“Sei mia e di nessun altro”

Sei la mia donna, qui accanto, non voglio perderti, non posso perderti, chi se non io?

Ti ho scelto tra tante, la più bella, la più scintillante, adesso non posso più tirarmi indietro e tu non puoi più scappare.

Geloso quando ti guardano, geloso quando li guardi, gli occhi devono rimanere bassi o sono guai.

Senti il mio fiato sul collo, ogni tuo passo è un mio passo, puoi cancellare la parola libertà dal tuo vocabolario, puoi vedere le tue amiche solo in mia presenza.

No, non puoi ribellarti, stai provando a farlo, mi hai chiuso la porta in faccia e vuoi farla finita, non puoi, sei mia e di nessun altro!

Mi hai lasciato, hai cambiato serratura, vuoi cambiare vita. Sciocca, illusa, non te lo permetterò, chi ti credi di essere per trattarmi così!

Ti controllo, so le tue mosse, so cosa fai ogni singolo istante della tua vita, non mi vedi ma ci sono, attenta!

Non mi vuoi dare una seconda opportunità, ti imploro, quasi ti supplico, guarda un po’ che sforzo mi chiedi, tu che sei poco più che un “mio oggetto“.

Hai chiamato i carabinieri, vuoi farti proteggere, mi consideri come un delinquente e io alzo l’asticella, le tue notti non saranno più tranquille!

L’ennesimo rifiuto e adesso ti vedi anche con un altro uomo. Una bottiglietta con l’acido e ti passerà la voglia di giocare. “Sei mia e di nessun altro”

“Ti sveglierai in un posto migliore”

L’inizio di una nuova vita, la fine di un incubo, il futuro al di là del mare.
Sono tanti i motivi per cui ho deciso di imbarcarmi col mio piccolo in questa bagnarola.
Ho sudato, guadagnato, sacrificato il mio tempo ma ho finalmente raggiunto la somma necessaria per me e per lui, si parte!

Non so se son più spaventata o eccitata, mi hanno raccontato che molti ce l’hanno fatta, tuttavia qualcuno ci rimette le penne e non è proprio un pensiero piacevole…
Ho questa creatura tra le braccia, nei suoi occhi trovo la forza di fare il grande passo, appuntamento all’alba, siamo nelle mani di Allah!

Rispetto all’incubo di poche ore fa, qui è tutto molto peggio, siamo stretti come sardine, manca l’aria, siamo partiti da poco e già gli schizzi d’acqua mi hanno congelato, non c’è freddo ma il mare ha deciso di metterci i bastoni tra le ruote!

Il mio piccolino è tra le mie braccia ben saldo, resisto agli urti degli uomini, più passa il tempo e più sono bestie assatanate, hanno fame e mi guardano con occhi spiritati, qualcuno prova a comandare senza troppa convinzione, siamo già alla deriva!

Le onde sono sempre più alte, il mio piccolo mangia, attaccato al mio seno si sente al sicuro, per lui nulla sembra cambiato, il mare lo culla, la mamma lo sfama, si sveglierà in un bel posto chiamato Europa.

D’improvviso un sussulto, entra acqua, fredda, gelida, il mare non vuole condurci in porto, il mio amore non riscalda più a sufficienza, mio figlio è ora tutto zuppo, una ragazza esile e dallo sguardo spento mi presta un panno per asciugarlo.

Canto la sua canzoncina preferita ma continua a piangere, non si sente più al sicuro, è terrorizzato ma l’Europa non può essere ancora lontana, all’orizzonte si vede qualcosa, “anima della mamma” tutto questo è per un tuo futuro migliore.

Dopo giorni di stenti e sofferenze stiamo per coronare il nostro sogno, il mio piccolo sembra essersi calmato ma il mare no, è beffardo e turbolento, ha deciso che la nostra Europa è quella in fondo al mare.

Non mi stacco un attimo dal mio piccolo, è ancora saldo tra le mie braccia, non si renderà conto di niente, si sveglierà in un posto migliore di quello in cui si è addormentato.

