Essere giovani non significa essere felici

Sei giovane, pieno di forze, non puoi buttarti giù, non puoi lasciarti andare!

Sei bello, spavaldo, la carta d’identità è dalla tua parte, dovresti spaccare il mondo!

Noi adulti invece abbiamo mille problemi, mille preoccupazioni, cose che non puoi capire, cose che non ti appartengono.

Dici giovane e dici felice, non può essere altrimenti!

Eppure c’è la vita, con i suoi eventi: chi brucia le tappe per demeriti propri, chi cresce veloce per colpa di altri, chi vive gli obbrobri tipici della nostra società.

Gioventù e spensieratezza, un binomio inscindibile per chi rimane troppo in superficie.

Ma c’è anche l’adolescenza con le sue turbe, il bullismo con la sua spietatezza, la solitudine dilagante del diverso.

Entusiasmo e passione sono i tuoi motori, devi sorridere, non puoi esimerti.

E poi guarda i numeri della disoccupazione giovanile, cosa ti hanno lasciato o meglio non ti hanno lasciato le precedenti generazioni, gli “adulti infelici”.

Sei giovane, devi essere felice, non hai altra scelta!

 

 

 

 

 

 

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Meriti un mondo migliore

Meriti un mondo migliore, un mondo che esalti il tuo sorriso, che riverberi la tua allegria. Tutti fanno a gara per spegnerti, per disinnescarti, per tirare fuori il peggio di te.

Meriti un mondo migliore, un mondo che ti culli tra le sue ideali braccia, dove ti senta al sicuro, dove nessun uomo può colpire la tua psiche o il tuo corpo con la sua violenza.

Meriti un mondo migliore, un mondo che agevoli i tuoi sogni, che alimenti la tua autostima. La gente ti scavalca, calpesta il tuo merito e non riesci a capire perché.

Meriti un mondo migliore, un mondo che ti consenta di essere libero, che rispetti i tuoi tempi, bisogni e voglie. Sei chiuso in una campana di vetro e comincia a mancarti l’aria.

Meriti un mondo migliore, un mondo che tuteli la tua bellezza, che custodisca la tua fragilità. La malattia ti sfigura, attenta alla tua armonia, è sempre in agguato.

Meriti un mondo migliore ma anche tu devi fare la tua parte! Non perdere la speranza, circondati di positività, incidi col tuo piccolo grimaldello personale!

Voi litigate, io muoio!

Vi vedo litigare sempre, non fate altro, parlate un linguaggio incomprensibile, burocratico, spesso anche rozzo, non avverto un velo di umanità nelle vostre parole!

Intanto io sono qui, in questa barca, sì lo so, a chiamarla barca le si fa un complimento, grosso, forse anche esagerato! Ma quante ne abbiamo passate io e questa bagnarola, giorni interi alla conquista di una terra, di una speranza.

I grandi mi hanno detto che dovevo andare, che lì dove stavo era pericoloso, che il viaggio sarebbe stato difficile ma ne sarebbe valsa la pena, che al mio arrivo avrei trovato un mondo migliore.

Ma quanto dura questo viaggio? Sono ancora qui, in mare aperto, da giorni!

Mi avevano detto che la meta era vicina e in effetti vedo terra, vedo persone che gesticolano, imbarcazioni che ci affiancano, sento sirene, ma anche ordini e contrordini, ci lasciano qui e non capisco il motivo!

Sembra che il problema siamo proprio noi, non ci vogliono qua e non ci vogliono neanche negli altri posti, siamo un peso, continuano a litigare, quella nazione difende solo la sua gente, l’altra ha “i porti chiusi“, non possiamo entrare.

Eppure mi avevano raccontato una storia diversa, che siamo tutti fratelli, che non ci sono bandiere e colori di pelle, che tutti possiamo giocare ed essere liberi allo stesso modo.

Litigano, continuano a litigare e noi siamo fermi qua, sotto il sole, con gli occhi di fuori, affamati ma troppo deboli per mangiare. Vedo terra, vedo gente, chissà come si sta laggiù!

Non siamo graditi.

Voi litigate, mentre io muoio!

