Il treno più veloce si chiama vita

C’è un treno colorato, un arcobaleno che sfreccia, è il treno dei sentimenti, ogni vagone è un “ti voglio bene” da dire, un “ti amo” da urlare. Non va poi così tanto veloce, ma crediamo di poterlo afferrare in qualsiasi momento. Prima o poi accelera, mentre quelle stesse parole rimangono in gola.

C’è un treno pieno di disegni, segue un percorso tutto suo, dritto fino ad un certo punto e poi sterza e controsterza. Il treno del talento passa più volte alla stessa fermata ma non sai mai a che ora. La tua pancia ti dice prendilo, la tua mente ti dice che ancora c’è tempo, che per il talento non c’è spazio e che un noioso lavoro di ufficio comunque ti consegna uno stipendio da portare a casa.

C’è il treno della burocrazia e delle complicazioni. Da Adamo ed Eva, una foglia di fico e un giardino pieno di meraviglie ha seguito un percorso arzigogolato e ricco di insidie. Il capostazione è il Dio denaro, il conducente non riesce più a guidarlo, perso come è tra le lungaggini di questo Paese.

C’è un treno chiamato vita. Va a velocità sostenuta, attraversa gallerie buie e gallerie illuminate, a volte deraglia, altre volte sbanda, ma si rimette subito in carreggiata.
Crediamo di avere un biglietto illimitato, che ci basti un passo per saltare su, ma intanto si allontana.

La vita è qui ed ora ed è il treno più veloce che ci sia.

Reprimere un talento è da folli!

Tutti abbiamo un talento, una cosa che sappiamo fare meglio di chiunque altro, una caratteristica innata, un dono fornito da chi ci ha creato (o dal Big bang).
Lo scopriamo subito, il più delle volte casualmente, spesso in età avanzata, a volte tendiamo a reprimerlo perché è un qualcosa che ci differenzia dalla massa, che ci fa emergere. Abbiamo paura di essere diversi, di saper fare una cosa meglio degli altri, la società ci vuole tutti uguali, guai a chi sgarra!

Pensate come sarebbe bello un mondo in cui chi sa fare musica fa musica, a tutti i costi, nonostante genitori che ammoniscono, società che snobbano, “amici” che disincentivano.
Pensate come sarebbe bello un mondo dove la scrittura produce il cambiamento, dove le parole segnano e colpiscono, dove chi scrive può permettersi di fare “solo” quello, perché la società riconosce l’importanza dei pensieri.
Pensate come sarebbe bello un mondo pieno di quadri, opere d’arte, schizzi creativi che aprono la mente, che fanno la loro parte, che permettono di evadere e denunciare allo stesso tempo.
Pensate come sarebbe bello un mondo dove chi sa stare col pubblico sta col pubblico, chi sa far divertire i bambini fa divertire i bambini e così via…

Siamo costretti a “lavorare” perché il talento non è gradito e soprattutto non è ricompensato come si deve. Allora largo ai lavori noiosi ma retribuiti, per chi è fortunato, e non è da tutti. A volte basterebbe un po’ di coraggio, provarci almeno, non rassegnarci a quelle voci che vengono da tutte le parti e che continuano ad urlare “coltiva il tuo talento nel tempo libero, di quello e con quello non puoi vivere“.

Dipende dagli standard, dalle aspettative di vita. Forse sarebbe meglio vivere col minimo indispensabile ma assecondare la propria creatività, di certo è una lotta intestina da cui prima o poi uscirà fuori un vincitore. Mi auguro sia il talento, per me, per te, per voi, per una società migliore.

Quanto è difficile dire “Ti voglio bene”?

“Ti voglio bene” o Tvb detto via sms, era tutto facile un tempo, quando si era piccoli, quando tutto ruotava intorno al gioco e al sentimento, quando non conoscevamo ancora la società, le sue contraddizioni, la sua manona conformista che lascia scampo.
Dire un “Ti voglio bene” a 3-4 anni è naturale, una frase che nasce spontanea. Vogliamo bene ai nostri genitori, ai nostri amici, agli zii, alle maestre e lo manifestiamo senza vergogna, anzi ci sembra quasi un peccato trattenerci, d’altronde il nostro interlocutore, dopo un “Ti voglio bene” ci si avvicina ridendo, ci abbraccia o ci bacia e quale cosa migliore può attenderci?

