Volevo solo un lavoro

Volevo solo un lavoro, me lo garantisce la Costituzione, busso porta a porta ma non trovo niente.

Volevo solo un lavoro, cinque anni di studio e una laurea, lacrime in volto e valigie in mano.

Volevo solo un lavoro, anni di tirocinio sottopagati e odore di promozione, fino all’arrivo della bionda procace.

Volevo solo un lavoro, in una stanza doppia ho tenuto duro, mi hanno buttato fuori, è arrivato il cugino del capo.

Volevo solo un lavoro, sono bella ma soprattutto brava, ho rifiutato un compromesso, sono a casa con un grosso punto interrogativo sulle spalle.

Volevo solo un lavoro, mando curricula tutti i giorni, ho competenze e versatilità ma le uniche mail di risposta sono solo pubblicità.

Volevo solo un lavoro, mi hanno detto che potevo crearmi una famiglia, sono stato ingannato dal mio Paese.

Volevo solo un lavoro, guardo programmi italiani e mangio cibo italiano, la Germania mi ha offerto una grande opportunità.

Volevo solo un lavoro, dicono sia un mio diritto ma nessuno paga per la sua violazione.

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Come sopravvivere al cugino del direttore e a una quinta di seno

Mi conoscete per i miei articoli seri, profondi, a volte persino strazianti, oggi si volta pagina e si mostra un lato diverso che mi appartiene da sempre: l’ironia. Storie di vita vissuta, immaginazione e anche riflessione, perché scherzando scherzando si dice sempre la verità.

In passato mi sono occupato di raccomandazioni, ho visto e vedrò di tutto, una ragnatela odiosa, diciamocelo chiaramente, ma cosa dobbiamo fare noi “figli di nessuno”, noi che i parenti li vediamo magari solo a Natale, che non abbiamo zii che ci possano piazzare al vertice del mestiere della nostra vita?

Come fare dunque a sopravvivere a questo sistema dell’orrido?

Andrò controcorrente, lanciandovi subito una bella provocazione sul piatto: se potete e ci riuscite cambiate il vostro modo di essere, diventate come loro, usate le scorciatoie, è tutto più semplice. Prenderete i treni prima degli altri, non sarete costretti ad assistere a gente che sale senza biglietto o con un passpartout speciale.
Tuttavia so benissimo che molti di voi staranno storcendo il naso, persone giuste, integerrime, non ce la facciamo proprio a scendere a compromessi, sappiamo benissimo che se ci dovessimo sedere su una sedia rubata ci sentiremmo dei vermi, sarebbe addirittura impossibile guardarci allo specchio.
Allora lavoriamo più degli altri, ci autoconvinciamo che c’è posto anche per noi, che su cinque posti di lavoro due andranno a noi, sudati e orgogliosi, che il sistema, per andare avanti, ha bisogno di persone in gamba e non di manichini. Ebbene, abbiamo ragione, ritorniamo a sorridere, ci rituffiamo su un progetto abbandonato, cuore e anima. Qualche anno prima è stato il cugino del direttore a prendere il nostro posto, adesso è arrivato di sicuro il nostro momento, non può essere buio per sempre, al bando ogni forma di rassegnazione.
Ci ripresentiamo, stesso luogo, stesso posto, stesso bar, stavolta il direttore ci riceve nel suo studio, la conversazione sembra andare per il meglio, ad un certo punto lo chiamano. Non torna più, nel frattempo il tuo posto è stato gentilmente elargito alla bionda prosperosa, una quinta di seno a volte vale più di una Treccani ingoiata.

Prendi la tua valigetta e torni a casa. Il mondo del lavoro non funziona ma tu sì, allora devi sopravvivere in qualche modo. Come fai?

  • Pensi che il lavoro non sia tutto nella vita e ti concentri su ciò che di bello c’è nel tuo mondo
  • Crei il tuo lavoro senza dover sottostare ad un direttore arrapato e così affettuoso con i parenti

Perché in fondo la tua vita non la fa il tuo lavoro, prima o poi emergerai, solo con le tue forze e il tuo merito.

E a voi sono mai capitate esperienze del genere? Raccontantele nei commenti e, se vi va, date il vostro contributo alla discussione.

