Il potere è nulla senza il controllo

Prendo in prestito la frase di una famosa campagna pubblicitaria e la modifico un po’, d’altronde potenza e potere sono vocaboli che esprimono un concetto molto simile.
La cronaca ci presenta ormai giornalmente storie di uomini di potere che perdono il controllo e la faccia, che non riescono a porsi un limite, che credono di poter comprare tutto col denaro, anche la dignità.

Weinstein, l’orco che ha sconvolto il mondo, le violenze subìte da svariate attrici, i ricatti sessuali, veri e propri stupri in piena regola. Il potere compra anche il silenzio, l’omertà è una conseguenza spiacevole, manca il coraggio, si vede sfumare il proprio sogno perché un certo mondo funziona in un determinato modo.

Il sesso, croce e delizia dell’essere umano, il successo che regala una parvenza di onnipotenza, i soldi come lasciapassare universale, le tre S maledette, se perdi il controllo perdi umanità e dignità in un colpo solo. Il gioco è retto fino ad un certo punto, prima o poi il castello cade e torni in basso, molto in basso, il successo svanisce così come il sesso e i soldi.

Siamo circondati da giochi di potere e non c’è bisogno di andare fino ad Hollywood. Il potere è una cosa bellissima se governata, permette di firmare veri e propri capolavori per l’umanità. A volte è uno stivale che calpesta la qualsiasi, a volte è un grande telo che offusca merito e trasparenza, a volte è una trivella che abbatte case con persone dentro.

Una grande illusione perché alla fine il potere più grande lo conferisce l’umanità, il saper stare in mezzo al mondo nel pieno rispetto delle regole, la comprensione dei sentimenti umani e delle dinamiche legate ad essi.

Il potere di essere UOMINI, chi può dire di averlo al giorno d’oggi?

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Anna Frank non ha bisogno di questo show

Anna Frank, un nome e un cognome, che in realtà sarebbero da ricondurre a Annelies Marie Frank.
Anna Frank, una ragazza coraggiosa, che con le parole ha smosso macigni, le stesse parole che, in queste ore, la stanno infangando. Tutto nasce con un gesto becero di alcuni ultras della Lazio, adesivi che raffigurano Anna con la maglia della Roma, storie di politica, estrema destra, storie di straordinaria follia.

Di lì in poi tante cose belle e tante cose brutte: la dura condanna da parte del mondo del calcio, una pagina del Diario di Anna Frank letta prima di ogni partita, le reazioni dell’opinione pubblica coese e sdegnate. Ma anche a uno show in piena regola: allenatori che parlano senza cognizione di causa, chi si erge a paladino per farsi bello, chi dice addirittura di non conoscere Anna Frank, chi si gira tutte le televisioni per dissociarsi dai propri tifosi e poi casca in fallo come un principiante.

Non abbiamo bisogno delle parole di Claudio Lotito per ricordare gli orrori della Shoah, non abbiamo bisogno delle sue visite alla Sinagoga per chiedere scusa ad un mondo che ha sofferto troppo. Una pagliacciata in piena regola, la registrazione di uno sfogo nel bel mezzo di un aeroporto tra i più affollati al mondo, un’arroganza senza uguali.

Anna Frank ha scritto pagine memorabili di storia, ha scavato nell’animo umano con parole semplici e dirette, ha raccontato una sofferenza diretta, il brivido della fuga, gli orrori perpetrati da altri esseri umani, una guerra illogica, uno sterminio abominevole.
Anna è una figura affascinante, carismatica, un sorriso che ti conquista subito, una serenità che contrasta con una fase storica drammatica.
Leggiamo il suo diario prima delle partite ma Anna non ha bisogno del calcio per essere ricordata, né di uno show in piena regola che la trasformi in un fenomeno da baraccone.

Perché non c’è bisogno di essere uomo per avere gli attributi, lo sa Anna Frank che per arricchire le sue pagine rischiava la propria vita, non lo sa, di sicuro, chi uomo crede di esserlo e chi, fenomeno da baraccone, lo è di sicuro.

Caruana Galizia: una bomba contro il vero giornalismo

Oggi è una giornata di lutto, di riflessione di sgomento.
La giornalista e blogger Daphne Caruana Galizia è stata uccisa a Bidnija, nell’isola di Maltauna bomba ha fatto esplodere la sua auto. Verità in frantumi, come una vita, parliamo di umani, non di bambolotti da far deflagrare per gioco.
La Galizia aveva lavorato ai MaltaFiles, un’inchiesta importante, una vera e propria bomba mediatica che aveva portato ad individuare Malta come “lo Stato nel Mediterraneo che fa da base pirata per l’evasione fiscale nell’Unione europea”.