Cresciamo, senza che qualcuno ci abbia chiesto il permesso. Arriviamo in una fase dove vorremmo diventare grandi, guardiamo tutto affascinati, a bocca aperta, perché noi piccoli molte cose “da grandi” non le possiamo fare. Diventiamo effettivamente grandi, facciamo quelle cose che da piccoli non potevamo fare, ma tutto ci viene più difficile. Vogliamo bene alle persone, ci verrebbe da dirlo almeno 15 volte al giorno ma ci tratteniamo, perché “Sua Maesta Società” ci impone il silenzio, i veri uomini sono tutti d’un pezzo, non si lasciano andare a espressioni del genere, d’altronde tutto è scontato, consolidato e quelle paroline ormai non servono più.

Facciamo i conti però col tempo che passa, ci promettiamo domani di dire un “Ti voglio bene” ad una persona cara, poi rimandiamo, ogni giorno, fino a che quell’espressione magica non la possiamo dire più. Ma non era una cosa scontata? E allora perché ci mangiamo le mani per non aver “osato” qualcosa di naturale?
Purtroppo ci sentiamo immortali, crediamo di avere tutto il tempo di questo mondo a disposizione, mettiamo la società al primo posto trascurando noi stessi, le nostre pulsioni e le nostre emozioni.

Siamo grandi ma non ci abbiamo capito niente. Invecchiando torniamo piccoli, nei nostri rimpianti per le cose che non abbiamo fatto e detto, sacrificate sull’altare del “si deve fare così”. “Carpe diem” non è un’espressione che si addice a noi immortali, poi ci salviamo la vita per miracolo e capiamo che siamo birilli nelle mani di qualcuno più importante e grande.

Quanto è difficile dire “Ti voglio bene”?

L’ospedale del sorriso

Metti un luogo triste, l’ospedale. Aggiungi l’espressione massima della felicità, un bel sorriso spontaneo. Prova ad unirli e vedi cosa ne esce fuori.
Anche la sofferenza può essere anestetizzata da una risata, persino la malattia può essere esorcizzata col buonumore. Nessuno vuole sminuire niente, nessuno vuole trascurare lo sgomento davanti ad un bambino malato di cancro. Ma la sofferenza non può averla vinta su tutto: sulla spensieratezza di un piccolo ribelle, sulla splendida ingenuità di una ragazza adolescente, sulla inguaribile voglia di sognare di un ragazzo alle prime armi della vita.

L’ospedalizzazione del bambino è un tema importante. I piccoli eroi passano intere giornate, mesi, a volte anni, nei reparti. Entrano carichi, poi sono spaesati, per certi periodi si spengono, si aggrappano con le unghie e con i denti alla loro voglia di giocare, rivendicano il loro diritto di essere bambini. Spensierati, maledettamente affascinanti, con un sorriso che non accenna a spegnersi. La malattia è lì ma un tizio sorridente, col camice e il naso da clown li accende all’improvviso. L’indomani potrebbero non svegliarsi o ricevere la notizia più bella della loro vita ma il gioco non può aspettare, il sorriso reclama il suo spazio.

Insegnano storie ai più grandi, lezioni di vita racchiuse nella semplicità, spunti grandiosi per diventare uomini migliori. Ti ci affezioni, loro si affezionano a te ma devi mantenere una piccola distanza, per te, per loro, per il bene di tutti.
Il sorriso tiene accesa la speranza, la speranza tiene alta la guardia sulla malattia. Certe cose le puoi decidere tu, altre dipendono dal destino, ma lo spirito può fare tutta la differenza di questo mondo.

Tutti meritiamo un sorriso, anche in ospedale, anche quando tutto non ha un senso, per questo ho deciso di scrivere “Cellule Impazzite”. Una storia che fa bene al cuore, che risveglia la nostra sensibilità, di cui ci vergognamo troppo spesso.

Ve lo dice un volontario che va in reparto da dieci anni, ve lo dice chi è sempre più grato di poter stare accanto a dei piccoli guerrieri sorridenti.

