Vergogna Catania!

Vergogna Catania, vergogna città mia!

Dal prossimo 20 maggio il servizio di car sharing di ENI, Enjoy, non sarà più disponibile. Dire che la città etnea era stata scelta insieme a Milano, Roma, Torino, Bologna e Firenze. Quasi tre anni per rendersi conto della situazione, tre anni fallimentari.

Numeri bassi, macchine vandalizzate, cittadini incivili, un segnale di progresso rilanciato al mittente, Catania non merita questa innovazione per colpa di più di qualche imbecille.

Eppure il car sharing funziona in tutta Italia, prenoti una macchina con una semplice app e la usi solo per il tempo in cui ti serve, risparmio di denaro, beneficio per l’ambiente, città come Milano hanno sfruttato al meglio tale occasione.

Catania, città dal grande flusso, una piazza dove scommettere, se vogliamo poteva essere un orgoglio essere scelti tra tante città italiane e invece..

Le 500 di Enjoy vanno a ruba, le ruote, le intere automobili, merce succulenta per i ladri, succulenta per una delle città in cui si rubano più mezzi in Italia. Saranno stati contenti i picciotti del malaffare che, ancora una volta, ci fanno fare una figura di merda in mondovisione.

Sono rimaste 70 macchine su 170, non abbiamo cura delle nostre cose, ci proclamiamo dispiaciuti, noi cittadini e le istituzioni ma poi tutto passerà come sempre, ci recheremo in centro con la nostra macchina, ci lamenteremo dei mezzi pubblici come sempre, pagheremo il posteggiatore abusivo di turno e sarà tutto dimenticato.

Ci siamo rotti come quelle 500, loro con le ruote a terra noi con le palle a terra.

Una città in mano ai criminali, chi chiede scusa ai catanesi veri?

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Esisto anche fuori dai social!

Domenica mattina, finalmente mi posso svegliare con calma, metto il piede fuori dal letto, mi lavo rapidamente la faccia e prendo in mano il telefono. Facebook mi chiama e io rispondo, no, non ci credo, è down.

E adesso che faccio? Devo dirlo assolutamente al mio amico, mi sposto su WhatsApp ma non carica le pagine, il messaggio “Attendo” come una spada di Damocle e adesso come gli comunico questa novità?

Ah beh vero, ci sono ancora gli sms tradizionali, gliene mando uno ma non risponde, probabilmente starà ancora dormendo. Potrei chiamargli ma non lo faccio mai, meglio scrivere, a voce non si può essere davvero se stessi.

La mia unica salvezza ora è Instagram, devo curare un po’ di più il mio profilo e recuperare due tre foto che non ho pubblicato. La pagina non si carica e mi viene l’ansia, c’è la telecamera da qualche parte vero? Ditemi che sono su “Scherzi a parte”.

Tutto in down, sono in pigiama, c’è una bellissima giornata di sole. Guardo le scarpe da ginnastica in un angolo, le indosso e mi decido ad uscire, strada facendo i social torneranno a funzionare.

Sono per le strade della mia città, alla mia destra ho il mare, alla sinistra lo scorcio del vulcano, non vedo nulla, ho la testa china sul cellulare, prima o poi riprenderanno a funzionare.

L’ansia cresce, non pubblico niente da più di due ore, è un problema mio o un problema di tutti? Cosa penseranno i miei followers? Mi si avvicina un bambino, mi regala un palloncino e gli sorrido, con la coda dell’occhio guardo il mare, che spettacolo, perché non ci ho fatto caso prima?

Metto lo smartphone in tasca e mi affaccio, mi ostino a guardare foto su Instagram e il panorama ce l’ho qua, a pochi passi da casa. Sarebbe bello fare uno scatto ora, prendo il cellulare ma mi ricordo che non serve a nulla, dove posso pubblicarlo?

Vado a casa dei mie genitori, è domenica, in genere sto in silenzio col cellulare in mano, li guardo negli occhi e parlo, gli chiedo come stanno e ci raccontiamo i nostri ultimi mesi. Torno nel mio appartamento e mi sorride la vicina, talmente ero preso che non mi sono accorto che non è più quella vecchia bisbetica dallo sguardo torvo.

