I bambini piangono

I bambini piangono, di qua perché hanno fame dopo pranzo, di là perché muoiono di fame e sono senza pranzo.

I bambini piangono, di qua perché vogliono saltare la scuola, di là perché il loro compagnetto è saltato in aria.

I bambini piangono, di qua perché agognano l’ennesimo giocattolo, di là perché la palla di cartone si è distrutta e non ce n’è altro per rifabbricarla.

I bambini piangono, di qua perché non riescono a respirare per un brutto raffreddore, di là perché l’uomo imbecille ha distrutto i loro polmoni con armi chimiche.

I bambini piangono, di qua perché hanno litigato con il loro vicino di casa, di là perché hanno litigato con un amico ma non hanno avuto tempo di fare pace.

I bambini piangono, di qua chiamano la mamma che è nell’altra stanza, di là perché non hanno né più mamma né più stanza.

I bambini piangono, di qua smetteranno presto di farlo, di là chiuderanno gli occhi per non vedere più l’orrore.

 

Il Natale dell’anima

Siamo arrivati, puntuali. Natale con tutte le sue luci e i suoi regali, le musiche, le strade affollate. Tutto bello, tutto molto bello ma oggi decido di parlare di un altro Natale, quello che si vive dentro ognuno di noi, prendiamola come occasione per fare qualcosa che abbiamo rimandato, per fare bene e farsi del bene.
A Natale non siamo tutti più buoni, a Natale c’è chi percepisce una solitudine acutissima, più che ogni altro periodo dell’anno. C’è chi rifiuta di festeggiare, chi non può godere della visita dei propri parenti nemmeno nel giorno “più caldo” dell’anno, c’è chi non può permettersi una tavola imbandita mentre magari, nella casa accanto, nello stesso momento, si buttano tegli e teglie di cibo.
La povertà e la solitudine non spariscono all’improvviso, il 24 e il 25, si fanno forti, pungenti. Un solo antidoto, visto che politica e aridità del mondo non riescono a ridare speranza: la ricchezza dell’anima.

Due chiacchiere con il solito barbone, accucciato nella solita coperta in quel gradino lercio e freddo, possono avere un effetto “clamoroso”, sia su di lui sia su di voi. Valgono più di cento coperte, di quattro teglie di lasagne, di acqua e vino che, comunque, fanno sempre piacere. Calore umano, questo sconosciuto, non costa nulla in termini economici, costa tanto internamente, crea sconquasso, terrorizza. Stiamo riprendendo contatto con la nostra parte più vera, ci mostriamo deboli, fragili, non possiamo permettercelo!
Quanto siamo cretini noi uomini! Facciamo di tutto per procurarci dolore, un genitore anziano aspetta la nostra visita un anno intero e accampiamo una scusa, anche a Natale. Gli amici sono più fighi, tanto l’anno successivo avremo tempo per recuperare.

Non facciamo i conti col destino, con Dio, con la vita, con il tempo che passa. Non cogliamo l’attimo. Col barbone ci parlerò domani, tanto è sempre lì, a mia mamma dirò ti voglio bene lunedì, tanto la vedo ogni giorno, andrò da mio nipote in ospedale la prossima settimana, tanto ha così tante persone che lo vanno a trovare!
Non capiamo quali benefici porterebbe anicipare i tempi, vampate di calore purissimo, contatto con la nostra parte più umana, tacche di speranza regalate ai nostri interlocutori e un mondo migliore. Facciamolo tutti e, a scacchiera, condizioneremo i nostri vicini, i parenti, i popoli, le genti di tutto il mondo.

Natale è il momento migliore, per sentirsi meno soli, per smetterla di farci tutti del male.
Che sia un Natale dell’anima e calore porterà calore.

Auguri a tutti!!

I poveri di tasca e i poveri d’animo

Aumenta la povertà in Italia, più persone coinvolte,  storie drammatiche nella vita di tutti i giorni.
Sembrava un concetto confinato in un angolo, lontano da tutti, limitato, è diventato pane quotidiano, fenomeno con cui confrontarsi per assicurarcelo quel pane quotidiano.
Cambiano i governi e cambia l’Italia, peggiora, senza se e senza ma, senza destra e sinistra. La classe media è diventata la più bassa, c’è chi precipita, suo malgrado, nonostante ci si attacchi con le unghie e con i denti a quel poco che è rimasto. C’è chi la povertà se la sceglie e chi la subisce, nessuno e dico nessuno, può permettersi di criticare questo status. “Siamo un popolo di frignoni, non ci diamo da fare abbastanza”, ci dicono quelli che stanno con le chiappe ben salde su sedie comode, ci dicono quelli che soffrono di una povertà ben più grave: la povertà d’animo.

Essa si cura con iniezioni di denaro, nemmeno trovando un lavoro, colpisce chiunque, è più diffusa di quella economica, fa molto più male all’intera umanità. Il singolo soggetto la percepisce meno, non la sente nella vita di tutti i giorni, riesce ad andare avanti abbastanza tranquillamente, forse per qualche tempo, forse per l’intera vita.
Sta in uno sguardo altezzoso lanciato verso chi si sporca le mani con lavori umili, sta in un atteggiamento di chiusura verso migliaia di persone con pelli diverse, sta nella solita frase di scherno pronunciata dal bulletto del quartiere, sta nella sete illimitata di denaro di un imprenditore senza affetti.

Il povero di tasca è spesso ricco d’animo, ha poco, quasi niente, ma riesce comunque a condividere con chi è meno fortunato di lui.
Il ricco a nove zeri, tendenzialmente, non dorme la notte per arrivare ad accumulare patrimoni a dodici zeri. Non ha tempo per gli altri, non sa neanche di avere un’anima, quella, d’altronde, non porta alcun guadagno materiale. Poli opposti, affetti da povertà acuta, non categorie rigide, capita infatti che qualcuno inverta il percorso e faccia notizia, normale in un mondo adagiato su schemi ben definiti.

Dalla povertà di tasca, purtroppo, non sempre si può uscire attraverso i propri sforzi. Serve un Paese che incoraggi, delle istituzioni vicine e solidali, politici che ascoltino davvero i problemi della gente.
Dalla povertà d’animo si può uscire, solo con le proprie forze, solo innaffiando di belle intenzioni e azioni la propria interiorità, goccia a goccia.
I poveri d’animo hanno creato i poveri di tasche, “guarendo” i primi, risolleveremo il destino dei secondi.