Crolla la mia scuola e non capisco perché

Il bacio della mamma ogni mattina, caldo, come quelle coperte che mi riscaldano da questo freddo intenso. Sarebbe un trauma risvegliarsi se non ci fosse quello schiocco di labbra, basta poco per essere felici.

Mi aiuta a vestirmi, sceglie gli abiti con cura, oggi sono tutta colorata, porterò allegria ai miei compagni di classe. Devo percorrere un piccolo tragitto in macchina dove ascolto le mie canzoni preferite insieme a papà, momenti intensi che viviamo solo noi due, insieme, prima di rivederci la sera.

Suona la campanella, puntuale come ogni mattina, adoro il mio banco e la mia compagnetta Marzia, la nostra “piccola casa” è già pronta tra portacolori, quaderni e caramelle nascoste qua e là, siamo golosone!

La maestra disegna alla lavagna, il sonno mi è passato ed è stato sostituito da un entusiasmo che non riesco a frenare, mi piace imparare, a pranzo racconterò tutto questo alla mia sorella più grande!

Tutto normale, tutto uguale, ma se una cosa ti piace perché cambiarla? Sì, va bene, mi piace anche quell’antipatico di Valerio, ma sono troppo piccola per pensare a queste cose!

Tempo di ricreazione, giochiamo in palestra, fa freddo ma ci scaldiamo subito con la palla, abbiamo vinto anche questa volta, chi batte il team delle invincibili?

Siamo tornati in classe, le ultime due ore prima di riabbracciare la mamma, non vedo l’ora, di pomeriggio mi ha promesso che mi porta al negozio a comprare quel gioco!

Sto parlando con Marzia ma ad un certo punto non capisco più niente, un rumore assordante, crolla tutto, non vedo più la mia amica, la maestra, le mie cose, che succede?

Qui è tutto buio, sento gli altri bambini che si lamentano, che scherzo è mai questo? Mi fa tutto male, aiuto, aiuto!

Devo riuscire a parlare con mamma, con papà, ho tante cose da dire a loro, tante sono le cose da fare, ieri non mi sono comportata proprio bene, non può finire così!

Sento delle voci, persone che si muovono, ci chiamano ma io non ho la forza di parlare. Ero a scuola, nel “posto più sicuro del mondo“, la mia seconda casa, adesso dove sono finita?

Ispirato alla tragedia di San Giuliano di Puglia dove, il 31 ottobre 2002, morirono 27 piccoli angeli ed una maestra.

Voi litigate, io muoio!

Vi vedo litigare sempre, non fate altro, parlate un linguaggio incomprensibile, burocratico, spesso anche rozzo, non avverto un velo di umanità nelle vostre parole!

Intanto io sono qui, in questa barca, sì lo so, a chiamarla barca le si fa un complimento, grosso, forse anche esagerato! Ma quante ne abbiamo passate io e questa bagnarola, giorni interi alla conquista di una terra, di una speranza.

I grandi mi hanno detto che dovevo andare, che lì dove stavo era pericoloso, che il viaggio sarebbe stato difficile ma ne sarebbe valsa la pena, che al mio arrivo avrei trovato un mondo migliore.

Ma quanto dura questo viaggio? Sono ancora qui, in mare aperto, da giorni!

Mi avevano detto che la meta era vicina e in effetti vedo terra, vedo persone che gesticolano, imbarcazioni che ci affiancano, sento sirene, ma anche ordini e contrordini, ci lasciano qui e non capisco il motivo!

Sembra che il problema siamo proprio noi, non ci vogliono qua e non ci vogliono neanche negli altri posti, siamo un peso, continuano a litigare, quella nazione difende solo la sua gente, l’altra ha “i porti chiusi“, non possiamo entrare.

Eppure mi avevano raccontato una storia diversa, che siamo tutti fratelli, che non ci sono bandiere e colori di pelle, che tutti possiamo giocare ed essere liberi allo stesso modo.

Litigano, continuano a litigare e noi siamo fermi qua, sotto il sole, con gli occhi di fuori, affamati ma troppo deboli per mangiare. Vedo terra, vedo gente, chissà come si sta laggiù!