Quel sorriso che ti cambia la giornata

Si può ridere anche in un posto triste, si può ridere anche quando dentro la luce è spenta, chi lo vieta, chi lo impedisce?

Un raggio di sole arriva anche in ospedale, inaspettato, gratuito, vero. Sono seduto in ospedale con la mia fidanzata, si avvicina una sedia a rotelle portata da una donna.

“A bordo” una signora anziana, no meglio saggia, mi piace di più. Mi stringe la mano, cerca il contatto umano, il calore che sembra essersi perso nonostante le condizioni climatiche.

“Che bella coppia che siete, avete le facce buone, avete le facce da bravi ragazzi”, si ferma a parlare un po’, giusto due minuti, sempre un sorriso accennato, la voglia del confronto, la bellezza della compagnia.

La sua accompagnatrice/badante fa ampi gesti, mette le mani sulla tempia sussurrando: “questa è pazza, non fateci caso“.

La simpatica signora continua: “State bene insieme, se andate d’accordo continuate così, ma anche se non andate d’accordo non temete, ognuno può andare per la sua strada”.

Si congeda ma avrebbe voluto parlare un altro po’, si congeda perché trascinata da chi la chiama pazza e continua a sussurrare: “Dà fastidio a tutti“.

Eppure quei due minuti mi hanno cambiato la giornata, eppure un sorriso e due chiacchiere possono incidere sul tuo umore, eppure si può pensare di essere sereni anche in un posto triste come l’ospedale.

Siamo messi male se francobolliamo come pazzi “i portatori di umanità“, siamo messi male se non abbiamo voglia di confrontarci col prossimo, se ci isoliamo con cuffiette e telefonini, siamo messi male se ci arrendiamo alla disumanizzazione di massa.

Grazie signora misteriosa, il tuo sorriso mi ha cambiato la giornata!

Fedele per sempre

Sono qui accanto a te, sono qui nei momenti di sconforto, a saltare con te quando c’è gioia, a giocare con i tuoi figli, con tua moglie, con i tuoi amici.

Sono qui sempre, a qualsiasi ora della giornata, stanco o pieno di energia, a quattro zampe o con un’anca malmessa, sono qui, rido dentro, anche se non lo puoi vedere.

Sono qui ancora, stai male e questo non mi può pace, soffri per quella malattia ma vedessi come sto soffrendo io, la tua vita è anche la mia vita.

Sono qui a casa, perché non torni? Aspetto da giorni, tuo fratello mi fa uscire e mi dà da mangiare, ma manchi tu, manca il mio nutrimento principale: il tuo amore!

Sono qui ad aspettarti, non ti sei mai assentato così tanto, che è successo, mi hai abbandonato? Ti sei stancato di me? Sono forse troppo noioso o troppo vecchio?

Sono qui, adesso tuo fratello mi sta portando da qualche parte, c’è una cassa di legno, sento il tuo odore, dove sei, dove sei, ti sei nascosto per caso lì dentro?

Sono qui in un posto pieno di terra, la gente piange, non posso fare la festa a nessuno, sei lì dentro, sento il tuo odore, aspetterò qui fino a quando non uscirai!

Sono qui e lo sarò ogni giorno della mia vita, senza di te non sono nessuno. Sono devoto ad un solo padrone, tornerai o morirò per raggiungerti. Ti sarò fedele per sempre.

Foto di Francesco Emilio Borrelli

La storia di Deborah: una tragedia nella tragedia

Mi ha molto colpito una vicenda. Parliamo ancora una volta di uomini violenti, un argomento su cui ho scritto valanghe di articoli, pensieri, opinioni e su cui continuerò a scrivere sempre.

Ancora una volta c’è un morto, stavolta non l’ennesimo femminicidio, a morire è l’uomo di turno. Chissà se continuando con quell’andazzo ci sarebbero stati altri morti, magari Deborah stessa, ora accusata di eccesso di legittima difesa o sua madre, spesso picchiate, e umiliate tra le pareti domestiche.

Deborah Sciacquatori ha appena 19 anni, è di Monterotondo vicino Roma e domenica ha ucciso il padre dopo l’ennesimo episodio di violenza. Era tornato a casa ubriaco, ancora una volta aggressivo. Una continua escalation, un crescendo, perché spesso la coltellata più dura è quella verbale, lame taglienti al posto di parole.

