Il cancro NON è un dono

Il cancro è un dono“, così Nadia Toffa, giornalista de “Le Iene”, durante la presentazione del suo libro “Fiorire d’inverno”. Nel 2017 le viene diagnosticato un tumore, segue le cure debilitanti del caso ma continua ad essere presente sui social e in televisione.

Parliamoci chiaro: alla voce cancro, nel dizionario dei contrari, segue la parola dono.
Il cancro è una malattia, può piombarti addosso come una sciagura, non guarda in faccia nessuno, non ascolta le tue storie personali. Sono stato volontario per dieci anni in un reparto di oncologia pediatrica, ho vissuto indirettamente alcune vicende di amici, ne ho viste tante, ma non le ho vissute direttamente sulla mia pelle, mai e poi mai mi permetterai di dare giudizi o di emettere sentenze.

“Il cancro è un dono”, un’espressione infelice e forse neanche volontaria. “Il cancro è una possibilità”, sì, anche questa affermazione è forte ma forse più veritiera. Per Nadia Toffa “il mostro” può essere stato un dono, io la vedo Più come possibilità, d’altronde quando sei con le spalle al muro non puoi che mettere ordine alla tua vita, già solo perché non sai quanto tempo avrai. Possibilità di essere finalmente te stesso perché non hai altra scelta, possibilità di dire “un ti voglio bene” dato troppo per scontato, di piangere, di apprezzare le piccole cose della vita come “doni meravigliosi“.

Continuiamo a parlarci chiaro: spesso il cancro non è neanche una possibilità. Uccide velocemente, spazza via tutto, non ti dà nemmeno il tempo di fare ordine. Sì, se lo affronti con spirito da guerriero puoi avere una freccia in più nel tuo arco della speranza ma non è detto che basti. Affrontarlo con fede e positività è meglio ma non tutti sono in grado, debilitati, incazzati, caduti in un vortice senza possibilità di appello.

Va benissimo il sorriso di Nadia, ben venga la grinta, ma non tutti siamo uguali. A proposito, la giornalista afferma anche “che tutti possono sconfiggere il cancro” e che “tutti i tumori sono uguali“. Inutile sviscerare dati scientifici fin troppo ovvi sulla profondità del tumore, sulla sua estensione e via dicendo, la risposta è semplice e sta nei piccoli grandi drammi di tutti i giorni. Bambini appena nati e già intubati, forze della natura prese a cazzotti dalla violenza del male, famiglie lacerate, amori spezzati.

Viva il sorriso, la forza di volontà, lo spirito da guerrieri, la positività, l’attaccamento alla vita e il trionfo della spontaneità ma RISPETTO ASSOLUTO anche per il lato brutto della malattia, che c’è e non è di certo più tenue. Eh sì, perché ci sono persone che hanno vissuto il dolore di una perdita, che devono elaborare, che probabilmente non lo faranno mai del tutto, che hanno difficoltà ad accettare e a lasciarsi andare.

Difficoltà a vivere, dopo aver ricevuto “il dono più brutto della loro vita“, difficoltà a raccontare la loro storia. Restano dei piccoli grandi eroi quotidiani pur non avendo pubblicato il loro libro.

Se proprio vogliamo mantenere la parola “dono”, facciamolo. Dono è un genitore che continua a crederci nonostante tutto, dono è un insegnamento da un bambino senza capelli ancora capace di ridere e di giocare, dono è una guarigione improvvisa, dono è la forza di chi ne è uscito e aiuta gli altri a non caderci, dono sono i ricercatori che cercano in tutti i modi di combattere quella brutta malattia chiamata cancro.

Annunci

La bellezza dei ragazzi “Ibiscus”

Dieci anni e passa di volontariato nei reparti di oncologia pediatrica, ne ho visti tanti, forse troppi, perché non puoi proprio abituarti al binomio bambino-malattia. Alcuni di loro li avrò sicuramente incontrati, immagini nella memoria, sorrisi nella sofferenza e storie da raccontare.
Lo scorso weekend sono stato protagonista di un sogno, no, non per il ruolo che ho ricoperto nella “Winners Cup” di Milano, allenatore (in seconda) di una squadra che sapeva già benissimo il fatto suo, ma per lo spettacolo che mi sono goduto “da dentro”.
Dodici ragazzi, un unico obiettivo, divertirsi, senza animosità, con spirito di fratellanza vera, nulla “di circostanza”, solo grande genuinità, nei rapporti, nei sorrisi e anche nelle difficoltà. Dodici ragazzi che hanno vinto il male più grande, che fai fatica anche solo a pronunciarlo, e poi altri dodici, altri dodici e altri dodici ancora, a rappresentare i centri di oncologia pediatrica di tutta Italia. La nostra squadra portava trionfate il logo della Lega Ibiscus Onlus, associazione dei genitori di Oncoematologia Pediatrica della Sicilia Orientale.