Non siamo graditi.

Voi litigate, mentre io muoio!

Fedele per sempre

Sono qui accanto a te, sono qui nei momenti di sconforto, a saltare con te quando c’è gioia, a giocare con i tuoi figli, con tua moglie, con i tuoi amici.

Sono qui sempre, a qualsiasi ora della giornata, stanco o pieno di energia, a quattro zampe o con un’anca malmessa, sono qui, rido dentro, anche se non lo puoi vedere.

Sono qui ancora, stai male e questo non mi può pace, soffri per quella malattia ma vedessi come sto soffrendo io, la tua vita è anche la mia vita.

Sono qui a casa, perché non torni? Aspetto da giorni, tuo fratello mi fa uscire e mi dà da mangiare, ma manchi tu, manca il mio nutrimento principale: il tuo amore!

Sono qui ad aspettarti, non ti sei mai assentato così tanto, che è successo, mi hai abbandonato? Ti sei stancato di me? Sono forse troppo noioso o troppo vecchio?

Sono qui, adesso tuo fratello mi sta portando da qualche parte, c’è una cassa di legno, sento il tuo odore, dove sei, dove sei, ti sei nascosto per caso lì dentro?

Sono qui in un posto pieno di terra, la gente piange, non posso fare la festa a nessuno, sei lì dentro, sento il tuo odore, aspetterò qui fino a quando non uscirai!

Sono qui e lo sarò ogni giorno della mia vita, senza di te non sono nessuno. Sono devoto ad un solo padrone, tornerai o morirò per raggiungerti. Ti sarò fedele per sempre.

Foto di Francesco Emilio Borrelli

La storia di Deborah: una tragedia nella tragedia

Mi ha molto colpito una vicenda. Parliamo ancora una volta di uomini violenti, un argomento su cui ho scritto valanghe di articoli, pensieri, opinioni e su cui continuerò a scrivere sempre.

Ancora una volta c’è un morto, stavolta non l’ennesimo femminicidio, a morire è l’uomo di turno. Chissà se continuando con quell’andazzo ci sarebbero stati altri morti, magari Deborah stessa, ora accusata di eccesso di legittima difesa o sua madre, spesso picchiate, e umiliate tra le pareti domestiche.

Deborah Sciacquatori ha appena 19 anni, è di Monterotondo vicino Roma e domenica ha ucciso il padre dopo l’ennesimo episodio di violenza. Era tornato a casa ubriaco, ancora una volta aggressivo. Una continua escalation, un crescendo, perché spesso la coltellata più dura è quella verbale, lame taglienti al posto di parole.

Deborah non ci ha visto più, stavolta ha reagito, basta subire, ha difeso se stessa, sua madre e sua nonna, ha urlato “Papà fermati, non fare più niente”, ma la situazione è sfuggita di mano con un colpo letale.

“Papà è morto”, gli attimi drammatici, i pianti: “Non mi lasciare, ti voglio bene”, la tragedia nella tragedia, gli arresti domiciliari. Uccidere il proprio padre, che dramma! Anche se è sempre stato violento, anche se era insopportabile, anche se con lui non si poteva più ragionare.

Una macchia gigantesca con il dito della giustizia puntato contro: omicidio volontario e arresti domiciliari. Poi un barlume di luce, eccesso colposo di legittima difesa, la revoca degli arresti e forse la libertà.

Ma il dramma rimane, la vita è in un certo senso compromessa anche se sei dalla parte della ragione. Rimane un tarlo che solo il tempo potrà mettere a tacere.

Rimane anche lo sgomento di una società che ancora non riesce a prevenire invece che curare, che non sa intervenire al momento giusto, che lascia troppo sole le donne nella loro battaglia quotidiana contro la violenza.

Foto: profilo Facebook Deborah Sciacquatori

Nonna, perché mi hanno sparato?

Mi chiamo Noemi,  oggi è venerdì e finalmente posso uscire con mamma e nonna a fare una passeggiata. Amo la mia città, Napoli, amo il mare, il cielo azzurro e i sorrisi della gente.

