“Mamma, a Natale non verrò”

“Mamma, a Natale non verrò”.

“Ma come Marco, io e papà non ti vediamo da un anno, stavamo giusto aspettando questa occasione”.

“Mamma, non è che non voglio venire, darei qualunque cosa per farlo ma i voli costano troppo, col bus e il treno è impossibile, è un viaggio della speranza“.

“Marco, ti possiamo aiutare noi in qualche modo? Abbiamo appena ritirato la pensione con papà, forse ci rimane qualcosa tra bolletta, spese e affitto”.

“Mamma mi avete dato fin troppo, sempre, purtroppo non si parla di qualcosa, ci vogliono centinaia di euro, lo sai, siamo in quattro e lavorativamente parlando le cose non vanno poi così tanto bene…”

“Enrico chissà come sarà cresciuto e poi c’è Anna, la vorremmo tanto vedere, per la prima volta dal vivo, è il tuo e il nostro orgoglio”.

“Lo so mamma, è straziante non poter condividere con voi la quotidianità, che bello sarebbe avervi nella nostra vita, lasciare i piccoli con i nonni e non con la babysitter, ah quante cose potreste insegnar loro…”

“Marco, ora parlo con papà, troveremo il modo, magari saliamo noi…”.

“Siete anche i genitori di Alessia, godetevela, state insieme, noi troveremo altri periodi migliori per venire lì al Sud. Qui funzionano molte cose ma a volte mi chiedo se ne è valsa la pena cara mamma”.

“Sì tesoro, ti sei costruito una bella famiglia, andandotene da una terra che poco ti offriva, calda sì, sotto tanti punti di vista, ma tremendamente indifferente al tuo futuro

“Natale è Natale cara mammina, sarà difficile restare lontano“.

“Marco, vediamo un po’ cosa possiamo fare, adesso parlo con papà, in ogni caso i nostri cuori abbatteranno qualsiasi distanza. Fammi una chiamata o fammi vedere i tuoi piccoli su Skype, sfruttiamola questa tecnologia”.

“Ok mamma lo faccio subito, ma un Natale senza un abbraccio che Natale è?

“Mamma sono io, tuo figlio”

“Mamma sono io, tuo figlio”.
“Vieni Paolo, accomodati, come stanno Giacomo e Luca?”
“Studiano, sono sempre impegnati con la scuola e con lo sport, ma ci danno anche tante soddisfazioni”.
“E Rosanna ha risolto quel fastidioso problema con la schiena?”
“Sì mamma, sta facendo fisioterapia, va un po’ meglio”.
“E tuo fratello? Non lo vedo da troppo tempo, che notizie mi porti?”
“Mamma non so, mi stai facendo il terzo grado, perché non chiedi direttamente a lui?”
“Scusami credevo che…”
“Adesso vado, devo prendere i bambini al basket. A domani mamma”
“Ciao tesoro, guida piano”.

“Mamma sono io, tuo figlio”.
“Chi sei tu, non ti conosco, sei un amico di mio figlio?”
“Mamma sono Paolo, oggi non mi riconosci?”
“Tu non assomigli a Paolo, lui è diverso”.
“E com’è?”.
“Ha una voce dolce, viene a trovarmi tutti i giorni, dovrebbe arrivare qui a momenti…”.
“Che bello, vorrei tanto anche io avere una mamma come te…
“Non sono perfetta, a volte gli faccio troppe domande e si spazientisce”.
“Allora vado, lui starà arrivando a momenti”.

“Mamma sono io, tuo figlio”.
“Paolo, figlio mio oggi sei arrivato più tardi, va tutto bene?”
“Sì mamma, lavoro, tanto lavoro, ma non preoccuparti, starò tutta la sera con te”.
“E i bambini, tua moglie? Hanno bisogno di te”.
“E io? Ho bisogno di te, della mia mamma, fammi tutte le domande che vuoi…”

Dedicato a tutte le famiglie che hanno affrontato, affrontano e affronteranno l’Alzheimer e la sua spiazzante imprevedibilità.

 

“Ti sveglierai in un posto migliore”

L’inizio di una nuova vita, la fine di un incubo, il futuro al di là del mare.
Sono tanti i motivi per cui ho deciso di imbarcarmi col mio piccolo in questa bagnarola.
Ho sudato, guadagnato, sacrificato il mio tempo ma ho finalmente raggiunto la somma necessaria per me e per lui, si parte!

Non so se son più spaventata o eccitata, mi hanno raccontato che molti ce l’hanno fatta, tuttavia qualcuno ci rimette le penne e non è proprio un pensiero piacevole…
Ho questa creatura tra le braccia, nei suoi occhi trovo la forza di fare il grande passo, appuntamento all’alba, siamo nelle mani di Allah!

Rispetto all’incubo di poche ore fa, qui è tutto molto peggio, siamo stretti come sardine, manca l’aria, siamo partiti da poco e già gli schizzi d’acqua mi hanno congelato, non c’è freddo ma il mare ha deciso di metterci i bastoni tra le ruote!

Il mio piccolino è tra le mie braccia ben saldo, resisto agli urti degli uomini, più passa il tempo e più sono bestie assatanate, hanno fame e mi guardano con occhi spiritati, qualcuno prova a comandare senza troppa convinzione, siamo già alla deriva!

Le onde sono sempre più alte, il mio piccolo mangia, attaccato al mio seno si sente al sicuro, per lui nulla sembra cambiato, il mare lo culla, la mamma lo sfama, si sveglierà in un bel posto chiamato Europa.

D’improvviso un sussulto, entra acqua, fredda, gelida, il mare non vuole condurci in porto, il mio amore non riscalda più a sufficienza, mio figlio è ora tutto zuppo, una ragazza esile e dallo sguardo spento mi presta un panno per asciugarlo.

