Emergi con il bene, non con la violenza!

Nuova Zelanda, un folle distrugge la vita di 49 persone fomentando odio e violenza.
Parigi, manifestazioni e guerriglie, scontri, idee affermate senza guardare in faccia nessuno.
Passa un messaggio devastante: per emergere devi essere un violento. Avrai così titoloni sui giornali, siti che apriranno col tuo bel faccione, con la storia di una tua coltellata conficcata nella pancia di una giovane donna, sei tu il protagonista del male, sei diventato qualcuno, non sei più quel ragazzo anonimo che navigava in acque serene.

Ma sei tu a scegliere i riferimenti della violenza! Certo l’ambiente in cui vivi ti condiziona ma esistono casi di persone insospettabili che sono diventati emblemi del male. Siamo tutti un po’ responsabili: noi che condividiamo solo notizie negative, gli operatori dell’informazione che le veicolano, avete mai visto infatti un’apertura di un quotidiano o di un sito web con una notizia positiva?

E se aprissimo con una bella giornata in cui i volontari hanno raccolto rifiuti in una delle più importanti spiagge italiane? Se titolassimo in prima pagina con la mobilitazione pacifica in piazza dove si chiede di abolire la pena di morte? Si fa del bene in mille modi, con riferimenti culturali, con i libri, con azioni facili da fare nel nostro quotidiano ma dai riflessi inimmaginabili.

Perché è passato il messaggio che si diventa “famosi” o “qualcuno” solo facendo del male? Perché non ribaltiamo la prospettiva e mettiamo al centro del villaggio il bene e la bellezza?

Facile a dirsi, finché saremo mossi da logiche che prescindono dall’umanità e che guardano più al commerciale e al business, dovremo convivere con questa assurda follia.

Mettiamo un sorriso al posto di un volto intriso d’odio, emergiamo con il bene e non con la violenza.

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Risveglia il bambino che è in te

Parli con la bocca della società in cui vivi, ne assorbi i condizionamenti, prima eri spontaneo, senza filtri, ti affacciavi per la prima volta sul mondo. Risveglia il bambino che è in te!

Sei sempre serio, corrucciato, del sorriso neanche l’ombra, un tempo ti dovevo tappare la bocca per frenare quella risata fragorosa. Risveglia il bambino che è in te!

Casa – lavoro, al massimo lavoro – casa, non c’è spazio per il divertimento, ricordi quando correvi scalmanato per la piazza della città fino a notte fonda? Risveglia il bambino che è in te!

Esci di casa sempre di fretta, tua moglie lì ad aspettare un tuo bacio o parole che la scaldino, pensi “c’è ancora tempo”, ricordi quando da piccolo correvi verso tua mamma e le stampavi un bacione con lo schiocco dicendole “ti voglio bene“? Risveglia il bambino che è in te!

Sei ormai troppo razionale, niente deve scostarsi dai tuoi binari, ma rammenti invece il passato quando ti lasciavi andare a “qualche colpo di testa“, stupivi gli altri e stupivi anche te stesso. Risveglia il bambino che è in te!

Calpesti, non ti soffermi, vai veloce, dritto per la tua strada, all’epoca rispettavi i più grandi, sapevi stare al tuo posto, conoscevi il limite oltre cui non andare. Risveglia il bambino che è in te!

Cosa stai aspettando per risvegliare il bambino che è in te?

Bambini e sesso: lo schifoso primato degli italiani

Gli italiani sono primi nel turismo sessuale minorile nel mondo. Sì, avete capito bene, fa schifo già così, a scrivere e a leggere questa frase, potremmo già chiudere l’articolo.

L’Osservatorio sui diritti ha diffuso dei dati agghiaccianti che dovrebbero far riflettere. Basta chiacchiere e più fatti per carità, i nostri bambini sono gli adulti di domani!
Nel mondo 3 milioni di persone viaggiano ogni anno per andare a fare sesso con i minori, un dato raccapricciante, sesso e minori no, non possono e non devono stare nella stessa frase.