L’irresistibile fascino di Gessica Notaro

Da quando, un giorno, mi sono imbattuto nella storia di Gessica Notaro, un mix di emozioni e sensazioni si sono mischiate in me in un turbinio indecifrabile. Bella, bellissima, nella sua foto col delfino pubblicata prima che un becero attentasse a quei begli occhi e quel bel viso, bella, bellissima anche ora, con l’irresistibile fascino di chi non si arrende mai. Perentoria nel rifiutare un’intervista con un velo a coprire la faccia deturpata, determinata nel pretendere il rispetto dei suoi diritti. Un coraggio bestiale, quasi disumano, poco tempo è passato e subito in scena, due attributi immensi in un mondo di codardi, come quei bastardi che osano sfregiare un viso tanto bello che sembra dipinto. Anche nella disperazione si può trovare una ragione di vita , anche quando ti guardi allo specchio e non ti riconosci più. Perdi pezzi di pelle, il chirurgo diventa il tuo migliore amico ma tu resti lì, incredibilmente bella e forte, la dignità per gonfiare il petto, un cuore che pompa sangue meraviglioso. Non basta neanche l’acido per frenare una forza della natura, non basta un bastardo senza senno a rallentare un tornado. Gessica Notaro mi ha conquistato e continua a conquistarmi. Gessica Notaro mi fa sentire in debito, una luce che mi abbaglia in mezzo al deserto, un esempio di vita, di come rialzarsi anche dalle cadute più rovinose.

Mondo, game over

72 morti, 25 minori e 16 donne spazzati tutti via, basta un po’ di gas a stroncare tutto, l’ingegno del male avanza, non conosce tregue. Possiamo fare finta di niente, ancora una volta, spegnere il telegiornale e pensare alla nostra partita di calcio settimanale, la vita continua, the show must go on. Possiamo pensare che tutto sia confinato lì, in quel Paese, la Siria, che ha assunto ormai, di diritto, il titolo di “posto degli orrori”.

Se abbiamo invece cura dell’umanità nella sua interezza, non possiamo non essere sgomenti da tanta ferocia. Le immagini dei piccoli corpicini esanimi lasciano un vuoto incolmabile. Immaginate due piccole creature intente a dare calci ad un pallone di pezza, in mezzo a palazzi sventrati, case che non esistono più, la loro spensieratezza vince sulle atrocità dell’uomo “civile” che fa la guerra.  Poi una nube tossica a dissipare i loro sogni, finisce tutto lì,  l’atto più normale del mondo, respirare, diventa morte sicura.

L’orrore che sposta ogni giorno più in alto la sua asticella, dinamiche incomprensibili in una battaglia che non ha padrone. Non c’è mai logica in una guerra, a volte c’è però una misera spiegazione, un pretesto folle, ma pur sempre un pretesto, qui siamo allo sbando, tutti contro tutti, mirino puntato all’impazzata, a chi piglio piglio.

Chi glielo racconta a mio nipote cosa è successo? Chi ha il coraggio di parlare al proprio figlio dicendo che respirando si può morire? Chi riesce a dare una spiegazione a questa merda che ha ormai monopolizzato il mondo?

Ha perso l’umanità, abbiamo perso tutti noi. Game over, mondo

Foto: iltempo.it

Guarda là! Baccalà!

Guarda là! Baccalà! Un giochino tra i più conosciuti, un modo per rapportarsi con i bambini. Si indica un punto a caso, si invita il piccolo a guardare e lui….abbocca, diventando “di diritto” un baccalà. Lo facciamo oggi, domani, dopodomani e l’altro ancora e le probabilità che ci ricaschi di nuovo sono alte. Ingenuità? Sì, quella bella, la voglia di sognare, la speranza che prima o poi, in quello stesso punto, qualcosa comparirà per fregare l’interlocutore più grande.

Il mondo si divide tra baccalà e ghiaccioli, un’accoppiata culinaria devastante che può, però, conoscere le vie di mezzo. Quante volte ci siamo fidati del prossimo e siamo rimasti fregati? Ci diciamo che sarà l’ultima volta, che diventeremo egoisti, che non porgeremo più l’altra guancia, che conteremo fino a trentotto prima di lasciarci andare, poi vediamo un’occasione per “essere utili” al prossimo e ci buttiamo a capofitto.
Fregature ne prendiamo, soddisfazioni anche, siamo baccalà, le delusioni sono sempre maggiori ma ci aspettiamo che, prima o poi, da quel punto, arrivi qualcosa di bello, qualcosa per cui valga la pena vivere.