Un gelato in Piazza Nazionale, un po’ di tempo insieme alle “donne della mia vita”, basta poco a noi bambini per essere felici!

Rido, sono felice, mentre i grandi non ridono mai, ne incontro tanti per strada, sono tutti seri, tutti arrabbiati, chissà perché!

Ma aspetta, un momento, c’è un pazzo con uno scooter, corre, mentre a me hanno insegnato che si deve andare piano, si avvicina verso me, che fa?

Non ho il tempo di pensare, di parlare con mamma e nonna, sento qualcosa che mi entra dentro, no, non è il buonissimo gelato che fanno da queste parti.

Ho sentito un boom, forse è stato quel signore col motorino, che cosa mi è entrato dentro? Non sto tanto bene, aiuto mamma, aiuto Nonna!

Anche nonna non sta benissimo, cosa sta succedendo? Ero solo uscita per comprare un gelato!

Il signore con lo scooter si avvicina, passa una volta e poi passa ancora, cosa ha fatto, cosa sta combinando? Io sono stata buona, ma adesso non respiro più tanto bene.

Qualcosa è entrato, sento un peso, speriamo non prenda il mio cuoricino, è pieno di amore per i miei genitori, per gli altri, per la vita

Nonna, mamma, volevo fare una passeggiata con voi, volevo ridere e scherzare mangiando un gelato, che è successo, perché mi hanno sparato?

Foto Ansa.

 

Vergogna Catania!

Vergogna Catania, vergogna città mia!

Dal prossimo 20 maggio il servizio di car sharing di ENI, Enjoy, non sarà più disponibile. Dire che la città etnea era stata scelta insieme a Milano, Roma, Torino, Bologna e Firenze. Quasi tre anni per rendersi conto della situazione, tre anni fallimentari.

Numeri bassi, macchine vandalizzate, cittadini incivili, un segnale di progresso rilanciato al mittente, Catania non merita questa innovazione per colpa di più di qualche imbecille.

Eppure il car sharing funziona in tutta Italia, prenoti una macchina con una semplice app e la usi solo per il tempo in cui ti serve, risparmio di denaro, beneficio per l’ambiente, città come Milano hanno sfruttato al meglio tale occasione.

Catania, città dal grande flusso, una piazza dove scommettere, se vogliamo poteva essere un orgoglio essere scelti tra tante città italiane e invece..

Le 500 di Enjoy vanno a ruba, le ruote, le intere automobili, merce succulenta per i ladri, succulenta per una delle città in cui si rubano più mezzi in Italia. Saranno stati contenti i picciotti del malaffare che, ancora una volta, ci fanno fare una figura di merda in mondovisione.

Sono rimaste 70 macchine su 170, non abbiamo cura delle nostre cose, ci proclamiamo dispiaciuti, noi cittadini e le istituzioni ma poi tutto passerà come sempre, ci recheremo in centro con la nostra macchina, ci lamenteremo dei mezzi pubblici come sempre, pagheremo il posteggiatore abusivo di turno e sarà tutto dimenticato.

Ci siamo rotti come quelle 500, loro con le ruote a terra noi con le palle a terra.

Una città in mano ai criminali, chi chiede scusa ai catanesi veri?

Esisto anche fuori dai social!

Domenica mattina, finalmente mi posso svegliare con calma, metto il piede fuori dal letto, mi lavo rapidamente la faccia e prendo in mano il telefono. Facebook mi chiama e io rispondo, no, non ci credo, è down.

E adesso che faccio? Devo dirlo assolutamente al mio amico, mi sposto su WhatsApp ma non carica le pagine, il messaggio “Attendo” come una spada di Damocle e adesso come gli comunico questa novità?

Ah beh vero, ci sono ancora gli sms tradizionali, gliene mando uno ma non risponde, probabilmente starà ancora dormendo. Potrei chiamargli ma non lo faccio mai, meglio scrivere, a voce non si può essere davvero se stessi.