Al peggio non c’è mai fine: i dati sono in crescita, così come i Paesi in cui si pratica questa deplorevole forma di turismo. Un reato, a tutti gli effetti, tra i più gravi, ma un potenziale frutto da spremere per guadagnare tanto tanto denaro.

Denaro, sesso, soldi, il trinomio schifoso degli adulti che ha ormai coinvolto anche i bambini. Nessuno chiede loro, nessuno ascolta la loro opinione, costretti a piombare nella dimensione adulta nel peggiore dei modi, con violenza e costrizione, come oggetti da manipolare a piacimento.

Dove finiscono i loro sogni? Chi restituirà l’infanzia all’adulto un tempo violentato? Dove sono le forze dell’ordine nei Paesi del turismo sessuale? Corruzione, potere, lussuria, altro schifoso trinomio difficile da sradicare.

E noi italiani? Siamo i più schifosi tra gli schifosi: i turisti sessuali italiani sono circa 80 mila, per lo più uomini (90%), non solo persone adulte ma adesso anche giovani, della serie il naufragio è totale. I dati scioccanti sono di uno studio di Ecpat Italia, contenuto nel Global Study di Ecpat Iternational (End Child Prostitution in Asian Tourism).

Gli adulti continuino a fare le porcherie tra di loro ma lascino stare i bambini, se c’è ancora una speranza in questo mondo di merda questa risiede nei più piccoli e nella loro capacità di sognare in grande.

Vivere per lavorare o lavorare per vivere?

Doppia domanda, siamo sicuri sia solo una provocazione?

Lavoriamo per vivere, è un dato di fatto, senza la nostra opera non si porta il pane in tavola a meno di clamorose vincite al Superenalotto. Ci alziamo la mattina, facciamo il nostro dovere, che ci piaccia o no dobbiamo metterci in moto per noi e per la nostra famiglia. Ma cosa dire invece della prima parte della frase? Siamo sicuri che abbia solo accezione negativa?

Vivere per lavorare, ci dicono no, devi salvaguardare te stesso, il lavoro non può essere l’unico scopo della tua vita, ci sono altre cose durante la giornata, la famiglia, lo sport, il tempo libero, il volontariato, la tua parte umana che reclama spazio. Giusto, giustissimo, prima di diventare palline di questo flipper impazzito pensiamoci bene, focalizziamoci sulla parola equilibrio e tiriamoci fuori. Se entri nel gioco è difficilissimo uscirne, entri giocando e non riesci a uscire neanche per grazia divina (a meno che la grazia divina non sia restarci secco e passare a miglior vita).

Vivere per lavorare e se lo intendessimo vivere per trovare la propria dimensione anche all’interno del nostro lavoro? Un’occupazione che ci piace, che soddisfi la nostra missione di vita, che sia consona ai nostri studi, alle nostre qualità, alle nostre inclinazioni. Non è forse giusto che ciascuno di noi cerchi la propria strada visto che passa gran parte della propria giornata, volente o nolente, lavorando?

Un lusso sì, trovare la propria dimensione nel lavoro ma lo dobbiamo a noi stessi, ce lo deve il mondo, perché gli ingranaggi comincerebbero a funzionare meravigliosamente. Ci si accontenta, a volte ci si deve accontentare, c’è una famiglia, ci sono delle priorità, ci sono i sentimenti che devono occupare gran parte del nostro tempo, reclamano spazio, all’ultimo giro della ruota rimarranno quelli, non il nostro lavoro.

Proviamo comunque a vivere per trovare un nostro spazio anche nel mondo del lavoro, ce lo meritiamo, tutti!

Sogna, non smettere mai di farlo!

Sogna, non smettere di farlo, è il tuo modo di restare vivo.
Sogna ovunque, sogna lì dove sei, sogna anche se ti sembra impossibile.
Sogna adesso, non dopo, non domani, non perderti nessun particolare.
Sogna anche senza un apparente motivo, sogna sempre restando con i piedi per terra.

