Non ho tempo…per avere tempo

Io non ho tempo per giocare con i miei figli…ma ce l’ho per fissare l’ennesimo appuntamento di lavoro di questa giornata

Io non ho tempo da dedicare a me stesso… ma ne ho in abbondanza per chi vuole saccheggiare il mio modo di essere.

Io non ho tempo per ascoltarti, amico mio… ma la sera ne ho a volontà per la tv e i suoi programmi trash.

Io non ho tempo per aiutarti in questo momento di difficoltà…ma due-tre ore sui social non me le toglie nessuno.

Io non ho tempo da dedicare a chi mi tende la mano chiedendo l’elemosina… ma mi piace fermarmi mezz’ora in tabaccheria per le estrazioni del lotto.

Io non ho tempo per fare volontariato… ma la birretta dalle 23 con gli amici non me la toglie nessuno, cascasse il mondo!

Io non ho tempo per farmi quel controllo medico… ma quando esce l’ultimo modello della mia moto non farò passare un secondo, sarà mia!

Io non ho tempo per ascoltare mio figlio e la sua giornata di scuola…ma nei miei lunghi viaggi trovo sempre qualche minuto per comprargli l’ultimo gioco uscito.

Io non ho tempo da dedicare al mio fisico…ma quell’ora la investo per sgranocchiare popcorn e patatine davanti all’ultimo gioco della playstation

Io non ho tempo per avere tempo! Intanto mi trovo su un divano, solo, stanco e malato. Facebook a farmi compagnia, il lavoro è così noioso! I miei figli nel frattempo sono cresciuti ma io… non avevo tempo!

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La guerra dell’adulto e la pace del bambino

Turchia e Kurdistan, stesso orrendo scenario, stessi protagonisti, parliamo di bambini, o meglio ragazzi, 12 anni, cintura esplosiva al posto dell’ultimo modello suggerito dalla moda, una è azionata, l’altra è scovata prima che possa succedere la strage.
Non è la prima volta e non sarà neanche l’utima, bambini mandati al fronte, piccoli che passano inosservati, fucile in mano rivolto contro coetanei nemici.

Gli adulti hanno questa smodata esigenza di comandare, di attrarre a sè i più deboli, i più indifesi, coinvolgerli nelle loro magagne, in ideologie estremiste lontane anni luce dalla purezza e dall’innocenza che traspare da un bambino.
Bambini che si fanno saltare in aria e uccidono altri bambini, magari amici. La soluzione sarebbe un pallone lì in mezzo e una bella sfida a calcio, competitivi durante la partita e amici fuori, tutti intorno ad un tavolo a rifocillarsi dopo le fatiche.

Non è colpa loro, sono burattini, manovrati da mani insensibili, guerra come adulto e pace come bambino, c’è qualcosa che non quadra e non potrà quadrare mai.

Eppure non c’è solo questo, ci sono i bambini costretti a chiedere l’elemosina, mandati avanti dall’adulto di turno perché possono smuovere qualcosa in più, quel sentimento di pietà che si dovrebbe amplificare con davanti un volto candido e indifeso.
Ci sono i bambini costretti a cucire i palloni con cui giocheranno altri bambini o le bambine che devono creare bambole per le loro più fortunate coetanee, piccoli che caricano pesi maggiori del proprio, povere creature costrette a cancellare dalla loro mente la parola gioco e sostituirla con una più grande e rimbombante: lavoro.

Ma ci sono anche altre forme di sfruttamento più sottili ma non per questo meno subdole. Si guardi, ad esempio, ai bambini costretti a crescere prima del previsto per realizzare sogni e aspirazioni dei genitori, nello sport o nel mondo dello spettacolo o si pensi ai piccoli usati come strumento di ricatto tra un genitore e l’altro in caso di separazione.
Non avranno un fucile in mano o puntato dietro le spalle ma il risultato è lo stesso: non sono liberi di crescere.

Il diritto di essere bambini, di esprimersi, di giocare, di creare e di sognare, uno splendido castello di carta che potrebbe diventare realtà con poco. Ma purtroppo esistono gli adulti.

Viaggio nel mondo del lavoro: la rassegnazione

Eccoci all’ultimo capitolo di questo viaggio nel mondo del lavoro, tanto affascinante quanto deprimente. Dopo aver analizzato il compromesso, il merito e la raccomandazione, parliamo di RASSEGNAZIONE e, come al solito, partiamo dalla sua definizione: “Paziente accettazione di ciò che è ritenuto inevitabile”.

Succede che vedi persone dalla lingua chilometrica scavalcarti dall’oggi al domani.
Succede che donne bellissime entrino nell’ufficio del capo e ne escano (anche dopo poco) con la promozione in tasca.
Tu pazientemente accetti, perché il lavoro ti serve per mentenere e mantenerti, ritieni che tutto quello che succede sia appunto inevitabile, facente parte di un sistema ormai collaudato.

