Ezio Bosso e quel sorriso immortale

Se ne è andato Ezio Bosso, grande musicista ed esempio di vita, a soli 48 anni. Un gigante della musica, direttore d’orchestra, compositore e pianista torinese, un vulcano di creatività che neanche una brutta malattia neurodegenerativa ha mai saputo fermare.

Una mancanza che si sente, eccome se si sente!

Ho smesso di domandarmi perché. Ogni problema è un’opportunità“, diceva, uno straordinario esempio per chi si perde di fronte alle piccole cose del quotidiano, Ezio suonava, dirigeva un complesso armonico di strumenti, era rigoroso, nonostante le incredibili sofferenze che affrontava.

Ha studiato tanto per fare la sua musica, otto ore al giorno per diventare un grande, ha colpito tutti per la sua dignità, si è sempre arrabbiato quanto per lui si è provato “compassione” o addirittura “pietà”, voleva essere sempre giudicato per il suo modo di essere e per come sapeva comporre e creare.

Uomo pieno di ideali e con un’etica encomiabile, ha sofferto molto per la deriva intrapresa dalla società odierna, soprattutto per la mancanza di cultura e merito.

Sono un uomo con una disabilità evidente in mezzo a tanti uomini con disabilità che non si vedono“.

Il fisico lo tirava giù ma la mente e il cuore lo facevano volare, il sorriso lo portava più in alto di tutti ed era sempre lì ad illuminare il suo viso.

Adesso, in quel posto più alto di tutto e tutti, sono sicuro starà emanando il suo proverbiale entusiasmo, starà coinvolgendo come al solito a suon di musica e parole.

Non è facile trovare un uomo così completo, non sarà facile fare a meno di Ezio Bosso.

“Finalmente la luce: Silvia è tornata, Silvia è libera!”

Sono qui con i miei bambini, nel mio habitat naturale, sto facendo del bene, volontariato, una parola ormai tatuata sulla pelle, il mio modo di vivere. Sfodero il mio bel sorriso, la vera chiave per aprire le porte della felicità, contagioso e coinvolgente, di quelli che influenza positivamente gli altri.

Un’armonia comune, quasi una magia, ci si diverte con poco, con bambole di pezza e pezzi di carta che fungono da palloni, ci si nutre dell’essenziale, un poco d’acqua e poco cibo nutriente, si va avanti giorno dopo giorno non dando nulla per scontato.

Un giorno di novembre si è spenta la luce, mi hanno preso e portata lontano da quel mondo magico, mi hanno rinchiuso, rapito, poi proprio a me, chissà perché… Non mi sento una persona speciale, fare del bene è una missione di vita, senza assecondare questo modo di essere mi spengo.

I giorni passano lenti, mi aggrappo ad una speranza, ai ricordi di quei bambini, di quei sorrisi, penso alla mia famiglia, al mio Paese, si staranno preoccupando per me? I miei aguzzini non hanno quella luce speciale che illumina chi fa del bene, sono positiva di natura ma mi interrogo, cosa mi riserverà il futuro?

Voglio rendere felici le persone accanto a me ma stando segregata qui non posso farlo, anzi sto dando una gran pena ai miei cari, sto rovinando le loro giornate, magari persone che neanche conosco si sono affezionate a me, sarò finita nelle prime pagine dei giornali e in ogni edizione del tg, ma non per una buona azione, bensì per il mio rapimento.

Sono stata rapita e non so nemmeno da quanto, non ho un calendario, un orologio, sarà passato un anno, un lunghissimo anno senza la mia vita, rido a me stessa e penso a quello che farò dopo, a come recupererò il tempo perduto.

Stamattina mi sono svegliata bene, ha una strana carica, mi sento energica eppure è la solita giornata, rido ancora a me stessa e mi faccio forza, i miei rapitori aprono la porta e vedo finalmente la luce, Silvia è tornata, Silvia è libera, tornerà a fare del bene ancora, anche se questo mondo le ha voltato bruscamente le spalle.

Dedicato a Silvia Romano, la volontaria rapita e liberata dopo un anno e mezzo in Kenya.

Il coronavirus amplificherà il bello e il brutto dell’umanità

Nella vita bisogna saper ammettere i propri errori e fare marcia indietro prima che sia troppo tardi. Ad inizio quarantena mi era espresso pieno di ottimismo e, ci tengo a precisare, questo ottimismo non si è disperso, anzi dovremmo provare sempre a vedere il bicchere mezzo pieno.