Viaggio nel mondo del lavoro: la rassegnazione

Eccoci all’ultimo capitolo di questo viaggio nel mondo del lavoro, tanto affascinante quanto deprimente. Dopo aver analizzato il compromesso, il merito e la raccomandazione, parliamo di RASSEGNAZIONE e, come al solito, partiamo dalla sua definizione: “Paziente accettazione di ciò che è ritenuto inevitabile”.

Succede che vedi persone dalla lingua chilometrica scavalcarti dall’oggi al domani.
Succede che donne bellissime entrino nell’ufficio del capo e ne escano (anche dopo poco) con la promozione in tasca.
Tu pazientemente accetti, perché il lavoro ti serve per mentenere e mantenerti, ritieni che tutto quello che succede sia appunto inevitabile, facente parte di un sistema ormai collaudato.

Quando ricerchi il lavoro invece ti rassegni a tutto tranne al fatto di….rassegnarti.
Parti con i migliori propositi, punti in alto, mandi curriculum pure alla NASA, pensi che ogni vetta sia raggiungibile. Se vogliamo la rassegnazione richiama il compromesso, quello con se stessi, quando ritieni di averle provate tutte.

Ti rassegni per il quieto vivere tuo e dei tuoi cari, decidi di mettere una pietra sopra.
Non puoi permetterti ogni volta di superare i confini della tua mente volando in alto per poi veder disatteso puntualmente la tua aspirazione.
A volte dipende da te, perché hai volato con ali di cera vicino al sole, non avevi le competenze adatte e hai osato troppo, altre volte, molte purtroppo, arriva qualcuno a spingerti giù, quando stai per mettere piede sulla cima.

Spesso ti rassegni in nome di UN LAVORO, uno qualunque, capisci che in certi contesti o mantieni la coscienza e la coerenza ai tuoi valori o ti vendi, srotoli la lingua o ti concedi.
Altre volte è la tua autostima ad impedirtelo, non osi perché non credi in te stesso.

Così ci ritroveremo potenziali geni a lavorare nei fast food perché non scenderanno mai a compromessi e non calpesteranno mai la propria coscienza e capre che rivestiranno ruoli di prestigio solo perché sono state più furbe o hanno seguito il gregge del più potente. Il risultato è un Paese allo sfascio, ricco di frustrazione e di arrivismo.

Viaggio nel mondo del lavoro: il merito

Dopo il primo capitolo, dedicato al compromesso, ecco affacciarsi prepotentemente il secondo, argomento del giorno è il MERITO.

Per avere chiara la questione, cominciamo con la defizione : “Diritto alla stima, alla riconoscenza, alla giusta ricompensa acquisito in virtù delle proprie capacità, impegno, opere, prestazioni, qualità, valore”.
Uno dei concetti più belli che l’essere umano abbia mai posto in essere, tu dai 100 io ti ricompenso con 100, tu dai 1 e io ti do 1, il riconoscimento parametrato alla fatica, se sei pigro e indolente non fai strada e dipende solo e unicamente da te.
Come quando scali una montagna, superi fatiche inimmaginabili, pensi a volte di mollare e di scendere giù ma la tua forza di volontà è troppo forte per arrenderti, hai un obiettivo fisso che vuoi raggiungere, a tutti i costi. Sacrifichi delle cose, ne trascuri altre, perché avrai il tuo riconoscimento in cima che varrà quello che hai patito.

Il merito è qualcosa di profondamente democratico, che premia i migliori e che ammonisce i peggiori, semplicemente quella non è la strada giusta o comunque c’è qualcuno che è più bravo e si deve accettare.
Ma anche qui c’è qualcosa che non va perché a vincere, spesso, è quel compromesso di cui abbiamo parlato in precedenza. Fatichi, sali uno scalino alla volta, sudi ma lo fai anche con piacere, magari è il lavoro dei tuoi sogni, trovi profondamente giusto che per gustarti l’apice tu debba sgobbare.

Succede che fai tutte cose per il meglio, per uno, due, dieci, vent’anni e non raggiungi mai la cima, anzi a volte ti capita di arrivarci, sei soddisfatto, stremato ma raggiante, purtroppo ti trovi qualcuno che è già arrivato da un pezzo, condotto dall’elicottero del capo.