Quando ricerchi il lavoro invece ti rassegni a tutto tranne al fatto di….rassegnarti.
Parti con i migliori propositi, punti in alto, mandi curriculum pure alla NASA, pensi che ogni vetta sia raggiungibile. Se vogliamo la rassegnazione richiama il compromesso, quello con se stessi, quando ritieni di averle provate tutte.

Ti rassegni per il quieto vivere tuo e dei tuoi cari, decidi di mettere una pietra sopra.
Non puoi permetterti ogni volta di superare i confini della tua mente volando in alto per poi veder disatteso puntualmente la tua aspirazione.
A volte dipende da te, perché hai volato con ali di cera vicino al sole, non avevi le competenze adatte e hai osato troppo, altre volte, molte purtroppo, arriva qualcuno a spingerti giù, quando stai per mettere piede sulla cima.

Spesso ti rassegni in nome di UN LAVORO, uno qualunque, capisci che in certi contesti o mantieni la coscienza e la coerenza ai tuoi valori o ti vendi, srotoli la lingua o ti concedi.
Altre volte è la tua autostima ad impedirtelo, non osi perché non credi in te stesso.

Così ci ritroveremo potenziali geni a lavorare nei fast food perché non scenderanno mai a compromessi e non calpesteranno mai la propria coscienza e capre che rivestiranno ruoli di prestigio solo perché sono state più furbe o hanno seguito il gregge del più potente. Il risultato è un Paese allo sfascio, ricco di frustrazione e di arrivismo.

Viaggio nel mondo del lavoro: la raccomandazione

Eccoci qui a snocciolare un altro capitolo di questo emozionante viaggio. Dopo aver parlato del compromesso e del merito, è la volta della RACCOMANDAZIONE, un vanto tutto italiano, la scorciatoia migliore per evitare fatica e sudore.

Essa coinvolge tutti i settori del mondo del lavoro, pubblico e privato. Ecco la definizione: intercessione in favore di una persona, soprattutto al fine di ottenerle ciò che le sarebbe difficile conseguire con i mezzi e i meriti propri o per le vie ordinarie.

Il Sig. X partecipa a 100 concorsi, ogni volta è costretto a studiare mesi e mesi, sacrificando il suo lavoro che significa paga e mantenimento.
Il Sig. X compra i giornali per cercare offerte di lavoro, spulcia i siti internet alla ricerca della giusta occasione, la ricerca di un lavoro diventa il suo lavoro quotidinao. Si arma di giacca e cravatta, anche con 60 gradi, percorre l’intera città per un posto consono alle sue capacità, si sobbarca una serie di “le faremo sapere” impossibili da contare.
Il Sig. X  non si arrende mai, crede che le sue capacità verrano valorizzate, prima o poi. Si tappa le orecchie e rifugge il pessimismo, anche se la sua cerchia gli dice costantemente che “tutto è già scritto e che vanno avanti solo i raccomandati“.

Il Sig. Y partecipa ad 1 concorso, sembra tutto normale o trasparente, in realtà è tutta una farsa, l’unico posto disponibile gli è già stato assegnato. In sede d’esame lo vedi costantemente a colloquio col commissario, ma non puoi dire niente tu. Sei il Sig. X, sei troppo impegnato a finire il test per consegnarlo in tempo.
Il Sig. Y si sollazza al sole leggendo i giornali, usa internet per divertirsi. Si limita ad alzare il telefono per chiamare lo zio o il politico di turno, a volte cambia stanza per parlare con il padre. Farà lui la telefonata e tutto sarà sistemato. Anche se il posto è stato già assegnato al Sig. X, per merito, si troverà un modo per far spazio a Y.
Il Sig. Y non ha versato una goccia di sudore ma guarda dall’alto in basso il Sig.X, anzi lo sentirai spesso dire: “Il mondo è pieno di raccomandati, dove andremo a finire!“.

Intanto, quello stesso mondo del lavoro, è sempre più pieno di Sig. Y, che si trovano lì, dall’oggi al domani e che non sanno fare il loro mestiere. La qualità latita, asservita alle logiche del potere, tutto è lasciato allo sbaraglio finché l’azienda sarà costretta ad assumere un sig. X, l’unico che sarà capace di svolgere il suo lavoro.

 

Viaggio nel mondo del lavoro: il merito

Dopo il primo capitolo, dedicato al compromesso, ecco affacciarsi prepotentemente il secondo, argomento del giorno è il MERITO.

Per avere chiara la questione, cominciamo con la defizione : “Diritto alla stima, alla riconoscenza, alla giusta ricompensa acquisito in virtù delle proprie capacità, impegno, opere, prestazioni, qualità, valore”.
Uno dei concetti più belli che l’essere umano abbia mai posto in essere, tu dai 100 io ti ricompenso con 100, tu dai 1 e io ti do 1, il riconoscimento parametrato alla fatica, se sei pigro e indolente non fai strada e dipende solo e unicamente da te.
Come quando scali una montagna, superi fatiche inimmaginabili, pensi a volte di mollare e di scendere giù ma la tua forza di volontà è troppo forte per arrenderti, hai un obiettivo fisso che vuoi raggiungere, a tutti i costi. Sacrifichi delle cose, ne trascuri altre, perché avrai il tuo riconoscimento in cima che varrà quello che hai patito.