Deborah non ci ha visto più, stavolta ha reagito, basta subire, ha difeso se stessa, sua madre e sua nonna, ha urlato “Papà fermati, non fare più niente”, ma la situazione è sfuggita di mano con un colpo letale.

“Papà è morto”, gli attimi drammatici, i pianti: “Non mi lasciare, ti voglio bene”, la tragedia nella tragedia, gli arresti domiciliari. Uccidere il proprio padre, che dramma! Anche se è sempre stato violento, anche se era insopportabile, anche se con lui non si poteva più ragionare.

Una macchia gigantesca con il dito della giustizia puntato contro: omicidio volontario e arresti domiciliari. Poi un barlume di luce, eccesso colposo di legittima difesa, la revoca degli arresti e forse la libertà.

Ma il dramma rimane, la vita è in un certo senso compromessa anche se sei dalla parte della ragione. Rimane un tarlo che solo il tempo potrà mettere a tacere.

Rimane anche lo sgomento di una società che ancora non riesce a prevenire invece che curare, che non sa intervenire al momento giusto, che lascia troppo sole le donne nella loro battaglia quotidiana contro la violenza.

Foto: profilo Facebook Deborah Sciacquatori

Usa quel fottutissimo cuore!

E se non fosse la cosa giusta? Penso, ripenso, rimugino, non riesco a venirne a capo, avrò fatto bene?

D’altronde me la sono sentita, è stato un moto proveniente direttamente dalla pancia, un istinto quasi naturale, ho azzerato ogni pensiero e sono andato spedito.

Adesso chi fa i conti con me stesso? La mente mi sconvolge con mille dubbi, mille scenari possibili, bianco, nero, ma in mezzo quante sfumature!

Sai che ti dico, mi sentivo di farlo, sai quando le gambe cominciano a camminare prima che il cervello gli dia impulso? Bene, è successa la stessa cosa, non me lo so spiegare, è stato strano.

Arriva il momento di dormire, mi giro e mi rigiro, elaboro possibili scenari, forse dovrei lanciare una monetina per decidermi, adesso chi prende più sonno!

Sono a fine serata, la testa la uso solo per i calcoli, agisco d’istinto, come in  una connessione magica, non ho bisogno di pensare, di riflettere, scelgo!

Mente, impulso, ragione e istinto, che partita, colpo su colpo, una passa in vantaggio e l’altra pareggia, chi vincerà?

Sento qualcosa battere, forte, sempre più forte, è regolare. Stavolta decido così, sento uno strano calore che mi pervade, sento di fare la cosa giusta e, anche se non la faccio, mi sento bene.

Dovrei decidermi ad usare quel fottutissimo cuore ogni tanto!

 

Nonna, perché mi hanno sparato?

Mi chiamo Noemi,  oggi è venerdì e finalmente posso uscire con mamma e nonna a fare una passeggiata. Amo la mia città, Napoli, amo il mare, il cielo azzurro e i sorrisi della gente.

Un gelato in Piazza Nazionale, un po’ di tempo insieme alle “donne della mia vita”, basta poco a noi bambini per essere felici!

Rido, sono felice, mentre i grandi non ridono mai, ne incontro tanti per strada, sono tutti seri, tutti arrabbiati, chissà perché!

Ma aspetta, un momento, c’è un pazzo con uno scooter, corre, mentre a me hanno insegnato che si deve andare piano, si avvicina verso me, che fa?

Non ho il tempo di pensare, di parlare con mamma e nonna, sento qualcosa che mi entra dentro, no, non è il buonissimo gelato che fanno da queste parti.

Ho sentito un boom, forse è stato quel signore col motorino, che cosa mi è entrato dentro? Non sto tanto bene, aiuto mamma, aiuto Nonna!

Anche nonna non sta benissimo, cosa sta succedendo? Ero solo uscita per comprare un gelato!

Il signore con lo scooter si avvicina, passa una volta e poi passa ancora, cosa ha fatto, cosa sta combinando? Io sono stata buona, ma adesso non respiro più tanto bene.

