia a tutti i costi. Galizia aveva pubblicato un articolo sul suo blog, la sua vetrina virtuale di verità, pochi minuti prima di morire.

Ricordiamola, non smettiamo mai di ringraziarla, facciamo luce sulle dinamiche e sui colpevoli, prendiamola come esempio. Giornalismo è giustizia, giornalismo è verità, ma la storia ci insegna che si salta ancora oggi in aria, semplicemente per aver fatto il proprio dovere.