Canto la sua canzoncina preferita ma continua a piangere, non si sente più al sicuro, è terrorizzato ma l’Europa non può essere ancora lontana, all’orizzonte si vede qualcosa, “anima della mamma” tutto questo è per un tuo futuro migliore.

Dopo giorni di stenti e sofferenze stiamo per coronare il nostro sogno, il mio piccolo sembra essersi calmato ma il mare no, è beffardo e turbolento, ha deciso che la nostra Europa è quella in fondo al mare.

Non mi stacco un attimo dal mio piccolo, è ancora saldo tra le mie braccia, non si renderà conto di niente, si sveglierà in un posto migliore di quello in cui si è addormentato.

Mamma, quella è la strada per la libertà

Parlo ora, parlo subito, un attimo di pausa dalla sua furia cieca, mia mamma è di là a piangere, come ogni sera.
Urla, spintoni, schiaffi e quando è particolarmente ispirato anche cinghiate, si prende tutto come si è preso il cuore di mia madre ormai più di dieci anni fa.

Sono piccolo per essere ascoltato, sono piccolo per dare consigli, eppure quando la trovo chiusa nella sua camera mi sento in dovere di stringerla tra le mie braccia e di dirle: “Lascialo, meriti di meglio”.

Lui è mio padre, se padre si intende chi ha lanciato il suo spermatozoo dieci anni fa. Siamo due vittime della stessa bestia, lei porta i segni sulla pelle io li porto nell’anima, quando mi va bene. Anche io ho preso qualche calcione, l’altro giorno sono stato spinto contro la porta e ho sbattuto forte la testa.

L’ho fatto per il mio unico amore, mia mamma, splendida nei suoi occhioni azzurri, bella con quei capelli raccolti, il sorriso non c’è più per gli altri, è rimasto solo per me, il mio regalo quando siamo soli.

Sì, il mattino viviamo finalmente la nostra tregua, mi accompagna a scuola, cantiamo insieme in macchina, mi viene a prendere e mangiamo insieme. Non lo diamo a vedere perché vogliamo goderci ogni momento ma guardiamo spesso l’orologio, le 17 si avvicinano sempre più, quando va bene sono le 18 e possiamo fare più festa.

Poi arriva lui, borbotta qualcosa, puzza di alcool e succede un casino. Motivo? Nessuno! Può essere una cosa fuori posto, un cibo andato a male in frigo, una lampadina che non funziona, mia madre diventa l’oggetto, una zampogna da gonfiare di botte.

Dovrebbe gonfiarla di orgoglio col suo amore, portarle le rose a casa, stupirla tanto quanto è bella, ricordarsi in ogni momento della sua fortuna, invece no, provo a farlo io, ha bisogno di calore.

Sono un bambino di 10 anni, le cose che dico, in genere, non vengono prese in considerazione. Ieri ho convinto mia mamma, siamo andati insieme a denunciare, lei si vergognava col volto tumefatto, l’ho presa per mano e le ho indicato la strada per la libertà

Bambino mai nato, bambino fortunato

Se ci fosse un atrio dove vengono raccolti tutti i bambini prima di nascere gli direi: “Per carità, state lontani da questa brutta vita, restate in quella bella sala d’attesa”.
Una provocazione, me ne rendo conto, anche bella grossa, ma siamo sicuri sia così lontana dalla realtà?
Non è da me parlare in prima persona nei miei articoli, ma in questa fase della mia vita vado d’istinto, un flash e la voglia di scrivere, quasi un dovere, anche se a volte scomodo.

Li vedete anche voi, immagino, i telegiornali: l’orrore dei pedofili, i bambini picchiati a scuola dalle maestre, la violenza domestica, l’abbandono, le bombe grandi e letali sui piccoli e fragili uomini del futuro. Siamo diventati tutto questo, probabilmente lo siamo sempre stati, ma adesso fa male, ancora più male. All’inizio abbiamo superaro il limite della decenza, adesso anche quello dell’indecenza, non si sa più a che punto potremmo ancora arrivare.

Vedo tanti bambini sani e anche tanti bambini malati, è difficile accettare che una malattia possa deturpare una piccola creatura ma è la logica perversa della natura, una logica, si badi bene, a cui non ci arrenderemo mai.

Ho visto poi un servizio in una trasmissione, un piccolo bambino siriano che gridava “Mammaaa!”, forte, così forte che per un momento ho temuto mi scoppiasse il cuore. Ho pensato allo stesso episodio con protagonista mio nipote, pure lui urla “Mammaaa!”, forte, così forte, fino a che lei non corre per abbracciarlo e baciarlo.
C’è qualcosa che non va, il primo bambino si è salvato per miracolo e quella madre non la vedrà più, è esplosa in un nanosecondo, solo ceneri di una vita.

Il primo bambino non fa il bambino, ma non per sua scelta.
Il secondo bambino fa il bambino, rientra nella normalità.
Un bambino non chiede molto per vivere: affetto, sorrisi, qualche gioco, tanto verde e compagnia. Un adulto chiede talmente tanto da non ottenere mai quello che desidera e allora ecco le guerre, la violenza e la sofferenza.

Mettiamo al mondo una splendida creatura e poi gli offriamo un panorama così desolante, una bomba può cadergli in testa e, in un attimo, frantumare tutti i suoi bei sogni pieni di colori. Il bello del mondo, il volontariato, la semplicità e l’affetto gratuito sono l’antidoto migliore per non dover affermare, con le mani in faccia. “Bambino mai nato, bambino fortunato!

E voi che ne pensate? La parola adesso passa a voi!