Il 9 marzo scrivevo “il coronavirus ci renderà persone migliori“, preso forse dalla compostezza e dal rispetto delle regole da parte degli italiani in quei pochi giorni di quarantena, tuttavia sono passati quasi due mesi e ho avuto modo di riflettere e di vedere nuovi comportamenti e atteggiamenti.

Domani, 4 maggio, l’italiano verrà ufficialmente liberato seppur con tanti accorgimenti ma già in queste ore sta dando il peggio/meglio di sé: chi già è a fare amabili passeggiate a mare o in piazza senza rispettare le distanze e sprovvisto di mascherine e chi rispetta le regole e il blocco fino all’ultimo secondo.

Il coronavirus è un amplificatore sociale, ha esaltato le doti, la bellezza e i comportamenti di certe persone, ha illuminato l’altruismo di vicini, volontari e uomini comuni, ha dato l’opportunità alle famiglie che volevano di recuperare il tempo perduto, ha regalato momenti indimenticabili per crescere, per formarsi, per mettere ordine tra le priorità della vita.

Il coronavirus ha amplificato anche la maleducazione e la strafottenza della gente, già si vedono le mascherine e i guanti inquinare le strade e il mare, già si vede l’egoismo di chi pensa solo ai propri fatti, la smania di onnipotenza, sta ricomparendo l’aura di immortalità di certi esseri umani. E ancora la lentezza della burocrazia, i soldi che non arrivano, i fallimenti, la povertà e le sanguisughe che ne approfittano.

C’è il bene e il male e neanche un virus di questa portata ci porterà tutti sulla stessa barca. Chi vuole crescere ne approfitterà per crescere ancor di più, chi si sente già arrivato coltiverà il proprio brutto giardino interiore, c’è chi soccomberà sul lavoro o chi farà i soldi con idee originali, il politico che si prodigherà e quelli che ne approfitteranno per fare campagna elettorale.

Ci sono arrivato tardi, ma ci sono arrivato: il coronavirus sarà una grossa cassa di risonanza sia del bello che del brutto, eh no, non diventeremo un popolo più unito e altruista ma saremo esattamente lo stesso popolo di prima, nel bene e nel male.

Un cane in quarantena

Sei tornato a casa, come ogni sera, lunghe ore in tua assenza, non faccio altro che aspettare questo momento, sei il mio padrone, vivo per te.
Lavoro“, una parola che mi fa antipatia, ti porta via da me per troppo tempo ma ho sentito che è lo strumento attraverso cui tu mi dai da mangiare ogni giorno.

Sei qui stanco e assonnato, io non faccio altro che farti le feste, mi dai tu “la pappa”, ma ogni giorno non aspetto solo quella, mi nutro del tuo amore, il cibo è secondario. Dopo che anche tu mangi mi accoccolo sui tuoi piedi e ci addormentiamo insieme, tu sul divano e io sulle tue ciabatte.

La mattina ti sveglio io, sia perché ho le mie esigenze fisiologiche sia perché devi cominciare la tua giornata, mi porti a fare una passeggiata e tutto il mondo è racchiuso nei nostri movimenti, io, tu e nulla più. Spesso la passeggiata è veloce perché ti sei svegliato tardi e devi correre ma oggi è lunga, lunghissima, incredibile quanto dura!

Ti vedo calmo, rilassato, non hai fretta di tornare e io mi godo più possibile il momento, poi torniamo a casa e…non prendi la borsa e saluti tutti come al solito, ti metti davanti al pc e cominci ad armeggiare, come quando stai poco bene o hai la febbre, ma tu in questo momento mi sembri sanissimo.

Stai l’intero giorno con me, mi porti fuori per altre passeggiate, giochi e mi rincorri, tutta la tua famiglia è coinvolta nel nostro momento, sembra un sogno ma è realtà, peccato sia solo un giorno, domani dovrò aspettarti tante ore come al solito.

Suona la sveglia, passeggiata, ancora lenta, sei di nuovo calmo e rilassato, torni al pc, poi tv, leggi un libro e giochi coi tuoi figli, ma come mai stai tutto questo tempo a casa? Ti dirò, penso sia una cosa bellissima, ma perché non sei sempre rimasto qui se potevi lavorare allo stesso modo?

Oggi è l’ennesimo giorno uguale, mi sembra di vivere un sogno, non svegliatemi mai, amo quella che tu chiami “quarantena”.

Il mio cuore sconfiggerà questo virus

Avevo una vita normale, a volte mi sembrava anche monotona, sicuramente non avevo raggiunto la vera felicità, almeno così credevo. Ero sereno? Col senno di poi posso dirvi di sì ma pochi si rendono conto del mare calmo finché non navigano.