I sorrisi ma anche le lacrime, senza vergogna, davanti alle storie di chi sta combattendo la stessa battaglia, il tutto in una cornice da sogno, il centro sportivo dell’Inter, squadra di “campioni” a disposizione di questi “campioni della vita“.
L’entusiasmo di un autografo dal vicepresidente dell’Inter Javier Zanetti, le strette di mano con gli avversari, gli abbracci, la mano protesa dopo una caduta sul campo di gioco, tutte cose che ci siamo disabituati a vedere, specie in uno sport sempre più disinteressato ai sentimenti come il calcio.

Il risultato del campo è già scritto, indipendentemente dalla classifica, è vittoria su tutti i fronti, perché quando a trionfare è la vita non ci sono primi e secondi.
Il goal è già stato fatto, con un destro secco all’angolino, ma c’è sempre tempo per pensare agli altri, per un assist al compagno in difficoltà, nessuno è lasciato solo nella sua strada verso il successo.

Mi sento un privilegiato che ha fatto un bagno nel “mare dell’umanità”, un ragazzo di 31 anni che non smetterà mai di rimanere a bocca aperta davanti a cotanta bellezza.

Il calendario del sorriso e della speranza

Io e Barbara ci rincorriamo per un po’ di giorni prima di sentirci. All’inizio non riesco a risponderle io, poi non può lei ma dall’inizio mi regala una grande carica grazie ad un semplice messaggio vocale. Le dico affranto che non l’ho potuta chiamare perché ero carico di lavoro e lei con una voce squillante e carica di allegria mi dice di non preoccuparmi e di essere “happy”. Bastano queste parole per cambiarmi la giornata ma so che il meglio deve ancora venire. Ci sentiamo nella giornata di sabato, lei è Barbara Maino, biologa catanese di 29 anni, e da nove mesi combatte contro un tumore rarissimo al surrene. Cominciamo a parlare delle nostre vite e dei nostri progetti, Barbara è un vulcano di idee e positività, ogni tanto la sua voce si fa un po’più seria ripensando ai cinque cicli di chemioterapia e al sesto che presto dovrà arrivare e che sarà l’ultimo per cercare di combattere la malattia.

Barbara è un’altruista nel dna, mi chiede notizie sulla mia associazione di volontariato, manifesta il suo rammarico perché le varie associazioni non le consentono di ricoprire il ruolo di volontaria. Non si perde d’animo, non perde un’ora del suo preziosissimo tempo, si mette subito all’opera ed elabora un nuovo progetto, un calendario virtuale fatto da foto di persone che hanno combattuto o combattono contro il cancro. Il suo post su Facebook diventa ben presto virale: “L’idea è quella di creare una sorta di calendario virtuale. Mi rivolgo a chi combatte o ha combattuto contro il cancro. Potremmo unire tutte le nostre foto e postarle mensilmente su una pagina Facebook spiegando in poche righe chi siamo e come abbiamo sconfitto o stiamo sconfiggendo il tumore. L’obiettivo è triplice: da una parte avviare una campagna di sensibilizzazione, da un’altra fare donare una speranza a chi non ce l’ha e ancora raccogliere fondi per la ricerca sui tumori rari».

Barbara crede fortemente in questo progetto, il suo carico di entusiasmo diventa ben presto anche il mio, il suo cuore generoso si proietta sull’umanità intera, sulla parte colpita dalla malattia ma anche sulle persone che hanno bisogno di qualsivoglia aiuto.

Un calendario con le foto di chi vuol metterci la faccia, di chi ha capito il vero valore della vita, di chi non si arrende mai ma anche di chi sta vivendo il suo periodo di grande sofferenza. Uno strumento tangibile per raccogliere fondi per la ricerca, elemento che sta molto a cuore ad una biologa come Barbara. Basta davvero poco per realizzare questo progetto portato avanti con entusiasmo da una ragazza che ci ha messo la faccia.

Adesso è il vostro turno, per mandare le vostre foto e per diffondere questa iniziativa!!!
Ecco il link della pagina, “Nel cassetto di ALIce”

https://www.facebook.com/nelcassettodiALIce/?pnref=story.unseen-section

Basta poco, come mi ha insegnato Barbara in queste trenta intensi minuti di chiacchierata.

I mille colori del cancro

Potere dei social, veicoli potentissimi di messaggi e immagini. Un hastag lancia la campagna “Sfida accettata”, dove si chiede di postare foto in bianco e nero, l’argomento attorno al quale ruota tutto è di quelli delicati: il cancro.
Ecco allora foto di tutti i tipi, seni e sederi, sorrisi, facce ammiccanti, roba fuori tema ma rigorosamente in bianco e nero, quale sia il nesso poi con il messaggio per cui è stata creata la tendenza non è dato saperlo. La pensa così anche Deborah, 41 anni, mamma e moglie, lei con la malattia ci combatte da un po’. Dalla sua pagina Facebook seguitissima e ricca di speranza, si interroga sui contenuti dell’iniziativa e sui colori, sul grigio che non rappresenta proprio la sua visione della vita.