Il vero giornalismo, la ricerca oltre la superficie, la voglia di far emergere realtà scottanti e di migliorare il sistema. Una bomba mediatica che diventa bomba vera, lo scoppio è forte, così come il dolore, la consapevolezza che il male non sopporta la verità, che chi si adopera per il bene di un Paese rischia di fare una brutta fine.

Siamo abituati a figure di giornalisti ibride, troppo accondiscendenti con i propri direttori, imbavagliati dalle logiche di potere, scontati, banali, molti hanno rinunciato al fuoco sacro che muove la voglia di sapere, di far emergere, di indagare.
Un posto di lavoro basta e avanza, al diavolo l’inchiesta, l’approfondimento, bisogna essere buoni coi padroni, porgere l’altra guancia alla corruzione e un’altra parte del corpo al sistema.

Il caso dei “Panama Papers” scotta, lacera equilibri, una bomba che fa saltare in aria la verità squarta anche l’anima, segna nel profondo, ammazza le velleità di chi lotta per la giustizia a tutti i costi. Galizia aveva pubblicato un articolo sul suo blog, la sua vetrina virtuale di verità, pochi minuti prima di morire.

Ricordiamola, non smettiamo mai di ringraziarla, facciamo luce sulle dinamiche e sui colpevoli, prendiamola come esempio. Giornalismo è giustizia, giornalismo è verità, ma la storia ci insegna che si salta ancora oggi in aria, semplicemente per aver fatto il proprio dovere.

I veri uomini amano le donne

“Sto uscendo, vado a correre al parco”
“Sto partendo, mi faccio sentire io quando arrivo”
“Prendo i mezzi e ti raggiungo”
“Sto lavorando, ti chiamo appena finisco”.

Quattro frasi, le avremo pronunciate un sacco di volte senza rendercene conto, la normalità, la rotuine.

“Donna stuprata al parco, si cerca l’aggressore”
“Si finge conducente a noleggio e poi la violenta”
“Aggressioni e violenze fisiche e psicologiche aumentano sempre più sui mezzi pubblici”
“Medico di base segregato e violentanto mentre svolgeva il turno di lavoro”.

Vogliono uccidere la libertà, generare paura, a volte addirittura terrore. Bisogna guardarsi avanti, indietro, a destra e a sinistra, però:

  1. Non chiamateli uomini perché non lo sono, i veri uomini amano le donne;
  2. Non chiamateli neanche bestie, conosco delle bestie che mai si sognerebbero di fare certe cose;
  3. Parliamone, non distogliamo mai l’attenzione da un problema sociale e non diamola vinta a questi poveri pazzi.

Mia sorella vuole correre, stare a contatto con la natura, respirare aria di mare, essere libera. Lo fa, perché le donne sono forti, quasi indistruttibili.
La mia ragazza vuole uscire la sera, spostarsi liberamente con i mezzi pubblici, avere la libertà di fare una passeggiata per ammirare le bellezze della sua città.
Io da uomo che ama le donne vorrei tenerle in una campana di vetro, lontane da ogni parvenza di pericolo, ma non serve.

Le donne lo sanno, dice una canzone di Ligabue, le donne l’han sempre saputo.
Sanno che ci sono uomini e uomini, sanno che la loro libertà va affermata costi quel che costi, sanno anche essere sempre più prudenti e coscenziose.

I veri uomini amano le donne e sanno che queste merde saranno sempre presenti.
I veri uomini amano le donne e non accettano che queste merde la facciano franca.
I veri uomini amano le donne e non accettano che altri uomini non applichino le leggi o che altri uomini concepiscano leggi troppo morbide.

C’è in gioco la libertà, di una corsetta, di un viaggio, di un giro in bus, di donna!

 

La curva del destino

Notte di ferragosto, spiaggia piena di gente, amici, sballo senza controllo.
Abbiamo portato tutto, vino, birra, superalcolici, ah sì, anche qualcosa da mangiare, giusto per non sbarellare subito, giusto per reggere almeno un’oretta prima di non capire più niente.
Bevo un po’ di vino bianco, dal bicchiere, poi penso che sono un coglione, mi attacco alla bottiglia, se vado avanti a bicchieri mi prendono per uno sfigato.
Vino rosso, martini, rum, vodka, poi ricomincio con la giostra, c’è una con un culo da paura dall’altro lato del falò, devo provarci prima di non capire più niente.