Poi tutto è stato squarciato, una febbre alta come primo campanello d’allarme, le difficoltà respiratorie, l’assenza del gusto e dell’olfatto e poi la caduta libera. Il tampone a casa? Impossibile e dunque mi hanno ricoverato d’urgenza.

Se dovessi raccontare quello che ho vissuto i primi giorni non basterebbe un’ora: le sale stracolme di persone, ospedali come piccoli grandi inferni, le lamentele di vario tipo, urla strazianti, pianti laceranti, io nel mio letto attaccato ad un ventilatore per respirare.

Se dovessi poi raccontare tutto quello che ho vissuto dentro in questi giorni non basterebbe un’intera esistenza. La solitudine agonizzante, i pensieri al passato, a quella vita routinaria che adesso mi sembrava bellissima, i sensi di colpa per le cose non fatte e soprattutto perl le parole non dette, l’angoscia per un futuro tutt’altro che certo.

Non sono stato sempre lucido, a volte non distinguevo realtà da delirio, le persone accanto a me stavano davvero morendo una ad una? Riuscivo a intravedere gli eroi con la mascherina, medici ed infermieri che mi davano cure e anche un po’ di quel calore umano che mi mancava terribilmente.

Dovevo veramente rassegnarmi a morire così, senza poter dare un ultimo saluto ai miei cari? Mi sentivo tremendamente in colpa, li immaginavo in pensiero per me, mia moglie costretta a casa quando in tempi normali sarebbe stata seduta qui a mio fianco ininterrottamente. E i miei figli? Troppo giovani per provare già così tanta angoscia.

Mi sono chiesto come ho fatto a prendere questo maledetto virus. Forse a lavoro? O in palestra? Magari non sono stato attento e per una mia leggerezza ho condannato a morte l’intera famiglia…

Piangevo per il dolore e per tutto questo ma non mi sono mai arreso, una corrente calda proveniente dal cuore mi pervadeva il corpo e mi permetteva di andare avanti nonostante tutto.

La partita la stava vincendo il coronavirus, c’è poco da dire, tanti “compagni d’avventura” anche più forti e giovani di me sono stati stesi e adesso riposano in quelle bare isolate custodite sotto i tendoni. Io però sono sempre stato testardo, sono passate già alcune settimane ma sono ancora qui, voglio vincere per dire quel “ti voglio bene” ai miei figli che ho detto troppe poche volte, voglio urlare a mia moglie che la amo da morire.

Voglio e devo vincere io, anche per poter in futuro abbracciare quegli angeli che si stanno prendendo cura di me, meritano il mio grazie, detto e dimostrato.

E anche se sembra tutto così difficile ne sono sicuro: “Il mio cuore sconfiggerà questo virus”.

Chi ha paura del 4 maggio?

Fase 1, una quarantena lunghissima, infinita, ci ha costretto a rinunciare a tante cose, a riformulare certi concetti, a ridisegnare la nostra vita. La testa vacilla, il fisico ne risente, il cuore traballa, siamo scossi, come chi esce da una centrifuga di una lavatrice.

Abbiamo portato a casa il risultato minimo, è una lotta di sopravvivenza, siamo vivi e questo è ciò che conta, perché c’è chi piange e chi non ne è uscito. E poi c’è quella visione, a volte un’allucinazione, quel 4 maggio che il governo ha individuato come data di “riapertura progressiva”.

Una data che abbiamo segnato sul calendario, non vediamo l’ora che arrivi o forse abbiamo paura man mano che ci avviciniamo? Non vi è forse capitato in questo periodo di uscire con entusiasmo per sgranchirvi testa e gambe e andare a fare la spesa e tornare terrorizzati, scossi, fuoriusciti da un film a cui non avreste voluto partecipare?

Mascherina, guanti, magari occhiali, la nostra nuova attrezzatura per la guerra, ma il 4 maggio si potranno riabbracciare i propri cari? Ci ritufferemo lentamente nella vita di prima o non la recuperemo più?

Si avvicina la data, cresce l’attesa, si alimenta la paura. Ci riconosceremo là fuori? Rideremo sotto la mascherina ma sapremo trasmettere il nostro stato d’animo attraverso gli occhi? Saremo diffidenti, distanti, ci guarderemo con sospetto. Dite che non è cambiato nulla rispetto a prima? Probabile, ma dipende sempre e solo da noi.

E ancora, sapremo rinunciare alla nostra “nuova quotidianità” creata entro le quattro mura di casa? Da casa a mondo il passo non è breve e lo sappiamo bene.