Sogna, non aver paura di farlo, colora, arricchisci, definisci, è il tuo sogno!
Sogna in un letto di ospedale, in una casa bellissima, in una prigione, il sogno è dentro di te!
Sogna, in salute e in malattia, in ricchezza e povertà, è il tuo matrimonio con la vita.
Sogna, lavora, studia, pensa alla routine ma ricavati uno spazio per te!

Sogna, è importante come un respiro, è la via più luminosa che porta al tuo futuro.
Sogna a 20 anni, sogna a 30 anni, ma anche a 70, non è mai troppo tardi!
Sogna, non vergognarti, sogna come un bambino, non farti condizionare dalla bruttezza del mondo.
Sogna anche nei momenti di difficoltà, potrebbe essere la tua personale salvezza.

Sogna, non smettere mai di farlo!

 

La donna brucia, nel corpo e nell’anima

Brucia la donna, brucia come un oggetto da dare alle fiamme, brucia e continua a bruciare, ogni giorno di più.
Uomini senza scrupoli che un tempo sono stati fidanzati, mariti e amori e che ormai si sono ridotti solo a bestie.

Brucia la donna, l’anima lacerata, vessata da continui soprusi, umiliata da cocenti violenze. Brucia nei telegiornali, nell’indifferenza dello Stato, nell’impotenza delle forze dell’ordine. Brucia la situazione, questa bestialità dilagante a cui non riusciamo a porre rimedio.

La donna è debole, dicono, la donna non riesce a reagire, pensano, la donna non ha la forza necessaria, sostengono.
La donna ama, dico io, la donna è sensibile e quindi, purtroppo o per fortuna, attaccata ai veri valori, alle cose che contano. Ama anche le bestie, non vuole essere drastica, vuole dare a tutti un’altra opportunità.

La donna però non è scema, brucia la sua anima, ad un certo punto talmente forte da dover dire basta. Volta le spalle al suo carnefice, chiede aiuto, spesso non viene ascoltata, la società regala troppe opportunità a certe merde che osano chiamarsi uomini.

Da oggetto vuole tornare ad essere donna, si ribella, esce fuori la sua forza, prova a spegnere il suo fuoco con un idrante di speranza, cerca amore, conforto, riparo, non sempre lo trova.

La donna brucia, nel corpo e nell’anima, al rogo vanno i sentimenti e la speranza riposta in un mondo indifferente.

Uccidetevi tra di voi, ma lasciate stare i bambini!

Sarà che non ci si abituerà mai a tanta violenza, sarà che la vita ci stupisce tanto in positivo quanto in negativo, sarà che il limite che ti eri configurato idealmente viene oltrepassato con puntualità disarmante.

Si uccide dalla notte dei tempi, da Caino e Abele, da quando l’uomo è stato creato (male). Si uccide per difendere un territorio, per fame, per guerra, per gelosia, per vendetta. Si uccide guardando in faccia la vittima o voltandosi dall’altra parte, col coltello o con l’accetta, con una pistola o a mani nude.

Uccidono anche gli animali, per sopravvivenza, per ragioni sicuramente un po’ più nobili, se si vuole provare a dare un’accezione positiva all’orrore del gesto. Si uccide e addirittura si resta impuniti, si uccide e ci si fa il conto che tanto, male che vada, in poco più di dieci anni si sconta una pena e si ricomincia un’altra vita. Si uccide una vita, quella, dopo dieci anni, non tornerà, se ne è andata via per sempre. Si uccidono genitori, parenti, qualcosa muore dentro e non rinasce più.

Si uccidono anche i bambini, scippando la società di freschezza e creatività, di purezza e felicità. Si uccidono bambini per un letto nuovo. “Ho ucciso il piccolo Giuseppe perché con la sorellina, giocando, aveva rotto la sponda del lettino“. Sì, non è uno scherzo brutto brutto, è realtà, lacerante.

