“Ti sveglierai in un posto migliore”

L’inizio di una nuova vita, la fine di un incubo, il futuro al di là del mare.
Sono tanti i motivi per cui ho deciso di imbarcarmi col mio piccolo in questa bagnarola.
Ho sudato, guadagnato, sacrificato il mio tempo ma ho finalmente raggiunto la somma necessaria per me e per lui, si parte!

Non so se son più spaventata o eccitata, mi hanno raccontato che molti ce l’hanno fatta, tuttavia qualcuno ci rimette le penne e non è proprio un pensiero piacevole…
Ho questa creatura tra le braccia, nei suoi occhi trovo la forza di fare il grande passo, appuntamento all’alba, siamo nelle mani di Allah!

Rispetto all’incubo di poche ore fa, qui è tutto molto peggio, siamo stretti come sardine, manca l’aria, siamo partiti da poco e già gli schizzi d’acqua mi hanno congelato, non c’è freddo ma il mare ha deciso di metterci i bastoni tra le ruote!

Il mio piccolino è tra le mie braccia ben saldo, resisto agli urti degli uomini, più passa il tempo e più sono bestie assatanate, hanno fame e mi guardano con occhi spiritati, qualcuno prova a comandare senza troppa convinzione, siamo già alla deriva!

Le onde sono sempre più alte, il mio piccolo mangia, attaccato al mio seno si sente al sicuro, per lui nulla sembra cambiato, il mare lo culla, la mamma lo sfama, si sveglierà in un bel posto chiamato Europa.

D’improvviso un sussulto, entra acqua, fredda, gelida, il mare non vuole condurci in porto, il mio amore non riscalda più a sufficienza, mio figlio è ora tutto zuppo, una ragazza esile e dallo sguardo spento mi presta un panno per asciugarlo.

Canto la sua canzoncina preferita ma continua a piangere, non si sente più al sicuro, è terrorizzato ma l’Europa non può essere ancora lontana, all’orizzonte si vede qualcosa, “anima della mamma” tutto questo è per un tuo futuro migliore.

Dopo giorni di stenti e sofferenze stiamo per coronare il nostro sogno, il mio piccolo sembra essersi calmato ma il mare no, è beffardo e turbolento, ha deciso che la nostra Europa è quella in fondo al mare.

Non mi stacco un attimo dal mio piccolo, è ancora saldo tra le mie braccia, non si renderà conto di niente, si sveglierà in un posto migliore di quello in cui si è addormentato.

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Papà, perché c’è un bambino in mare?

Bambini in mare, corpi senza vita, nessuna simulazione, nessun bambolotto lanciato in acqua, nessun ciak da cinema, solita e squallida realtà.
I figli dei popoli che dovrebbero accogliere si fanno delle domande, per loro è tutto così strano, per noi lo è sempre meno e questa è la peggior sconfitta per il genere umano.

B. “Papà, ho visto una foto su internet, c’erano due persone che avevano in braccio un bambino, cosa gli è successo, non sembra neanche vero, dimmi che è un film papà, forse è Cicciobello, è così fermo!”.

P. “Tesoro, è un bambino vero, è caduto da una barca mentre cercava di raggiungere la terra, quella dove stiamo noi. Non c’è riuscito”.

B.“E come è possibile papà? Io ho preso tante volte le barche con te, non sono pericolose, anzi sono divertenti!”

P. “Non era una barca sicura, era vecchia e piena piena di persone. Il mare era brutto ed è finito in acqua”.

B.“Ma le persone della barca avranno chiesto aiuto, avranno urlato, non li ha visti nessuno?”.

P. “Non c’era nessuno nei dintorni figliolo, purtroppo”.

B. “Papà, non è possibile, quando usciamo noi in barca ci sono sempre tante altre navi, impossibile non li abbia visti e sentiti. Chissà quanto ha pianto quel povero bambino…”.

P. “Forse li hanno visti, ma non tutte le persone sono buone”.

B. “Papà, non ci posso credere. Hanno visto tutte quelle persone in difficoltà e non hanno fatto niente? Ci sono tante navi grosse che potevano salvarli”.

P. “Lo so, hai ragione, ma litigano per chi li deve salvare e nel frattempo a queste persone possono succedere brutte cose”.

B. “Papà, ti prego, dimmi che è uno scherzo, mi vuoi dire che ci sono persone che vedono bambini in acqua che piangono e che non intervengono? Ma sono dei mostri, non delle persone!”.

P. “Succede proprio così, figlio mio!”

B. “Ma papà. Perché non andiamo a salvarli noi. Abbiamo una barca, facciamo un po’ di viaggi e salviamo quei bambini. Magari sono simpatici e possono diventare miei amici”.