Chi ha paura del 4 maggio? Parliamone

Il tuo abbraccio è il mio respiro

Mi chiamano vecchio, alcuni, i più carini, anziano, la sostanza non cambia, sono nell’ultima fase della mia vita.

Mi godo le giornate, la semplicità delle cose, mi faccio abbagliare dal sole prepotente che entra dalle mie finestre, scandisco le giornate con un telegiornale o una passeggiata in giardino, sono rimasto metodico anche se non lavoro più.

Posso fare a meno di una paio di scarpe comode, del pane fresco in tavola e pazienza se mi viene l’affanno e non sono più agile e scattante come prima, mi potete togliere tutto, anche la briscola delle otto di mattina con gli amici in piazza, ma non pensate di poter interferire su quei meravigliosi momenti trascorsi con mio nipote.

Due anni fa sono piombato nel buio, dopo anni trascorsi accanto ad una fonte ineusaribile di luce. Eh sì, mia moglie è morta, sembra incredibile, davo quasi per scontato che il più bel faro della città potesse sopravvivere ad ogni intemperia, ma è andata così, è una crepa che mi porto dentro, un marchio a fuoco nella pelle.

Solitudine è una parola che credevo fosse lontana, non poteva appartenere al mio mondo e invece eccola qua, anche se rimango una persona socievole, sempre pronta a scambiare due chiacchiere col prossimo. Quando chiudo la porta di casa ecco la tv o un buon libro anche se la vista non mi accompagna più.

Poi arriva lui, Mattia, il mio faro, adesso brilla il doppio da quando se ne è andata Nadia, un sorriso che scintilla, una spontaneità che mi porta a tornare giovane. Le partite a carte ma anche le letture di fiabe, i Lego e le figurine di quei bruttissimi mostri di cui non ricordo nemmeno il nome. Una magia, anche se sono troppo orgoglioso per ammetterlo, anche se non gli dico troppo spesso che gli voglio un mondo di bene.

Adesso tutto questo non c’è più, un virus dirompente si sta prendendo la scena portandosi sogni, speranze e tante vite umane. Io resto in casa come tutti ma senza il mio Mattia le giornate sono una lenta, inesorabile agonia. Va bene il telefono, le videochiamate, ma sono attimi, la mia funzione di nonno-babysitter (pensare che c’è chi la denigra), mi manca maledettamente, forse era la mia unica ragione di vita.

Passa il tempo ma non cambia nulla, anzi le cose peggiorano. Non usciremo a breve e Mattia cresce senza di me. Resisto, ma la solitudine mi logora, non ho sfogo, così non ha senso.

Mi manca il suono della sua risata, mi manca anche il suono della mia risata, senza lui non rido più e i comici in tv mi rendono ancor più triste di prima. Resisto un altro po’ e poi vediamo.

Vita è Mattia, vita è il mio ruolo di nonno, non ce l’ho fatta, mi dispiace. Non riesco a vedere il mio nipotino. Non ha più senso vivere così.

P.s. Tratto da un episodio di cronaca avvenuto a Savona e riportato dal SecoloXIX

Il Coronavirus e lo sciacallo-virus

Subdolo, bastardo, si aggira intorno alle macerie del dolore, studia la situazione ed è pronto a colpire, magari te lo ritrovi prima come amico, pensi che ti stia dando una mano e invece no, sferra il colpo dove fa più male.

Vittima di sciacallo-virus, uno dei più schifosi virus che contagino l’essere umano, rende le persone malvagie, la bramosia di beni materiali fa il resto, si calpestano storie, vissuti e sentimenti con caterpillar pronti a tutto.

Decine di migliaia di morti, un Paese a lutto e in ginocchio, la condizione ideale per leccarsi i baffi perché più grande è il dolore e più eccitato è lo sciacallo. Un terremoto devastante? Wow, quante belle cose da arraffare, le case distrutte, via libera ad ogni tipo di razzia. Calamità naturali? Che siano le benvenute!

Ed un virus così letale? Che occasione! Spazio alla creatività, allora via con truffe e raggiri, soprattutto ai più anziani, più deboli e indifesi sono e meglio è. Finti tamponi, kit contro la malattia, presunte visite a domicilio. I medici fuori al fronte a combattere a morire? Piccolissimo dettaglio.

Ma c’è anche chi aumenta i prezzi approfittando delle emergenze, con il web a farla da protagonista: preventivi mostruosi sulle mascherine, bene diventato ormai di prima necessità e che dire poi di disinfettanti e roba simile? Magari ordini e non ti arriverà mai la merce o ti arrivano dei panni buoni forse solo per soffiarsi il naso.