Siamo anche ghiaccioli, noi esseri umani. Nati come egoisti, arrivisti, abbiamo capito il trucco e non guardiamo più da nessuna parte, non vogliamo fregature. Dritti per la nostra strada, il cuore ha una patina ghiacciata, la bocca chiusa e non a pesce lesso nella speranza che arrivi qualcosa, non ci esponiamo così non rimaniamo fregati, una logica semplice. Non riusciamo a leggere nel nostro animo perché non lo mettiamo in moto, facciamo fatica a fidarci di noi stessi, figuriamoci degli altri! Guardiamo i baccalà con disprezzo, sentiamo la puzza ad un miglio di distanza, li deridiamo ma un po’ li compatiamo.

Da piccoli speravamo che prima o poi arrivasse l’asino che vola, temevamo potesse giungere il lupo a mangiarci, credevamo che il topolino o la fatina aspettassero il cadere dei nostri denti per rifornirci di soldini. Eravamo tanti baccalà, ma avevamo tanti esempi “concreti” con cui confrontarci: Pinocchio riusciva a diventare un bambino vero, la fatina regalava a Cenerentola una serata meravigliosa, Dumbo non era un asino ma volava.
Vedevamo il bene ovunque, credevamo sempre in una svolta positiva, nonostante qualche volta, alle nostre orecchie, giungessero brutte notizie. La nostra bolla di sapone veniva prima di tutto, meritavamo di essere felici.

Adesso, “nel mondo dei grandi“, qualcuno è rimasto così, a bocca aperta, vede il bene ovunque, nonostante tutto. Prende grandi cantonate, soffre più del previsto ma si espone.
Ingenuo, fa fatica a confrontarsi con la realtà. Mira un punto lontano, mentre il mondo dei ghiaccioli lo richiama all’ordine e gli intima di chiudere la bocca.
Lo chiameranno baccalà, ancora. Ci avrà provato, per la millesima volta.

La rivoluzione dell’essere fratelli

Siamo singoli, siamo gruppo, siamo famiglia, siamo società, siamo mondo.
Una progressione umana, un processo di crescita, ancora, purtroppo, solo una bella ambizione.
Abbiamo difficoltà ad accettare noi stessi, a vivere bene soli nella nostra stanza, a sentirci ingranaggi utili nello stesso meccanismo. Il gruppo nasce e si scioglie alla velocità della luce, sotto il segno dell’invidia, a causa di dinamiche quasi sempre legate al mondo del “materiale”. La famiglia c’è e non c’è, spesso coronamento di un amore bellissimo, sempre più “rifugio di convenienza” per chi non riesce ad ascoltare se stesso.
La società va male e non c’è bisogno di sintonizzarsi sul telegiornale per rendersene conto. Il mondo si lamenta, in ogni suo anfratto.

Come fare per uscirne? Riusciremo mai a far girare questa enorme palla nel verso giusto?

Secoli di studio sui movimenti della Terra, sul Sole, sui pianeti, ma il moto rivoluzionario che deve interessarci è un altro e parte da ciascuno di noi.
La rivoluzione sta nell’ordinario, nel completamento di un percorso di crescita per passare poi allo step successivo, nella consapevolezza di essere utile e nello stesso tempo indispensabile.
Io devo lavorare per stare bene con me stesso, a quel punto nel gruppo sarò una pedina importante per il suo funzionamento, sarò una rotella imprescindibile nell’equilibrio di una famiglia. La società non è altro che un insieme di gruppi e di famiglie che, se camminano nel verso giusto, contribuiscono ad un mondo che, finalmente, funziona.

Lo so, è già difficile guardarsi allo specchio e piacersi, è arduo dire ti amo ad una persona presi come siamo dalle logiche della vergogna, un ti voglio bene è un’impresa degna di Ercole, un gesto di gentilezza nei confronti del vicino di casa non è dovuto, non abbiamo tempo per farlo.
In una coppia l’espressione massima dell’amore è: “Io amo solo te, soltanto te“, o ancora “Io appartengo a te e a nessun altro”. Abbiamo un migliore amico, un numero preciso di figli e animali domestici.

Il salto di qualità va fatto partendo da questo. Io amo il mio partner, amo la mia famiglia, ma ho amore da dare anche al mio fratello che incontro per strada, ad un bambino con la faccia martoriata dalle bombe in un Paese in guerra. Io ho amore a sufficienza per tutti, al di là della geografia, sto male quando un mio caro ha dei problemi ma mi sento coinvolto anche se un mio fratello nell’altro emisfero soffre.