La mia unica salvezza ora è Instagram, devo curare un po’ di più il mio profilo e recuperare due tre foto che non ho pubblicato. La pagina non si carica e mi viene l’ansia, c’è la telecamera da qualche parte vero? Ditemi che sono su “Scherzi a parte”.

Tutto in down, sono in pigiama, c’è una bellissima giornata di sole. Guardo le scarpe da ginnastica in un angolo, le indosso e mi decido ad uscire, strada facendo i social torneranno a funzionare.

Sono per le strade della mia città, alla mia destra ho il mare, alla sinistra lo scorcio del vulcano, non vedo nulla, ho la testa china sul cellulare, prima o poi riprenderanno a funzionare.

L’ansia cresce, non pubblico niente da più di due ore, è un problema mio o un problema di tutti? Cosa penseranno i miei followers? Mi si avvicina un bambino, mi regala un palloncino e gli sorrido, con la coda dell’occhio guardo il mare, che spettacolo, perché non ci ho fatto caso prima?

Metto lo smartphone in tasca e mi affaccio, mi ostino a guardare foto su Instagram e il panorama ce l’ho qua, a pochi passi da casa. Sarebbe bello fare uno scatto ora, prendo il cellulare ma mi ricordo che non serve a nulla, dove posso pubblicarlo?

Vado a casa dei mie genitori, è domenica, in genere sto in silenzio col cellulare in mano, li guardo negli occhi e parlo, gli chiedo come stanno e ci raccontiamo i nostri ultimi mesi. Torno nel mio appartamento e mi sorride la vicina, talmente ero preso che non mi sono accorto che non è più quella vecchia bisbetica dallo sguardo torvo.

Sono a casa, davanti allo specchio, mi guardo e per la prima volta mi apprezzo. Non sono poi così male e me lo dico io, niente approvazione dai followers di Facebook e Instagram, niente commenti a confermarmelo.

Nel frattempo i social riprendono a funzionare ma io non ho più tanta voglia di stare in rete. Esco fuori in giardino, prendo un bel libro e mi godo il sole della domenica.

Bambini e sesso: lo schifoso primato degli italiani

Gli italiani sono primi nel turismo sessuale minorile nel mondo. Sì, avete capito bene, fa schifo già così, a scrivere e a leggere questa frase, potremmo già chiudere l’articolo.

L’Osservatorio sui diritti ha diffuso dei dati agghiaccianti che dovrebbero far riflettere. Basta chiacchiere e più fatti per carità, i nostri bambini sono gli adulti di domani!
Nel mondo 3 milioni di persone viaggiano ogni anno per andare a fare sesso con i minori, un dato raccapricciante, sesso e minori no, non possono e non devono stare nella stessa frase.

Al peggio non c’è mai fine: i dati sono in crescita, così come i Paesi in cui si pratica questa deplorevole forma di turismo. Un reato, a tutti gli effetti, tra i più gravi, ma un potenziale frutto da spremere per guadagnare tanto tanto denaro.

Denaro, sesso, soldi, il trinomio schifoso degli adulti che ha ormai coinvolto anche i bambini. Nessuno chiede loro, nessuno ascolta la loro opinione, costretti a piombare nella dimensione adulta nel peggiore dei modi, con violenza e costrizione, come oggetti da manipolare a piacimento.

Dove finiscono i loro sogni? Chi restituirà l’infanzia all’adulto un tempo violentato? Dove sono le forze dell’ordine nei Paesi del turismo sessuale? Corruzione, potere, lussuria, altro schifoso trinomio difficile da sradicare.

E noi italiani? Siamo i più schifosi tra gli schifosi: i turisti sessuali italiani sono circa 80 mila, per lo più uomini (90%), non solo persone adulte ma adesso anche giovani, della serie il naufragio è totale. I dati scioccanti sono di uno studio di Ecpat Italia, contenuto nel Global Study di Ecpat Iternational (End Child Prostitution in Asian Tourism).

Gli adulti continuino a fare le porcherie tra di loro ma lascino stare i bambini, se c’è ancora una speranza in questo mondo di merda questa risiede nei più piccoli e nella loro capacità di sognare in grande.