Dacca: l’amicizia oltre la barbarie

Dacca, uno sguardo oltre i nostri connazionali, la tragedia, i 9 morti, i due sopravvissuti.
Uno sguardo oltre la disperazione nostrana, le storie che coinvolgono le nostre regioni, i padri che non riabbraccerano più i loro figli, le madri separate dal loro sangue, gli amanti divisi, con un colpo secco.
Faraaz Hossain, bengalese, c’era anche lui quella sera in quel ristorante. Aveva un “vantaggio” rispetto ai molti altri presenti, conosceva il Corano, passe-partout verso la libertà, l’uscita da quella maledetta porta, dove tutto sarebbe poi ricominciato.

Era in compagnia di due amiche, Tarishi Jain, indiana di 19 anni e Abinta Kabir, entrambe studentesse del college americano Emory University.
Poteva uscire, insieme ad un gruppo di donne che indossavano il velo, erano le “virtuose” agli occhi di terroristi senza scrupoli. Erano tutti nel giusto, rispettavano Allah, l’ossequio alle più antiche tradizioni dell’Islam. Non Tarishi e Abinta, loro no, erano troppo occidentali.

Quella sera si erano vestite all’occidentale, un peccato “mortale”, una mancanza di rispetto agli occhi dei ricchi e capricciosi terroristi bengalesi. Loro dovevano morire, senza possibilità di appello, così come i tanti altri stranieri presenti, tra cui i nostri connazionali.
Erano entrati in un ristorante, in un giorno qualunque, per mangiare qualcosa.
Incoscienti! Non avevano imparato il Corano a memoria. Sprovveduti!
Sgozzati, senza se e senza ma, macchiati di un peccato indelebile.

Faraaz aveva tutte le carte in regola per essere considerato virtuoso agli occhi dell’Isis, ma ha deciso di non servirsene. Aveva le sue due amiche accanto. Sì, sarebbe uscito, libero e salvo mentre le altre due due venivano sottoposte a torture di ogni tipo. Qualche ora dopo sarebbero morte, senza lui. La coscienza non gli avrebbe dato tregua, per sempre, inchiodato al rimorso, anche se nulla dipendeva dalla sua volontà.

Ha assecondato la follia dei terroristi, sono morti tutte e tre, insieme, vicini, fino alla fine, con un legame indissolubile, nonostante il terrore. Le teste staccate dal corpo, le mani unite, un concentrato di umanità più forte di qualsiasi barbarie.

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