Sono le due, è ancora presto, prestissimo, ci sono due infrattati dietro la porta d’ingresso del lido, io cammino ancora abbastanza dritto, sono ancora un po’ cosciente, mi rendo conto delle cose, cazzo come reggo l’alcool io nessuno!
Decido di bere, vodka direttamente dalla bottiglia mentre gli altri mi mettono alla prova. Applausi, fischi e tanto entusiasmo, sono il re della serata, capita spesso, sono figo!

Sono le tre, sono sdraiato su un telo, non ci sto capendo più niente. Vedo tutto girare, ho vomitato anche l’anima, un ferragosto da leoni, ma non voglio fermarmi qui.
La bionda è ancora lì, sembra non aver bevuto neanche un goccio, io sì, faccio per rimettermi in piedi e cado come un salame.
Dormo due ore, sono le cinque, gli altri vogliono tornare a casa. Ho dormito, sono riposato, ma ancora mi gira la testa, vomito un po’ qua e là, ancora sto delirando ma d’altronde non sono stato mai un tipo particolarmente acuto.

Accendo la mia macchina truccata, siamo in quattro, cominciamo a cantare con la musica che ci spacca le tempie, TUTTI devono sentire quanto ci stiamo divertendo.
Comincio ad avere sonno, non lo do a vedere, stiamo per arrivare, l’acceleratore sempre più premuto, adesso faccio vedere a tutti come prendo questa curva, quanto sono figo!

Erano fighi anche quelli con cui mi sono scontrato, ho sbagliato la curva e ho fatto un disastro, c’era una coppia che si sarebbe sposata di lì a poco.

Io sono sopravvisuto, i miei amici chissà, quella bellissima coppia ubriaca di vita, che aveva deciso di andare a mare alle prime luci dell’alba, ci ha lasciato per sempre.

Non vedo più Ariana ma sento tutti urlare

Ho trovato i biglietti! Una fatica enorme ma ce l’ho fatta! Il sogno di vedere Ariana finalmente realizzato. Che bella che sarà l’Arena piena di ragazzi, canteremo tutti a squarciagola.

Che bello vedere la mia bambina così felice! Abbiamo temuto di non farcela, i biglietti andavano a ruba, ma alla fine con un colpo di coda li abbiamo portati a casa. Non c’è cifra che valga il sorriso della mia stella

Mamma mia quanti siamo, un numero pazzesco, non riuscirei a contare. Riesco però a cantare, Ariana é grande, so tutte le canzoni a memoria!

Quanti bambini felici, quante luci, quanta allegria! Non conosco una canzone ma non mi importa, devo tenere a freno la mia piccola scatenata!

Un concerto pazzesco, grazie Ariana per le emozioni che mi hai fatto vivere, me le porterò a casa e le custodirò come il tesoro più prezioso.

Le orecchie mi rimbombano ma il sorriso di mia figlia mi acceca, l’ho resa felice, ora però tutti a casa!

Ho sentito un botto quando stavo per uscire. Non vedo più Ariana, non vedo più mamma, ma sento tutti urlare.

Ho sentito un tizio urlare una strana frase e poi tutto nero. Mani nelle mani con la mia stella, adesso un po’ meno luminosa.

L’irresistibile fascino di Gessica Notaro

Da quando, un giorno, mi sono imbattuto nella storia di Gessica Notaro, un mix di emozioni e sensazioni si sono mischiate in me in un turbinio indecifrabile. Bella, bellissima, nella sua foto col delfino pubblicata prima che un becero attentasse a quei begli occhi e quel bel viso, bella, bellissima anche ora, con l’irresistibile fascino di chi non si arrende mai. Perentoria nel rifiutare un’intervista con un velo a coprire la faccia deturpata, determinata nel pretendere il rispetto dei suoi diritti. Un coraggio bestiale, quasi disumano, poco tempo è passato e subito in scena, due attributi immensi in un mondo di codardi, come quei bastardi che osano sfregiare un viso tanto bello che sembra dipinto. Anche nella disperazione si può trovare una ragione di vita , anche quando ti guardi allo specchio e non ti riconosci più. Perdi pezzi di pelle, il chirurgo diventa il tuo migliore amico ma tu resti lì, incredibilmente bella e forte, la dignità per gonfiare il petto, un cuore che pompa sangue meraviglioso. Non basta neanche l’acido per frenare una forza della natura, non basta un bastardo senza senno a rallentare un tornado. Gessica Notaro mi ha conquistato e continua a conquistarmi. Gessica Notaro mi fa sentire in debito, una luce che mi abbaglia in mezzo al deserto, un esempio di vita, di come rialzarsi anche dalle cadute più rovinose.