Non posterò alcuna foto di me, nonostante faccia il volontario Abio negli ospedali da anni, anzi come immagine principale vedrete il bel sorriso di Deborah, che ride, appunto, nonostante tutto. Lei, durante le giornate in ospedale, di colori ne vede tanti, ogni stato d’animo ha una sua caratteristica, ogni sfumatura ha il suo significato.
Sì, di sicuro anche il nero, il buio di un tunnel dall’uscita distante ma non irraggiungibile. Vedrà il bianco dei camici dei medici, suoi compagni di viaggio, ma anche del suo viso, messo a dura prova dalle cure. Bianca però è pure quella farfalla che vede poggiarsi, ogni mattina, al vetro della finestra.
Nero è ancora il televisore, strumento per evadere da quel mondo che le sta stretto. Nero è anche il vestito di 18 anni di sua figlia, emozionata per essere diventata “grande”.

Rosa è uno dei suoi foulard, fondamentali per coprire la testa ormai priva di capelli. Rosa è anche il colore del diario dell’altra sua figlia. Azzurro è il colore delle pareti della stanza in cui è imprigionata, ma anche la tonalità del cielo e del mare che si vede in lontananza. Un giorno vorrà guardarlo di nuovo, da vicino, magari con un bel gelato in mano.
Rosso è il colore del vomito, dopo una sfiancante seduta di chemioterapia, ma più intenso di tonalità è quello del cuore, che continua a battere, ad emozionarsi e a sperare.
Verde è il colore della bacinella, su cui chinare la testa, ma anche quello del camice dei volontari con cui scambiare quattro chiacchiere, ridendo e scherzando, facendo trascorrere allegramente il tempo.

“Sfida accettata” per me è andare una volta a settimana nei reparti di oncoematologia pediatrica per cercare di dare il mio piccolo contributo da volontario.
“Sfida accettata” è fare qualcosa di concreto nella ricerca contro il cancro ma è anche sensibilizzare sull’argomento come si è cercato di fare con questo esperimento.
Come dice Deborah, il bianco e il nero non sono però i colori adatti. Un arcobaleno sarebbe più indicato, perchè, nella lotta contro la malattia, anche le tonalità di umore e colore possono fare la differenza.

P.S. Non conosco di persona Deborah e gli aspetti e i colori che ho indicato non descrivono in particolare la sua vita, ma quella di tante persone che combattono ogni giorno contro il bianco e nero del cancro.

La “mafia” della Chiesa

Ho scelto un titolo forte, probabilmente a qualcuno darà fastidio, magari ai moralisti che vedono la Chiesa come un’istituzione collocata in alto, troppo pura e grande per venire a contatto con le persone, un’entità isolata dove tutto è perfetto e tutto funziona. No, la storia lo ha dimostrato, la corruzione non è solo affare di Stato, il numero di mele marce aumenta, giorno dopo giorno e non lo dice Claudio Colombrita, lo dice Jorge Bergoglio, un certo Papa Francesco, troppo umano e terreno, scomodo per un’istituzione che ha sonnecchiato sugli allori, fino a questo momento.

Non bisogna passare all’errore opposto, fare di tutta l’erba un fascio, non è giusto pensare che tutti i cardinali abbiano un castello dove organizzano feste e aperitivi come Bertone o che la vocazione sia solo in realtà una grande burla sacrificata sull’altare delle comodità.
Ci sono tante piccole grandi storie a cui non si concede il meritato spazio, perché lo scandalo fa più notizia della giustizia.

Si chiama Don Palmiro Prisutto, parroco di Augusta, l’ultima domenica di ogni mese legge la lista delle persone decedute in seguito ad un cancro, sono circa 800, ma aumentano sempre di più, molti sono bambini. Una cosa nobilissima, un prete che, come molti altri, sente il polso della sua gente, si immedesima in essa, combatte per la salute di un’intera comunità e si batte contro gli interessi del triangolo industriale Augusta-Priolo-Melilli. Ma siamo in Sicilia, siamo in Italia, ci piace farci ridere sopra, ci piacciono i nostri interessi e ce ne fottiamo di ogni forma di coscienza e lo fa anche la Chiesa, che, tramite l’arcivescovo di Siracusa Salvatore Pappalardo, chiede le dimissioni di Prisutto, qualora non imbocchi, nuovamente, la retta via.

Sarebbe stato troppo cristiano supportare un prete coraggioso, troppo in linea con i messaggi che la religione dovrebbe dare, perché schierarsi infatti con i più deboli quando si dorme dentro edifici solidi, sicuri e senza problemi?. La gente però non ci sta, organizza proteste e si schiera con Don Prisutto e, anche se sappiamo già come andrà a finire, è questo il messaggio più bello che si evince da questo caos.

Don Prisutto ha chiamato in causa Papa Francesco, uno che ci ha visto lontano sin dal primo giorno, uno che non tollera l’indifferenza e l’omertà, da solo, contro la “mafia” della Chiesa.