Cinisi: niente funerali pubblici per il boss

Il questore di Cinisi vieta i funerali pubblici dell’ultimo boss della cupola di Totò Riina.
Una notizia che dovrebbe essere diffusa su tutti i telegiornali, una decisione che potrebbe apparire scontata ai più ma che non lo è affatto.
Procopio Di Maggio è morto a 100 anni tondi tondi, fortunato, per aver vissuto un secolo e perché scampato a ben due attentati. Il suo compleanno, appena sei mesi fa, è stato celebrato con svariati minuti di fuochi d’artificio, festeggiato come una star, nel paese che ha dato i natali ad un eroe come Peppino Impastato.
Ah, piccolo particolare: il sindaco ha vietato i fuochi d’artificio, invano, appare evidente.

Dapprima alle “dipendenze” di Al Capone in America, poi a servizio di Tano Badalamenti, il mandante dell’omicidio di Impastato e successivamente tra le forze di Riina, un tradimento che gli costò un figlio. Imputato e condannato a sette anni di carcere nel maxiprocesso di Palermo, fu però assolto dall’accusa di aver commesso una ventina di omicidi.

L’ordinanza del questore dunque non è affatto gesto scontato, in un Paese ancora fortemente spaccato in due, tra contraddizioni ed amarezze. Giovanni Impastato si è recentemente lamentato proprio della gente del posto, “presente in gran numero ai 100 anni di Di Maggio e assente al funerale di sua madre”

Niente funerali pubblici per Di Maggio quindi, che si è scagliato contro i pentiti per quello che ha sempre considerato un “tradimento”, capace di dire frasi come: “La mafia per me non esiste, ho sentito parlare di Cosa nostra soltanto dai giornali e dalle tv”.

Un segnale di legalità in una semplice ordinanza, la mafia si affronta attraverso le piccole cose.

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Peppino e Pino

L’inossidabile Peppino e il vacillante Pino, forse una provocazione. Curioso come, la parabola discendente del direttore di Telejato coincida, almeno a livello temporale, con l’ennesima giornata di ricordo di Impastato, il Giornalista, colui che lotta per l’affermazione della verità, a qualunque costo. Il 9 maggio 1978 è stato spazzato via, con un carico di tritolo, un corpo, uno dei tanti, in quel periodo di sangue. Le sue idee no, sono ancora tutte qua, a disposizione di chi volesse fruirne, perché “la mafia uccide, ma il silenzio pure“.

La figura di Pino Maniaci nel frattempo vacilla, un duro colpo per la Sicilia che aspira ad affermarsi come terra di buoni propositi, di battaglie del popolo e per il popolo.
I giovani, i giornalisti che non scendono a compromessi, l’antimafia che agisce e non chiacchiera, una botta, per tutti. Non salirò sul carro della crocifissione, non sputerò fango su un uomo che di cose ne ha smosse, che ha dato una speranza ad una terra che sembrava morta, che ha rischiato la sua pelle.
Il potere può dare alla testa e se ti batti contro la mafia sei abbandonato al tuo destino o, come in questo caso, seguito dai media regionali e nazionali. Le Iene, i principali telegiornali, tanti i programmi che hanno osannato (giustamente) le battaglie di Maniaci e di tutta Telejato. Quei baffoni, l’espressione burbera, sembrava (sembra?) un uomo assolutamente allergico ai compromessi, gli stessi che leggiamo nelle intercettazioni, estorsioni, sì, proprio quelle.

Pino si è montato la testa, è innegabile, ma chi lo attacca, probabilmente, non fa nulla per cambiare anche dello 0,1% le cose, alimentando, nella vita di tutti i giorni, la Sicilia dei metodi mafiosi. Dai divani di casa, nei principali bar del Paese si punta il dito, poi magari, dopo poche ore, si torna a sostenere l’abusivismo.

Peppino, con la sua Radio Aut, ha deciso di sfidare a viso aperto un mondo ben insediato nella provincia di Palermo. La sua famiglia era mafiosa, suo padre lo voleva risucchiare in quel mondo, sarebbe stato tutto più semplice, una vita agiata, qualche “ammazzatina” e un appuntamento con la morte sicuramente ritardato.

Satira sulla mafia quando, a cento passi da casa tua, hai il boss Badalamenti, condannato all’ergastolo insieme a Vito Palazzolo, condannato a 30 anni. Il tutto dopo ben 24 anni, con delle indagini discutibili, archiviazioni, accuse allo stesso Impastato e la forza sovrumana di Felicia, una grande mamma e una grande donna. Grazie a lei Peppino ha avuto giustizia, grazie a lei il suo messaggio rimane ancora intatto.