Ci sono problemi universali, la violenza non ha colore e nazionalità, la fame è una vera e propria emergenza, la malattia non fornisce alcuna via di fuga, la guerra esiste ancora, anche se molto lontano da noi.
Combattere l’indifferenza partendo dalla nostra cerchia per poi allargarsi sempre più, senza limiti di spazio, è questa la grande sfida. Diamo un bel calcio a questa palla chiamata terra, aiutiamola a roteare nel verso giusto!

L’abilitazione alla vita

Ma come, non sei avvocato? Hai studiato legge, sei avvocato, suvvia, non puoi non diventarlo.
Ma come non sei medico? Davvero servi ai tavoli e vivi in una stanza doppia insieme ad una persona che non conosci? Avevi tutto per affermarti, una famiglia alle spalle, un percorso “naturale”, una casa di proprietà, ti prendevi questo benedetto titolo e risolvevi tutti i problemi della vita!

Per la società, se non avete un’etichetta, non siete nessuno. Vi firmate solo con Dott.? Bene ma non benissimo. Dove sono gli Ing., gli Avv. e via dicendo? Non siete laureati? Male. Non siete abilitati? Siete pazzi, sprecare un’occasione così grande!

Per la vita, per la comunità, per il vivere sociale, poi, non importa un tubo che voi siate professoroni affermati o abbiate la gobba da studiosi pluripremiati, conta la vostra umanità, come sapete comportarvi con gli altri, il vostro altruismo, gli atteggiamenti con cui incidete concretamente nel mondo.
La società impone, ti deridono se hai la terza media, si fermano a quello. Magari fai volontariato da quindici anni, mentre il Dott. non ha mai aiutato una vecchietta ad attraversare la strada, conta la bacheca, il titolo appeso in bella mostra, i convegni con gente con la puzza sotto il naso.

Non c’è una scuola per l’umanità e anzi, per esperienza personale, umanità si sposa alla perfezione con umiltà, quella che troviamo nei cosiddetti bassifondi. L’abilitazione alla vita non ce la conferisce nessuno, ce la guadagniamo vivendo, appunto, nel migliore dei modi.Gli abilitati alla vita magari li trovi a dormire in un cartone all’uscita di una banca, nella povertà di una casa con solo un pezzo di pane a tavola, nel caos di un ospedale da campo.

Sei scrittore? Sfigato! Magari con le tue parole incidi molto di più di un’orazione di un avvocato ma non è un lavoro redditizio, no pecunia no party! Povero te!
Sei felice dopo aver servito ai tavoli per dieci ore solo perché sei libero? Tanta roba ti direbbe un “professore di vita”, folle ti dice una persona qualunque.
La società non funziona, “l’università della vita” non sbaglia un colpo perché premia anche una piccola dose di follia.

Non è forse questo un miracolo?

Torni la sera dopo una giornata di lavoro e trovi il tuo cane che ti scodinzola. Soffre, ha un tumore, magari non lo calcoli di striscio, preso dal tuo disordine mentale, lui continua le sue feste, ti ama a prescindere.

Clara è in un letto d’ospedale ormai da un anno. Ci sono poche speranze per la sua vita, la malattia non la vuole lasciare, ma ti sorride sempre. Crede ancora di farcela, in ogni caso vuole che sua madre mantenga il ricordo del suo viso radioso e felice.

Ci sono Gianluca e Alessio, paraplegici. Lo Stato non perde occasione per sbeffeggiarli con la sua burocrazia, loro continuano la loro battaglia di giustizia con tenacia e ammirevole abnegazione, nonostante tutto.

Maurizio, tre figli, ha perso il lavoro da una settimana. Non ha cambiato il suo atteggiamento nei confronti della vita, si alza ogni mattina alle 7, sorride al sole, guarda estasiato il cielo azzurro, ogni volta, come se fosse la prima.

In una città in cui quasi tutti si sono piegati al crimine, Paolo ha deciso di dire basta. Vive sotto scorta, è costretto a spostarsi di continuo, ha costretto a questa vita anche i suoi due figli. Lo guardano ogni sera con occhi meravigliati, hanno un papà-eroe, sono le persone più felici del mondo, si bastano vicendevolmente come famiglia.

In un paesino distrutto dal terremoto, ogni pomeriggio, Cristina si pittura la faccia e raggiunge le tendopoli dove sono accampati gli sfollati. Indossa il suo migliore sorriso, allevia dolori, restituisce speranza e innocenza ai bambini.

Perché cercare dunque il miracolo nell’inspiegabile e nel mirabolante?