Sono a casa, davanti allo specchio, mi guardo e per la prima volta mi apprezzo. Non sono poi così male e me lo dico io, niente approvazione dai followers di Facebook e Instagram, niente commenti a confermarmelo.

Nel frattempo i social riprendono a funzionare ma io non ho più tanta voglia di stare in rete. Esco fuori in giardino, prendo un bel libro e mi godo il sole della domenica.

Bambini e sesso: lo schifoso primato degli italiani

Gli italiani sono primi nel turismo sessuale minorile nel mondo. Sì, avete capito bene, fa schifo già così, a scrivere e a leggere questa frase, potremmo già chiudere l’articolo.

L’Osservatorio sui diritti ha diffuso dei dati agghiaccianti che dovrebbero far riflettere. Basta chiacchiere e più fatti per carità, i nostri bambini sono gli adulti di domani!
Nel mondo 3 milioni di persone viaggiano ogni anno per andare a fare sesso con i minori, un dato raccapricciante, sesso e minori no, non possono e non devono stare nella stessa frase.

Al peggio non c’è mai fine: i dati sono in crescita, così come i Paesi in cui si pratica questa deplorevole forma di turismo. Un reato, a tutti gli effetti, tra i più gravi, ma un potenziale frutto da spremere per guadagnare tanto tanto denaro.

Denaro, sesso, soldi, il trinomio schifoso degli adulti che ha ormai coinvolto anche i bambini. Nessuno chiede loro, nessuno ascolta la loro opinione, costretti a piombare nella dimensione adulta nel peggiore dei modi, con violenza e costrizione, come oggetti da manipolare a piacimento.

Dove finiscono i loro sogni? Chi restituirà l’infanzia all’adulto un tempo violentato? Dove sono le forze dell’ordine nei Paesi del turismo sessuale? Corruzione, potere, lussuria, altro schifoso trinomio difficile da sradicare.

E noi italiani? Siamo i più schifosi tra gli schifosi: i turisti sessuali italiani sono circa 80 mila, per lo più uomini (90%), non solo persone adulte ma adesso anche giovani, della serie il naufragio è totale. I dati scioccanti sono di uno studio di Ecpat Italia, contenuto nel Global Study di Ecpat Iternational (End Child Prostitution in Asian Tourism).

Gli adulti continuino a fare le porcherie tra di loro ma lascino stare i bambini, se c’è ancora una speranza in questo mondo di merda questa risiede nei più piccoli e nella loro capacità di sognare in grande.

La donna brucia, nel corpo e nell’anima

Brucia la donna, brucia come un oggetto da dare alle fiamme, brucia e continua a bruciare, ogni giorno di più.
Uomini senza scrupoli che un tempo sono stati fidanzati, mariti e amori e che ormai si sono ridotti solo a bestie.

Brucia la donna, l’anima lacerata, vessata da continui soprusi, umiliata da cocenti violenze. Brucia nei telegiornali, nell’indifferenza dello Stato, nell’impotenza delle forze dell’ordine. Brucia la situazione, questa bestialità dilagante a cui non riusciamo a porre rimedio.

La donna è debole, dicono, la donna non riesce a reagire, pensano, la donna non ha la forza necessaria, sostengono.
La donna ama, dico io, la donna è sensibile e quindi, purtroppo o per fortuna, attaccata ai veri valori, alle cose che contano. Ama anche le bestie, non vuole essere drastica, vuole dare a tutti un’altra opportunità.

La donna però non è scema, brucia la sua anima, ad un certo punto talmente forte da dover dire basta. Volta le spalle al suo carnefice, chiede aiuto, spesso non viene ascoltata, la società regala troppe opportunità a certe merde che osano chiamarsi uomini.

Da oggetto vuole tornare ad essere donna, si ribella, esce fuori la sua forza, prova a spegnere il suo fuoco con un idrante di speranza, cerca amore, conforto, riparo, non sempre lo trova.

La donna brucia, nel corpo e nell’anima, al rogo vanno i sentimenti e la speranza riposta in un mondo indifferente.

Uccidetevi tra di voi, ma lasciate stare i bambini!

Sarà che non ci si abituerà mai a tanta violenza, sarà che la vita ci stupisce tanto in positivo quanto in negativo, sarà che il limite che ti eri configurato idealmente viene oltrepassato con puntualità disarmante.