Poi c’è chi ha difficoltà ad uccidere una mosca, è fastidiosa, ronza nelle orecchie, non si riesce a dare il colpo decisivo. Una formica, una coccinella, un ragno, rispetta la vita del prossimo, indipendentemente dalla sua classificazione negli esseri viventi.
Sì, probabilmente qualche volta cede, qualche mosca rimane stecchita ma non riesce a concepire l’oltre. Accende la televisione, l’ennesimo omicidio, si uccide senza riflettere, si uccide come sport, la vita non ha più il suo valore.

Uccidetevi tra di voi, ma lasciate stare i bambini! 

Morto di freddo

Un’altra giornata è andata, un’altra. Sono tutte differenti, anche se l’essere umano si lamenta in continuazione della monotonia, si lamenta lui con la sua varietà di cose da fare. Io sono qui, tra una panchina e un gradino della banca, mi sveglio presto, quanto il sole illumina il mio cartone.

No, non mi sveglio incazzato come gran parte della gente, anche se forse ne avrei tutti i motivi: licenziato a 50 anni, abbandonato dalla famiglia, senza soldi e senza lavoro. Tuttavia mi sveglio e, in queste condizioni, risvegliarsi è un dono di Dio.

Mi imbatto nell’indifferenza della gente ma anche nel sorriso di Anna, ha un bar proprio all’angolo, aspetta che il proprietario si assenti per offrirmi cornetto e cappuccino, lo paga lei ma guai se viene beccata, perderebbe il suo posto di lavoro, proprio come me. Con quei due bocconi a volte tiro dritto fino a cena, ero grande e pasciuto fino a qualche anno fa, ora mi si vedono le ossa. Non importa, cerco di alimentare il mio sorriso, se perdo quello è finita!

Ho incontrato diversi compagni di viaggio, litigato per un posto più riparato, pianto per la morte di un nuovo amico. Vivo per pochi piccoli gesti, come quell’euro donato da una bellissima bambina bionda, accompagnata dalla mamma ogni giorno, verso chissà dove.

Da qualche parte c’è anche mio nipote, non so come sta, non mi permettono di vederlo. Sono un barbone, un clochard, per alcuni un appestato, ma ho scelto la libertà, non voglio pesare su nessuno, chi è causa del suo mal pianga se stesso.

Arriva la sera, questo è il periodo più difficile, ma meno male che ci sono loro, gli Angeli della notte, un pasto caldo, due chiacchiere e posso mettermi “a letto” con più serenità. Ma non muoiono di freddo a girare così per la città? Hanno case, famiglie e amori, perché perdono tempo con noi? Non ho perso il senso dell’umorismo, parlo di morire di freddo, io che di questi tempi batto i denti a mo’ di orchestra.

Sono spiritoso, l’ho chiamato letto ma è un cartone che conservo gelosamente, la mia casa, la mia dimensione, in questo periodo ci sono pure le coperte.

Arriva la notte. Non riesco a dormire, il cartone non basta, le coperte non coprono, batto i denti, ho i sussulti. La città è deserta, prego Dio di addormentarmi il prima possibile, mi accontenta ma non mi sveglio. Sono “morto di freddo”, forse non ho avuto abbastanza calore dall’umanità.

Foto: interris.it

Il cuore batte senza un perché

Il cuore batte senza un perché, no, non voglio far storcere il naso a scienziati e cardiologi, tutti sappiamo che è un meccanismo indispensabile per la vita umana.
Qui si parla di sentimenti, emozioni, cuore in astratto, più grande del proprio pugno, a volta talmente ingombrante da prendersi tutto l’insieme

Se si domandasse il motivo non sarebbe più cuore, sarebbe mente, ragione e quella è tutta un’altra storia. Fateci caso siamo tutti uguali davanti alle emozioni vere della vita.
Andate in aeroporto, soffermatevi sulle facce, sugli arrivederci che a volte hanno lo stesso peso di un addio, sui volti rigati dalle lacrime.
“Mi devo fare forte”, “Non posso piangere”, ce lo imponiamo perché piangere è da bambini o da deboli (la più grande sciocchezza del secolo), poi puntualmente crolliamo.