Mondo, game over

72 morti, 25 minori e 16 donne spazzati tutti via, basta un po’ di gas a stroncare tutto, l’ingegno del male avanza, non conosce tregue. Possiamo fare finta di niente, ancora una volta, spegnere il telegiornale e pensare alla nostra partita di calcio settimanale, la vita continua, the show must go on. Possiamo pensare che tutto sia confinato lì, in quel Paese, la Siria, che ha assunto ormai, di diritto, il titolo di “posto degli orrori”.

Se abbiamo invece cura dell’umanità nella sua interezza, non possiamo non essere sgomenti da tanta ferocia. Le immagini dei piccoli corpicini esanimi lasciano un vuoto incolmabile. Immaginate due piccole creature intente a dare calci ad un pallone di pezza, in mezzo a palazzi sventrati, case che non esistono più, la loro spensieratezza vince sulle atrocità dell’uomo “civile” che fa la guerra.  Poi una nube tossica a dissipare i loro sogni, finisce tutto lì,  l’atto più normale del mondo, respirare, diventa morte sicura.

L’orrore che sposta ogni giorno più in alto la sua asticella, dinamiche incomprensibili in una battaglia che non ha padrone. Non c’è mai logica in una guerra, a volte c’è però una misera spiegazione, un pretesto folle, ma pur sempre un pretesto, qui siamo allo sbando, tutti contro tutti, mirino puntato all’impazzata, a chi piglio piglio.

Chi glielo racconta a mio nipote cosa è successo? Chi ha il coraggio di parlare al proprio figlio dicendo che respirando si può morire? Chi riesce a dare una spiegazione a questa merda che ha ormai monopolizzato il mondo?

Ha perso l’umanità, abbiamo perso tutti noi. Game over, mondo

Foto: iltempo.it

La burocrazia del dolore

La gente muore di freddo e il Paese muore di burocrazia, no, qui non si parla in senso figurato e non è neanche una provocazione, succede questo, nel 2017, in Italia.
Tartassati, dalle scosse, dalla pioggia, dalla neve e poi di nuovo dal terremoto, il Centro Italia vive il suo incubo quotidiano, si addormenta ma non sa se si sveglierà tutto intero. Sembrava non ci potesse essere nulla di più del 2016, invece il 2017 ci sta stupendo, sin da subito, con tutta la sua violenza.

C’è gente che è rimasta, davanti ad un cumulo di macerie, in una roulotte, semplicemente blocchi di gelo, igloo un po’ meno ospitali. Non si vuole staccare dalle proprie origini, non può abbandonare i propri animali, che muoiono, anch’essi, di freddo. La quiete dopo la tempesta non c’è mai stata, ha continuato a piovere sul bagnato e a nevicare sul gelato, invocare il destino, Dio, o chi per lui non è servito a niente.
Siamo di fronte ad un’emergenza senza eguali, il nostro povero stivale sembra come uno di quei souvenir a forma di palla di neve, ogni tanto qualcuno si diverte ad agitare il tutto e balliamo balliamo, senza però divertirci.

Il cuore degli italiani cozza con la lentezza delle burocrazia, che si impantana, ancor di più, nelle emergenze.
I milioni di euro, raccolti con i tanti sms inviati da un popolo sempre solidale, sono fermi, intrappolati nelle maglie dello Stato. Devono essere sbloccati da qualche altro passaggio burocratico dicono, ne parlano nelle tv, nelle radio, sui giornali, gli stessi media a disposizione dei tanti abitanti del Centro Italia.
Si chiedono perché, sono angosciati, hanno già perso la speranza o forse non l’hanno mai avuta. Hanno saputo di persone nelle loro stesse condizioni rimaste in alloggi di fortuna per anni, hanno visto il politico di turno, precipitarsi il giorno dopo la disgrazia, defilarsi con altrettanta velocità.

Il calore umano come unica fonte naturale, perché saltano luce, gas ed elettricità. Gli affetti, per chi è stato fortunato, sono l’unico appiglio in una situazione inspiegabile e forse, sotto sotto, non avere la tv, nelle tende o nelle roulette, è una tutela contro le puttanate sparate a raffica dal potere.
Passano i giorni, muoiono persone e speranze e muore la dignità di chi, con un semplice click o con una firma da un nanosecondo, potrebbe sbloccare milioni di euro. La burocrazia è un caterpillar a servizio di uno Stato ingordo, non chiude un occhio davanti alle emergenze ma anzi si blocca, quasi spaventata, forse quando non c’è da “mangiare” (in termini di tangenti, guadagni ecc..) non ha la stessa grinta di sempre.