Qualcosa è entrato, sento un peso, speriamo non prenda il mio cuoricino, è pieno di amore per i miei genitori, per gli altri, per la vita

Nonna, mamma, volevo fare una passeggiata con voi, volevo ridere e scherzare mangiando un gelato, che è successo, perché mi hanno sparato?

Foto Ansa.

 

Cambia te stesso, non farti cambiare dagli altri!

“Quando mi sono svegliato senza le gambe ho guardato la metà che era rimasta, non quella che era andata persa”. Alex Zanardi è un maestro nel controllo della mente, ha superato qualsiasi ostacolo, sia in pista che fuori, ha sviluppato una completa padronanza di sé.

Ma quanti noi possono dire di avere il controllo della propria mente? Quante incazzature per gli atteggiamenti dei nostri colleghi, per il comportamento dei nostri cari ecc.. Ma non glielo abbiamo forse consentito noi? Eppure possiamo essere impenetrabili se solo ci lavorassimo con costanza e impegno.

Come un muscolo, non si va forse in palestra per svilupparlo? La crescita personale è questa, non restare in balia delle onde ma dominarle, essere ben saldi di fronte alle difficoltà e agli inconvenienti della vita.

“Sono nato così e morirò così”, una frase che sento spesso. No, è troppo comodo! Siamo esseri plasmabili e la cosa bella è che possiamo essere noi stessi a modellare la forma ideale. Non permettiamo forse alla società e alle convenzioni di incidere sul nostro comportamento? Ci facciamo belli per gli altri, facciamo il lavoro che piace ad altri, cerchiamo di essere quanto più possibile attaccati al treno sociale.

Poi arriva un attimo in cui ci sentiamo confusi, ci capitano cento cose contemporaneamente e sbandiamo senza controllo, anche il più piccolo impedimento diventa una catastrofe.

Eppure c’è chi agisce secondo la massima “ogni impedimento è giovamento“, chi vede la difficoltà come occasione per superare se stesso e i propri limiti, c’è chi si fa una risata o si rifugia nel suo angolo dorato anche nel bel mezzo di una tempesta.

Ci sono popoli che esultano durante un funerale perché vedono la morte come un fatto positivo. Magari questo è troppo per chi butta all’aria una giornata per un ombrello rotto ma basta fare il primo passo e cominciare il cammino.

Cambia te stesso, non farti cambiare dagli altri!

Vergogna Catania!

Vergogna Catania, vergogna città mia!

Dal prossimo 20 maggio il servizio di car sharing di ENI, Enjoy, non sarà più disponibile. Dire che la città etnea era stata scelta insieme a Milano, Roma, Torino, Bologna e Firenze. Quasi tre anni per rendersi conto della situazione, tre anni fallimentari.

Numeri bassi, macchine vandalizzate, cittadini incivili, un segnale di progresso rilanciato al mittente, Catania non merita questa innovazione per colpa di più di qualche imbecille.

Eppure il car sharing funziona in tutta Italia, prenoti una macchina con una semplice app e la usi solo per il tempo in cui ti serve, risparmio di denaro, beneficio per l’ambiente, città come Milano hanno sfruttato al meglio tale occasione.

Catania, città dal grande flusso, una piazza dove scommettere, se vogliamo poteva essere un orgoglio essere scelti tra tante città italiane e invece..

Le 500 di Enjoy vanno a ruba, le ruote, le intere automobili, merce succulenta per i ladri, succulenta per una delle città in cui si rubano più mezzi in Italia. Saranno stati contenti i picciotti del malaffare che, ancora una volta, ci fanno fare una figura di merda in mondovisione.

Sono rimaste 70 macchine su 170, non abbiamo cura delle nostre cose, ci proclamiamo dispiaciuti, noi cittadini e le istituzioni ma poi tutto passerà come sempre, ci recheremo in centro con la nostra macchina, ci lamenteremo dei mezzi pubblici come sempre, pagheremo il posteggiatore abusivo di turno e sarà tutto dimenticato.

Ci siamo rotti come quelle 500, loro con le ruote a terra noi con le palle a terra.

Una città in mano ai criminali, chi chiede scusa ai catanesi veri?