Si uccide dalla notte dei tempi, da Caino e Abele, da quando l’uomo è stato creato (male). Si uccide per difendere un territorio, per fame, per guerra, per gelosia, per vendetta. Si uccide guardando in faccia la vittima o voltandosi dall’altra parte, col coltello o con l’accetta, con una pistola o a mani nude.

Uccidono anche gli animali, per sopravvivenza, per ragioni sicuramente un po’ più nobili, se si vuole provare a dare un’accezione positiva all’orrore del gesto. Si uccide e addirittura si resta impuniti, si uccide e ci si fa il conto che tanto, male che vada, in poco più di dieci anni si sconta una pena e si ricomincia un’altra vita. Si uccide una vita, quella, dopo dieci anni, non tornerà, se ne è andata via per sempre. Si uccidono genitori, parenti, qualcosa muore dentro e non rinasce più.

Si uccidono anche i bambini, scippando la società di freschezza e creatività, di purezza e felicità. Si uccidono bambini per un letto nuovo. “Ho ucciso il piccolo Giuseppe perché con la sorellina, giocando, aveva rotto la sponda del lettino“. Sì, non è uno scherzo brutto brutto, è realtà, lacerante.

Poi c’è chi ha difficoltà ad uccidere una mosca, è fastidiosa, ronza nelle orecchie, non si riesce a dare il colpo decisivo. Una formica, una coccinella, un ragno, rispetta la vita del prossimo, indipendentemente dalla sua classificazione negli esseri viventi.
Sì, probabilmente qualche volta cede, qualche mosca rimane stecchita ma non riesce a concepire l’oltre. Accende la televisione, l’ennesimo omicidio, si uccide senza riflettere, si uccide come sport, la vita non ha più il suo valore.

Uccidetevi tra di voi, ma lasciate stare i bambini! 

Gli altri 364 giorni non lasciamo sole le donne

Chi ha avuto modo di seguire il mio blog in questi anni, ha potuto notare come io mi spenda contro la violenza sulle donne, tutti i giorni, 364 giorni l’anno. Ieri l’ho fatto in tono minore, non mi piace l’ipocrisia di una “GIORNATA INTERNAZIONALE CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE”.

Seppur l’intento sia lodevole perché è pur sempre un’occasione per ricordare i mostruosi numeri dei femminicidi, una giornata come quella di ieri dà la possibilità ai politici di aprire bocca a vanvera con proclami che non rispetteranno mai e alla gente comune di pubblicare post in difesa delle donne per poi nei restanti giorni tornare ad essere fredda e insensibile a tal tema.

Servirebbe un dialogo costruttivo e prolungato tra istituzioni, scuole e famiglie, perché se gli uomini considerano le donne al pari di oggetti, la responsabilità sta nei protagonisti del percorso in cui ci si plasma. La scuola parla di Napoleone ma non di rispetto, le famiglie preferiscono deviare il discorso, le istituzioni non aiutano ma sottovalutano o peggio ignorano.

La violenza non è lontana da noi, la violenza è ovunque e la bestia potrebbe essere davvero vicino. La minaccia equivale ad uno schiaffo, la costrizione psicologica a mani intorno al collo.

Gli Uomini veri devono fare qualcosa per le donne, ora, subito, tutti i giorni, perché senza le donne il genere umano può farsi di canto ammettendo una sonora sconfitta.

Volevo solo un amore

Volevo solo un amore, come quello dei miei genitori, puro, colorato, infinito.
Mi ha scelto, mi ha corteggiato, un uomo di altri tempi, non potevo lasciarmelo sfuggire.

Volevo solo un amore, rendere la mia vita un bel film, ancorarmi in un porto sicuro.
Perché le urla, l’intolleranza, la smania di controllo, la voglia di rendermi un oggetto?

Volevo solo un amore, una possibilità per completarmi, godere di piccoli gesti.
Sono stesa a letto con una borsa del ghiaccio sull’occhio, non posso uscire così.

Volevo solo un amore, appagante, una luce quotidiana ad illuminare il cammino.
Sono fuori casa, non so dove andare, non so a chi chiedere aiuto.

Volevo solo un amore, la normalità di una giornata passata a mare.
Le tende sono troppo sottili per nascondersi, mi troverà.