P. “Non possiamo farlo noi figlio mio, lo devono fare le persone giuste, quelle che hanno il compito di farlo”.

B. “Ma papà, perché vengono tutti qua da noi? Perché stanno giorni in mare e non stanno a casa loro?”.

P. “Hanno fame, a volte c’è la guerra nel loro Paese, altre volte vogliono semplicemente un futuro migliore”.

B. “Ma è semplice papà, perché le persone giuste che devono salvarli non gli danno un pezzo di pane e un poco di acqua? Per esempio noi a tavola mangiamo troppa roba e spesso buttiamo tutto nel cestino. Papà ti prego, mangiamo di meno e salviamo quei bambini”.

P. “Vorrei poter fare qualcosa figlio mio, ma non tocca a me”.

B. “Papà, ho visto un bambino morto in spiaggia, un bambino come me, perché io sono così fortunato e lui no?”.

P. “Dipende da dove nasci, dipende dal destino, dipende da Dio”.

B. “Ma se muore in mare, mentre nessuno lo salva, non dipende da noi? Papà, perché è così cattivo l’essere umano? E se avessi bisogno anche io di essere salvato un giorno, mi lasceranno morire?”

 

I bambini piangono

I bambini piangono, di qua perché hanno fame dopo pranzo, di là perché muoiono di fame e sono senza pranzo.

I bambini piangono, di qua perché vogliono saltare la scuola, di là perché il loro compagnetto è saltato in aria.

I bambini piangono, di qua perché agognano l’ennesimo giocattolo, di là perché la palla di cartone si è distrutta e non ce n’è altro per rifabbricarla.

I bambini piangono, di qua perché non riescono a respirare per un brutto raffreddore, di là perché l’uomo imbecille ha distrutto i loro polmoni con armi chimiche.

I bambini piangono, di qua perché hanno litigato con il loro vicino di casa, di là perché hanno litigato con un amico ma non hanno avuto tempo di fare pace.

I bambini piangono, di qua chiamano la mamma che è nell’altra stanza, di là perché non hanno né più mamma né più stanza.

I bambini piangono, di qua smetteranno presto di farlo, di là chiuderanno gli occhi per non vedere più l’orrore.

 

Le chiacchiere dell’Europa sui migranti

Sono migranti. Pagano per un viaggio pieno di ostacoli, mentre gli europei, in quelle condizioni, si farebbero pagare per viaggiare. Sborsano cifre astronomiche per il loro tenore di vita, mettono sul piatto tutti i risparmi, tutto per quella traversata.
Vedono una luce in lontananza, una speranza all’orizzonte, un futuro, un lavoro.Sentono parlare dell’Europa, immaginano l’Italia, le ricchezze, una terra piena di opportunità, accogliente, in cui potranno dire la loro, affermare la propria personalità, essere finalmente qualcuno.

A volte hanno i soldi solo per un componente della famiglia, spesso mandano sul barcone i bambini, tavolta i neonati, soli. Loro magari hanno già perso il treno della vita, si sono rassegnati, i loro figli devono poter avere l’opportunità di prenderlo.
I piccoli si separano in un istante dalla loro vita, dagli affetti, i grandi pregano, si affidano ad Allah, non gli rimane che quello. Magari, dopo anni a pregare e a sperare, riceveranno una lettera dai loro figli, colma di gratitudine per aver donato loro la possibilità di costruirsi un futuro.

Ma non tutti ce la fanno. Anzi, è doloroso da dire ma è onesto intellettualmente, pochi ce la fanno.
Il barcone è carico carico, uno sopra l’altro, senza mangiare. Vedono le onde alte, attraversano condizioni atmosferiche avverse, possono solo pregare. Di tanto in tanto è concesso respirare, giusto per mantenere attive le condizioni vitali.
Molti pensano a salvare la propria pellaccia, altri non perdono l’umanità nemmeno in quelle condizioni e si sacrificano per bambini e anziani.
Tutti pensano all’obiettivo finale, incessantemente, quella terra dove potranno rifarsi una vita. Alcuni arrivano, altri annegano in mare, sono solo numeri che finisco nei fondali e che alimentano i titoli dei telegiornali.
Quelli che arrivano pensano finalmente di avercela fatta ma dopo un attimosi scontrano con la dura realtà: non è facile nemmeno arrivati lì, non tutti hanno la stessa fortuna, molti vengono respinti, alcuni non sanno dove dormire.

Intanto si straparla, si erigono muri. “Ve li tenete voi”, dice uno. “Non li vogliamo”, dice un altro. “Sono troppi, perché tutti a noi?”, dice un altro ancora.
Come figurine, mentre intanto l’Europa si fa bella solo nelle sue splendenti istituzioni di lusso, tutto fumo e niente arrosto.

In lontananza si vede un bambino, solo, sta per annegare. I volontari lo salvano, l’Europa no, è troppo impegnata a giocare a scaricabarile. Non troverà un futuro ad attenderlo, solo un grande muro, no, non quello austriaco: quello dell’indifferenza.