La povera gente di Amatrice farebbe bene a cercare agganci nella politica, ad allisciarsi il politico di turno, a contattare il papà della Boschi. Amatrice non ha lo stesso fascino della “Monte dei Paschi”, la sua gente non è portatrice di potere, quello che detiene, ad esempio, una banca. La gente di Amatrice è umile, buona, dignitosa e uno Stato ingordo, perfido e indecente non è naturalmente attratto da essa. Eppure bastava poco, bastava avere tra i propri abitanti un qualsiasi parente della Boschi, del deputato X o del senatore Y, lì sì che si sarebbe sollevato un polverone, lì sì che sarebbe stato tutto ricostruito in pochi mesi.

No al Ponte sullo Stretto, sì al jet privato

C’è il Ponte dei Sospiri a Venezia, chiamato così perché attraversandolo i prigionieri sospiravano al pensiero che quella fosse la loro ultima passeggiata all’aria aperta e c’è il Ponte delle illusioni, costruito idealmente dieci, cento, mille volte.
Si scherza col fuoco, si tocca un nervo scoperto con nonchalance, la propaganda politica non ammette eccezioni, si spara senza pensare alle conseguenze, tronfi ed orgogliosi e poi… chi se ne frega.

Matteo Renzi si aggiunge alla lunga sequela di “tromboni”, quei soggetti che partono in quarta per farsi belli agli occhi della gente e che poi puntualmente fanno marcia indietro senza nemmeno averci provato. Non c’entra nulla il colore politico, i Berlusconi i Renzi e quelli che verranno (perché verranno, senza alcun dubbio), è ormai un modus operandi consolidato, solo che adesso la gente non ci casca più e si è anche un po’ rotta le balle.
Appena una settimana fa, ecco le parole del premier: “Un’opera che garantirebbe 100mila posti di lavoro, utile per tornare ad avere una Sicilia più vicina e raggiungibile e per togliere la Calabria dal suo isolamento“. Poi un invito che vale più di mille parole rivolto ai costruttori: “Se siete pronti lo facciamo“.
3 Ottobre 2016, il punto di vista cambia: “Il progetto del Ponte sullo Stretto di Messina è interessante ma non è una priorità“. Qualche altra parola da maggioranza e opposizione e poi il silenzio, fino al prossimo visionario (o genio) che proporrà di nuovo la faccenda all’attenzione dei media.

Ma qui si gioca a nervi scoperti, si toccano punti dolenti con una leggerezza insolente. Il sistema di trasporti del Sud, sembra rimasto al dopoguerra, mentre l’altra parte d’Italia viaggia a ben altre velocità. Renzi, o chi per lui, conosce benissimo la situazione ma la sua è solo una conoscenza di facciata, basata su carte, dati, numeri.
La vita vera è un’altra e la raccontano gli studenti e i lavoratori pendolari alle prese con tratte allucinanti per rapporto tempo/distanza nella stessa Regione, gli autotrasportatori alle prese con strade e autostrade che cedono all’improvviso , i viaggiatori che si trovano a sborsare più di duecento euro per andare da Milano a Catania.
Dalle auto blu con autista non si percepisce il disagio di una strada groviera, se poi ti aspetta un jet privato ad ogni occasione cosa puoi capirne di biglietti che costano come un affitto mensile di una camera? Quando ti capita di prendere un treno poi, di sicuro non prendi un regionale scassato, lento e sporco, ci sono Italo e Frecciarossa in primissima classe.

Che poi al siciliano non dispiacerebbe neanche essere collegato direttamente con la sua stessa nazione (mi sembra si chiami Italia), senza dover attendere ogni volta un traghetto per andare e un traghetto per tornare. Di sicuro, nella vita di tutti i giorni, sono più urgenti i trasporti cittadini e regionali. In quelli siamo un disastro, perché dovremmo essere in grado di assorbire un’opera mostruosa come il Ponte sullo Stretto?

Dall’atollo della chiacchiera, dove vince chi la spara più grossa, torneranno alla ribalta con questa storia, solo questione di tempo. Intanto il Ponte non c’è e non ci sarà, d’altronde basta un jet privato a spese degli italiani per raggiungere la Sicilia.