In medio stat virtus, o la pensi così o muori, la tua anima si lacera, la tua morale non trova pace. Pensi semplicemente che hai dato il massimo di quello che dipendeva da te, purtroppo o per fortuna non sei una bionda formosa o non hai una lingua srotolabile come il tuo collega d’ufficio (probabilmente anche se avessi avuto questi due requisiti non le avresti sfruttate perché sei tu).

Pensi a farti il mazzo , ancora, nonostante tutto, perché prima o poi la porticina del merito si aprirà e accoglierà anche te, d’altronde sei uno di quelli che lo merit…a davvero.
Nel frattempo non resta che guardarti allo specchio, con la testa alta e lo sguardo ben fiero, tu puoi, anche se dovrai andare a scaricare casse di frutta al mercato mentre magari merit…eresti maggior fortuna, anche se il tuo ex collega d’ufficio, dalla lingua srotolabile, nel frattempo, siede nella stanza che doveva essere tua.
Stai facendo un lavoro dignitoso, sudato e conquistato e merit…i solo un applauso.

 

Viaggio nel mondo del lavoro: il compromesso

Il compromesso, il merito, la raccomandazione e la rassegnazione, lo scenario è il mercato del lavoro, i concetti sono legati tra di loro, quasi inscindibili. Un viaggio a puntate, dove il grottesco si mischia alla realtà, purtroppo consolidata.

PRIMA PUNTATA – IL COMPROMESSO

Il compromesso è il risultato di concessioni da entrambe le parti con lo scopo di trovare un terreno comune su cui concordare. Porta ad appianare le differenze e viene raggiunto attraverso la mutua rettifica delle reciproche richieste, concedendo un po’ a ciascuna delle parti.

C’è compromesso e compromesso e non è solo una frase fatta. Negativo, nella maggior parte dei casi, per la morale della persona, positivo per la sua posizione lavorativa e per il conto in banca. Donne (senza voler offendere il genere femminile), che si concedono al miglior offerente, le vedi accanto a te, il primo giorno, come normali lavoratrici, la maggior parte di loro appariscente, piacevoli alla vista.
Vai a lavoro come sempre, l’indomani e non te le ritrovi più: hanno scalato rapidamente le posizioni (attraverso altri tipi di posizioni), se sei fortunato ti ritrovi a fare il lavoro tuo e il lavoro loro, se ti va male hanno preso il tuo posto, che ti eri guadagnato con sudore, negli anni.
Uomini, che venderebbero l’anima al diavolo ma anche il loro corpo (per par condicio), li vedi lì, spacconi, introdursi in tutti i discorsi, fare i piacioni, attirarsi le simpatie di capi e direttori. La lingua ormai penzoloni, gli serve per guadagnare posizioni, assecondano la smania di potere dei potenti. Fai il tuo lavoro, sei socievole, affabile, non hai la puzza sotto il naso, fai le pause solo quando serve, insomma sei un professionista esemplare, ma non basta, se non srotoli la lingua.
Non è una barzelletta, nè un mondo immaginario, funziona così, non sempre ma spesso.

C’è poi il compromesso intenso positivamente, io rinuncio a qualcosa per il benessere comune, perché c’è un progetto, un’identità, davanti a cui posso e devo rinunciare a qualcosa in più per me.
C’è il compromesso con se stessi ed è forse il più difficile da raggiungere, rinunciare a sogni megalomani, ad aspirazioni fuori dalla realtà per tornare con i piedi per terra, ad un lavoro, che significa denaro per mantenersi e mantenere.

Se non scendi a compromessi, di qualsiasi tipo, difficilmente lavori, è la realtà italica.
Il lavoro paga, almeno dicono così, anche se la nuova arrivata dopo un giorno si trova negli uffici del direttore e ti saluta dall’alto in basso, anche se la persona che hai aiutato, in un battibaleno, ti volta le spalle e ti tratta da inferiore.Anche la morale paga, magari non subito, ma alla lunga vince lei.

A presto per la seconda puntata sul MERITO.