Persone mature, fidanzati, genitori, amici, di ogni età e latitudine, il cuore batte, senza un perché, torniamo in contatto con la nostra vera essenza, torniamo veri, anche solo per pochi minuti. C’è un qualcosa di straziante in un saluto imposto dal lavoro o dallo studio, ma c’è tanta, forse troppa umanità. Vibriamo ancora di amore, siamo proprio noi, credevamo di essere blocchi di granito inscalfibili.

Il fazzoletto bianco che saluta un treno in partenza ha un qualcosa di romantico ma anche di antiquato. Adesso non sono addii, la tecnologia e il progresso ci consentono di avvicinare visi, anime e cuori. Il dolore come l’emozione non risparmia nessuno, sono livelle sociali senza eguali.

Siamo tutti agli arrivi, ad aspettare un nostro caro che non vediamo da mesi, la realizzazione di un nostro sogno, la buona notizia dietro una malattia logorante. L’orario di atterraggio si avvicina, il cuore pulsa sempre più forte fino ad esplodere a quella visione che abbiamo ripercorso nella nostra mente centinaia di volte.

Il cuore batte senza un perché

Il terremoto ti riporta con i piedi per terra

Sono a casa, queste quattro mura, sempre le stesse. Accanto la mia famiglia, sempre la stessa, le solite lamentele, sorrisi veri che si mischiano a quelli falsi, è così tremendamente noioso, sempre qui, a fare le medesime cose, a mangiare insieme, forse a sopportarci vicendevolmente.

Siamo tutti, non manca proprio nessuno, anche la zia, insopportabile con la sua boria! Sì, vero, è l’unica occasione per stare insieme tutto l’anno. Mia madre sempre a lamentarsi, i cugini urlano, voglio a tutti un gran bene ma non potrei mai dirglielo, ho tempo e, in ogni caso, non è da uomo.

Il solito senzatetto davanti alla chiesa, mi domanda dei soldi per suo figlio, io non ne ho, ad ogni modo potrò darglieli domani, è sempre lì, a dire le stesse cose.

Finisco di sbrigare le ultime cose in ufficio mentre con un occhio scorgo l’ennesimo annuncio di lavoro ideale per me. No, non sarò mai in grado, in ogni caso ho tempo, manderò il curriculum domani.

I miei figli reclamano spazio, vogliono giocare con me prima del cenone, ho del tempo libero in effetti ma sono troppo stanco per dargli retta. Un giorno in più o un giorno in meno non cambierà il loro affetto nei miei confronti.

Mia moglie si sta preparando per la festa, la vedo bellissima mentre si trucca, sono tentato di cingerla da dietro e sussurrarle “ti amo“, non lo faccio, sono ancora arrabbiato con lei per quella discussione, in ogni caso lo farò domani.

Adesso sono fuori, non ho mai desiderato essere a casa come in questo momento, urlo cercando traccia dei miei affetti. Voglio dire a mia madre che le voglio bene, voglio urlare a mia moglie che la amo, voglio giocare a palla con i miei bambini, sfruttare le occasioni per essere finalmente me stesso.

Da lontano scorgo il senzatetto, sempre lui,si precipita a darmi una mano, adesso siamo nelle stesse condizioni, anzi no, io sono un uomo che rimpiange, lui è un uomo che non prova risentimento, nonostante quell’euro non dato.

L’orologio è fermo a quell’ora, i resti del cenone sul tavolo, il terremoto ha lasciato alcune cose, ha graziato la mia famiglia, ha spazzato la mia arroganza, mi ha finalmente riportato con i piedi per terra.