Volevo solo un amore, essere trattata come donna, anche solo come un essere umano.
Non chiedevo tanto ma mi ha trovato, adesso chiedete a lui perché l’ha fatto.

Il cancro NON è un dono

Il cancro è un dono“, così Nadia Toffa, giornalista de “Le Iene”, durante la presentazione del suo libro “Fiorire d’inverno”. Nel 2017 le viene diagnosticato un tumore, segue le cure debilitanti del caso ma continua ad essere presente sui social e in televisione.

Parliamoci chiaro: alla voce cancro, nel dizionario dei contrari, segue la parola dono.
Il cancro è una malattia, può piombarti addosso come una sciagura, non guarda in faccia nessuno, non ascolta le tue storie personali. Sono stato volontario per dieci anni in un reparto di oncologia pediatrica, ho vissuto indirettamente alcune vicende di amici, ne ho viste tante, ma non le ho vissute direttamente sulla mia pelle, mai e poi mai mi permetterai di dare giudizi o di emettere sentenze.

“Il cancro è un dono”, un’espressione infelice e forse neanche volontaria. “Il cancro è una possibilità”, sì, anche questa affermazione è forte ma forse più veritiera. Per Nadia Toffa “il mostro” può essere stato un dono, io la vedo Più come possibilità, d’altronde quando sei con le spalle al muro non puoi che mettere ordine alla tua vita, già solo perché non sai quanto tempo avrai. Possibilità di essere finalmente te stesso perché non hai altra scelta, possibilità di dire “un ti voglio bene” dato troppo per scontato, di piangere, di apprezzare le piccole cose della vita come “doni meravigliosi“.

Continuiamo a parlarci chiaro: spesso il cancro non è neanche una possibilità. Uccide velocemente, spazza via tutto, non ti dà nemmeno il tempo di fare ordine. Sì, se lo affronti con spirito da guerriero puoi avere una freccia in più nel tuo arco della speranza ma non è detto che basti. Affrontarlo con fede e positività è meglio ma non tutti sono in grado, debilitati, incazzati, caduti in un vortice senza possibilità di appello.

Va benissimo il sorriso di Nadia, ben venga la grinta, ma non tutti siamo uguali. A proposito, la giornalista afferma anche “che tutti possono sconfiggere il cancro” e che “tutti i tumori sono uguali“. Inutile sviscerare dati scientifici fin troppo ovvi sulla profondità del tumore, sulla sua estensione e via dicendo, la risposta è semplice e sta nei piccoli grandi drammi di tutti i giorni. Bambini appena nati e già intubati, forze della natura prese a cazzotti dalla violenza del male, famiglie lacerate, amori spezzati.

Viva il sorriso, la forza di volontà, lo spirito da guerrieri, la positività, l’attaccamento alla vita e il trionfo della spontaneità ma RISPETTO ASSOLUTO anche per il lato brutto della malattia, che c’è e non è di certo più tenue. Eh sì, perché ci sono persone che hanno vissuto il dolore di una perdita, che devono elaborare, che probabilmente non lo faranno mai del tutto, che hanno difficoltà ad accettare e a lasciarsi andare.

Difficoltà a vivere, dopo aver ricevuto “il dono più brutto della loro vita“, difficoltà a raccontare la loro storia. Restano dei piccoli grandi eroi quotidiani pur non avendo pubblicato il loro libro.

Se proprio vogliamo mantenere la parola “dono”, facciamolo. Dono è un genitore che continua a crederci nonostante tutto, dono è un insegnamento da un bambino senza capelli ancora capace di ridere e di giocare, dono è una guarigione improvvisa, dono è la forza di chi ne è uscito e aiuta gli altri a non caderci, dono sono i ricercatori che cercano in tutti i modi di combattere quella brutta malattia chiamata cancro.

“Vi ho salvati dall’inferno, voi mi avete avvelenato”

Vi do affetto incondizionato, non mi interessa se siete contenti, nervosi o tristi, io sono lì a scondinzolare, a farvi festa. Voi date tutto per scontato, mi umiliate, a volte mi maltrattate.

Sono compagno delle vostre passeggiate, vi porto io all’aria aperta per i miei bisogni,  così uscite da quelle quattro mura, allentate lo stress del vostro lavoro. Voi avete sempre il solito musone, cominciate ad avvertirmi come un peso.