Lo sciacallo-virus ne contagia tanti, come il Coronavirus? Per fortuna no, ma ha dalla sua parte tanti adepti. Eh sì, perché c’è anche lo sciacallaggio mediatico, con giornalisti pronti a tutto pur di accaparrarsi la notizia strappa-click, con titoli ad effetto che nascondono la realtà e la drammaticità del momento.

Lo sciacallo-virus non risparmia nessuno, nemmeno il politico che fa campagna elettorale fingendosi dispiaciuto e mortificato e che dire poi dei conduttori tv straziati dal dolore prima ed entusiasti dello share subito dopo?

C’è un virus di cui forse non si parla, è un virus bastardo più del Coronavirus, non guarda in faccia nessuno, azzera ogni tipo di umanità.

10) Resto a casa e scrivo un futuro migliore

Resto a casa ora più che mai, non è proprio il momento di mollare. Quale sia il picco non lo possiamo sapere, non lo sanno nemmeno i virologi! Più sforzi ora per un futuro migliore.

Resto a casa e mi metto a scrivere e a delineare un futuro migliore, prendo questo periodo di reclusione per riflettere, per pensare a cosa è andato e cosa non è andato, finora, nella vita.

E allora non sprecherò mai più del tempo per dire “un ti voglio bene” o un “ti amo”, non sacrificherò i miei sentimenti sull’altare della vergogna e della riprova sociale, lo dirò e basta perché  all’improvviso può arrivare un virus che spazza via tutto e tutti.

Non passerò le giornate a lavorare sacrificando gli affetti, il tempo è sempre quello, la giornata è sempre quella, è un mattoncino insieme a quanti altri? Non possiamo saperlo ma è meglio davvero vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo.

Non darò mai più per scontato un cielo azzurro e un mare calmo, riderò al sole quando mi illuminerà, ringrazierò un passero che canta, darò il via al mio personalissimo “inno alla vita“.

Non sarò più quello che vogliono gli altri ma darò ascolto alla mia voce interiore, alla mia indole, alle mie caratteristiche, il bonus è sempre uno anche per essere se stessi.

Non farò cose spericolate perché tanto va sempre tutto bene, avrò rispetto per i tanti morti di questo Paese, non mi chiederò più “perché quella persona ha agito così” ma penserò a come io possa agire affinché essa possa rendere al meglio.

Ritaglierò spazio al sano divertimento, respirerò a pieni polmoni la buona aria, non guarderò con diffidenza il prossimo perché abbiamo combattuto insieme la più dura delle battaglie. Lo aiuterò non solo quando ha bisogno, mi sentirò parte integrante di un ingranaggio che deve e può funzionare meglio anche attraverso le mie azioni.

Non soffocherò un sorriso per adattarmi ad un contesto, vivrò la vita vera facendo cadere definitivamente la mia aura di immortalità.

Resto a casa e scrivo un futuro migliore.

9) Resto a casa: i piccoli gesti fanno la differenza

Una colazione preparata prima del risveglio del tuo amore, una battuta inaspettata in un momento di tensione, la canzone preferita che scuote dal torpore, la mano tesa ad un vicino che a stento conoscevi.

Sono i piccoli gesti che fanno la differenza, sono le azioni quotidiane e spontanee che possono essere la salvezza in questo periodo complicato. No, non le progetti, nessun piano, ti viene di farle e le fai, anche se la tua mente magari prova a sabotarti con concetti come “ma che vergogna” o “gli altri cosa penseranno di me”.

E tu cosa pensi di te mentre fai quel gesto? Non ti senti meglio? Non credi, in questo modo, di contribuire ad un mondo migliore? Abbiamo costruito castelli attorno al concetto di società, al come si dovrebbe fare, al come si dovrebbe stare, cosa ci ha portato tutto questo?

Allora ben vengano le immagini che in questo periodo ci riscaldano il cuore: un uomo che dà da mangiare ad un cane del balcone sopra, la beneficienza di tante aziende, ancor meglio se silenziosa, pane e pasta comprate al vicino nullatenente, un occhiolino spontaneo tra una mascherina e un paio di occhiali. Ben vengano le canzoni improvvisate e non frutte di mero esibizionismo, l’inno d’Italia che unisce tutti nel medesimo dolore, una fetta di ciambella donata, a debita distanza, dal pianerottolo.

Siamo italiani, generosi nel dna, recuperiamo la nostra genuinità, la nostra essenza, riusciremo a vivere al meglio questa quarantena.

Resto a casa: i piccoli gesti fanno la differenza.