Il merito è qualcosa di profondamente democratico, che premia i migliori e che ammonisce i peggiori, semplicemente quella non è la strada giusta o comunque c’è qualcuno che è più bravo e si deve accettare.
Ma anche qui c’è qualcosa che non va perché a vincere, spesso, è quel compromesso di cui abbiamo parlato in precedenza. Fatichi, sali uno scalino alla volta, sudi ma lo fai anche con piacere, magari è il lavoro dei tuoi sogni, trovi profondamente giusto che per gustarti l’apice tu debba sgobbare.

Succede che fai tutte cose per il meglio, per uno, due, dieci, vent’anni e non raggiungi mai la cima, anzi a volte ti capita di arrivarci, sei soddisfatto, stremato ma raggiante, purtroppo ti trovi qualcuno che è già arrivato da un pezzo, condotto dall’elicottero del capo.

In medio stat virtus, o la pensi così o muori, la tua anima si lacera, la tua morale non trova pace. Pensi semplicemente che hai dato il massimo di quello che dipendeva da te, purtroppo o per fortuna non sei una bionda formosa o non hai una lingua srotolabile come il tuo collega d’ufficio (probabilmente anche se avessi avuto questi due requisiti non le avresti sfruttate perché sei tu).

Pensi a farti il mazzo , ancora, nonostante tutto, perché prima o poi la porticina del merito si aprirà e accoglierà anche te, d’altronde sei uno di quelli che lo merit…a davvero.
Nel frattempo non resta che guardarti allo specchio, con la testa alta e lo sguardo ben fiero, tu puoi, anche se dovrai andare a scaricare casse di frutta al mercato mentre magari merit…eresti maggior fortuna, anche se il tuo ex collega d’ufficio, dalla lingua srotolabile, nel frattempo, siede nella stanza che doveva essere tua.
Stai facendo un lavoro dignitoso, sudato e conquistato e merit…i solo un applauso.

 

Viaggio nel mondo del lavoro: il compromesso

Il compromesso, il merito, la raccomandazione e la rassegnazione, lo scenario è il mercato del lavoro, i concetti sono legati tra di loro, quasi inscindibili. Un viaggio a puntate, dove il grottesco si mischia alla realtà, purtroppo consolidata.

PRIMA PUNTATA – IL COMPROMESSO

Il compromesso è il risultato di concessioni da entrambe le parti con lo scopo di trovare un terreno comune su cui concordare. Porta ad appianare le differenze e viene raggiunto attraverso la mutua rettifica delle reciproche richieste, concedendo un po’ a ciascuna delle parti.

C’è compromesso e compromesso e non è solo una frase fatta. Negativo, nella maggior parte dei casi, per la morale della persona, positivo per la sua posizione lavorativa e per il conto in banca. Donne (senza voler offendere il genere femminile), che si concedono al miglior offerente, le vedi accanto a te, il primo giorno, come normali lavoratrici, la maggior parte di loro appariscente, piacevoli alla vista.
Vai a lavoro come sempre, l’indomani e non te le ritrovi più: hanno scalato rapidamente le posizioni (attraverso altri tipi di posizioni), se sei fortunato ti ritrovi a fare il lavoro tuo e il lavoro loro, se ti va male hanno preso il tuo posto, che ti eri guadagnato con sudore, negli anni.
Uomini, che venderebbero l’anima al diavolo ma anche il loro corpo (per par condicio), li vedi lì, spacconi, introdursi in tutti i discorsi, fare i piacioni, attirarsi le simpatie di capi e direttori. La lingua ormai penzoloni, gli serve per guadagnare posizioni, assecondano la smania di potere dei potenti. Fai il tuo lavoro, sei socievole, affabile, non hai la puzza sotto il naso, fai le pause solo quando serve, insomma sei un professionista esemplare, ma non basta, se non srotoli la lingua.
Non è una barzelletta, nè un mondo immaginario, funziona così, non sempre ma spesso.

C’è poi il compromesso intenso positivamente, io rinuncio a qualcosa per il benessere comune, perché c’è un progetto, un’identità, davanti a cui posso e devo rinunciare a qualcosa in più per me.
C’è il compromesso con se stessi ed è forse il più difficile da raggiungere, rinunciare a sogni megalomani, ad aspirazioni fuori dalla realtà per tornare con i piedi per terra, ad un lavoro, che significa denaro per mantenersi e mantenere.

Se non scendi a compromessi, di qualsiasi tipo, difficilmente lavori, è la realtà italica.
Il lavoro paga, almeno dicono così, anche se la nuova arrivata dopo un giorno si trova negli uffici del direttore e ti saluta dall’alto in basso, anche se la persona che hai aiutato, in un battibaleno, ti volta le spalle e ti tratta da inferiore.Anche la morale paga, magari non subito, ma alla lunga vince lei.

A presto per la seconda puntata sul MERITO.