Sono fedele, non vi tradirei per nulla al mondo, né davanti ad una ciotola piena di cibo né di fronte ad una cuccia tutta nuova. Voi mi legate ad un palo e mi abbandonate, buttando al vento anni di emozioni e sentimenti.

Nelle situazioni di emergenza non mi tiro mai indietro, non ho paura, siete la cosa più importante per me. Vi ho salvati, estratti dalle macerie, salvati da un incendio. Voi mi avete avvelenato, avevo ancora tanto amore da dare e potevo fare ancora tanto per voi. Sono cane, non vi preoccupate, continuerò ad amarvi lo stesso.

Dedicato a Kaos, il pastore tedesco eroe di Amatrice, avvelenato a soli 3 anni.
Vai, fuggi in un posto migliore, riprendi tutto l’amore che “le bestie umane” ti hanno tolto.

 

Papà, perché c’è un bambino in mare?

Bambini in mare, corpi senza vita, nessuna simulazione, nessun bambolotto lanciato in acqua, nessun ciak da cinema, solita e squallida realtà.
I figli dei popoli che dovrebbero accogliere si fanno delle domande, per loro è tutto così strano, per noi lo è sempre meno e questa è la peggior sconfitta per il genere umano.

B. “Papà, ho visto una foto su internet, c’erano due persone che avevano in braccio un bambino, cosa gli è successo, non sembra neanche vero, dimmi che è un film papà, forse è Cicciobello, è così fermo!”.

P. “Tesoro, è un bambino vero, è caduto da una barca mentre cercava di raggiungere la terra, quella dove stiamo noi. Non c’è riuscito”.

B.“E come è possibile papà? Io ho preso tante volte le barche con te, non sono pericolose, anzi sono divertenti!”

P. “Non era una barca sicura, era vecchia e piena piena di persone. Il mare era brutto ed è finito in acqua”.

B.“Ma le persone della barca avranno chiesto aiuto, avranno urlato, non li ha visti nessuno?”.

P. “Non c’era nessuno nei dintorni figliolo, purtroppo”.

B. “Papà, non è possibile, quando usciamo noi in barca ci sono sempre tante altre navi, impossibile non li abbia visti e sentiti. Chissà quanto ha pianto quel povero bambino…”.

P. “Forse li hanno visti, ma non tutte le persone sono buone”.

B. “Papà, non ci posso credere. Hanno visto tutte quelle persone in difficoltà e non hanno fatto niente? Ci sono tante navi grosse che potevano salvarli”.

P. “Lo so, hai ragione, ma litigano per chi li deve salvare e nel frattempo a queste persone possono succedere brutte cose”.

B. “Papà, ti prego, dimmi che è uno scherzo, mi vuoi dire che ci sono persone che vedono bambini in acqua che piangono e che non intervengono? Ma sono dei mostri, non delle persone!”.

P. “Succede proprio così, figlio mio!”

B. “Ma papà. Perché non andiamo a salvarli noi. Abbiamo una barca, facciamo un po’ di viaggi e salviamo quei bambini. Magari sono simpatici e possono diventare miei amici”.

P. “Non possiamo farlo noi figlio mio, lo devono fare le persone giuste, quelle che hanno il compito di farlo”.

B. “Ma papà, perché vengono tutti qua da noi? Perché stanno giorni in mare e non stanno a casa loro?”.

P. “Hanno fame, a volte c’è la guerra nel loro Paese, altre volte vogliono semplicemente un futuro migliore”.

B. “Ma è semplice papà, perché le persone giuste che devono salvarli non gli danno un pezzo di pane e un poco di acqua? Per esempio noi a tavola mangiamo troppa roba e spesso buttiamo tutto nel cestino. Papà ti prego, mangiamo di meno e salviamo quei bambini”.

P. “Vorrei poter fare qualcosa figlio mio, ma non tocca a me”.

B. “Papà, ho visto un bambino morto in spiaggia, un bambino come me, perché io sono così fortunato e lui no?”.

P. “Dipende da dove nasci, dipende dal destino, dipende da Dio”.

B. “Ma se muore in mare, mentre nessuno lo salva, non dipende da noi? Papà, perché è così cattivo l’essere umano? E se avessi bisogno anche io di essere salvato un giorno, mi lasceranno morire?”