Il “normale”, il disabile e l’idiota

Ho una visione tutta mia della disabilità e la vita di tutti i giorni e le esperienze nel volontariato non fanno altro che confermarla.
Come sempre, mi piace partire dalla definizione: la disabilità è la condizione di chi, in seguito a una o più menomazioni, ha una ridotta capacità d’interazione con l’ambiente sociale rispetto a ciò che è considerata la norma, pertanto è meno autonomo nello svolgere le attività quotidiane e spesso in condizioni di svantaggio nel partecipare alla vita sociale (Wikipedia).

Io non sono d’accordo su molte cose e vi spiego subito il perché.
Sono stato a contatto, diverse volte, con le persone disabili. Sindrome di down, difficoltà motorie, autismo, ritardi mentali di vario tipo e altre tipologie. Ho notato un’incredibile sensibilità e una capacità unica di manifestare i propri sentimenti, accompagnate da una semplicità dei gesti e un amore spesso incondizionato.
“La ridotta capacità d’interazione rispetto a ciò che è considerata la norma”. Ma appunto qual è questa benedetta norma? L’aggressione di Olbia, col 27 enne Bachisio Angius, protagonista di un’aggressione ai danni di Luca Isoni, un 37 enne di Olbia con disabilità psichica, è solo l’ultimo episodio dell’escalation della follia.

Il ragazzo “normale” ha chiesto scusa con riserva, giustificandosi, dicendo che non sapeva di avere a che fare con un disabile e sostenendo di essere stato provocato. Dichiarazioni di circostanza per preparare un’eventuale difesa.
Il ragazzo con disabilità, spesso e volentieri, ti chiede scusa a prescindere, anche per un’inezia, perché non possiede filtri che limitino i suoi sentimenti: o troppo o troppo poco, ma senza alcun ragionamento di convenienza

L’uomo “nella norma”, riprende un altro uomo che picchia una persona “non nella norma”. Non dice nulla, spesso aizza l’amico, arringa la folla. Sorrisi ebeti, compiacimento e subito a postare i video sui social network.
L’uomo disabile non solo prova a giustificare l’uomo “normale”, dicendo di essere caduto dalla moto, ma non reagisce nemmeno, non vale la pena di fare le fine delle bestie.
Sfodera i suoi sentimenti, ti conquista con un sorriso, con un fiore raccolto in un giardino. Dagli in mano un cellulare degli anni 90′, altro che smartphone da 1000 euro, sarà il dono più prezioso che potrai fargli.

Che bello essere “fuori dalla norma” in un mondo così brutto!
E se provassimo noi ad entrare nel loro bellissimo mondo senza trincerarci dietro giustificazioni del tipo “sono persone difficili, disturbate, non capiscono”.
Per me invece, hanno davvero capito tutto, esprimono sensibilità allo stato puro mentre noi siamo incapaci di rapportarci al loro modo di essere. Convivono con le difficoltà di tutti i giorni ma non passano ore a lamentarsi come noi “normali”. La verità è che siamo spaventati dalla loro assenza di filtri e dalla loro scintillante sensibilità.
Non diamo la colpa a loro se non riusciamo ad immedesimarci nelle loro vite e nelle loro esigenze.
Ci sono le persone cosiddette “normali”, i disabili e poi ci sono gli idioti, non è una forma di disabilità riconosciuta ma è molto più grave, puoi addirittura arrivare a picchiare un disabile per poi condividere il video su Facebook.

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L’egoista, l’altruista e l’altruista egoista

Il titolo come uno scioglilingua. Tre le categorie di questo post di oggi, un campione che copre praticamente tutti i possibili modelli. Vi collocherete in una di questi grandi ordini, penserete di averne conosciuti tanti, ci sarà comunque un unico filo conduttore a legarli: la sensibilità. A volte presente eccessivamente, a volte assente, talvolta utilizzata per arrivare ad uno scopo.

L’egoista

Chi persegue solo il proprio benessere, il proprio vantaggio, senza curarsi degli altri.
Basta la definizione per racchiudere un modo di essere. Elemento caratteristico della persona egoista è l’indifferenza, simbologia più idonea per identificarla un caterpillar, dritto per la sua strada, macina tutto e tutti. L’egoista arriva probabilmente prima al suo scopo, quello di possedere ricchezze materiali, raggiungerà rapidamente il posto di lavoro che desidera, esprimerà potenza, scenderà a compromessi e non guarderà in faccia nessuno.
Talvolta, nel buio della sua stanza, soffre, entra in contatto con la sensibilità che è costretto a zittire durante tutto il giorno ma non necessariamente fa i conti con la propria coscienza.
Egoisti si nasce, si soffre meno, per certi versi è una condizione auspicabile per l’essere come singolo ma è uno status totalmente improduttivo per l’insieme.
Un gruppo di egoisti non aiuta la società ma la ostacola.

L’altruista

La definizione di altruismo: “Amore verso il prossimo, disponibilità ad aiutare gli altri”.
L’egoista ama troppo se stesso o passa una vita intera a cercare di amarsi, l’altruista è colui il quale ama il prossimo, spesso prima e più di se stesso.
Nella mia esperienza personale e nelle persone che ho conosciuto ho notato spesso che tali aspetti sono intrecciati, quasi indissolubili. C’è chi passa una vita intera a pensare al bene del prossimo e riesce a trovare un equilibrio anche con se stesso e chi invece è totalmente dedito agli altri. L’altruista si ferma ad ascoltare, non giudica ma aiuta, guarda al complesso, alla società, al benessere collettivo. Il poco che ha in più lo regala, il tempo a disposizione lo dedica a migliorare una situazione, una vita, un luogo. Tende la mano, rifugge l’indifferenza, è spesso criticato, perché il bene spaventa più del male.
La vita dell’altruista non è tutta rose e fiori. Soffre, vuole dare senza ricevere ma non riesce a capacitarsi dell’indifferenza altrui. Riceve porte in faccia, fa i conti con se stesso e con il tempo non dedicatosi ma il suo specchio è lindo, proprio come la sua anima.
Una persona che ha una sano egoismo può essere altruista, quest’ultimo non può essere egoista, anche se ci prova, sovente, con scarsi risultati.

L’altruista egoista

Essendo un ibrido non abbiamo una definizione. La categoria è strana, contraddittoria.
Parliamo di una persona con una scarsa autostima, un soggetto che non si vuole bene, non aiuta se stesso, a volte si odia, si disprezza. Trova come ultimo appiglio della vita quello di fare del bene agli altri, pensa che di riflesso possa fare del bene anche a se stesso.
Moralmente è un gradino sopra l’egoista perché comunque aiuta il prossimo ma di fatto tira acqua solo al proprio mulino, vuole dare per ricevere un’inizione di fiducia per se stesso.
Non capisce che stare bene con se stessi è il primo passo per stare benecon gli altri, rimanda solo il problema mascherandolo dietro intenzioni comunque nobili.
Altra sottocategoria, ben più da condannare, l’altruista per facciata, quello che si riempie la bocca di buone intenzioni, che magari dona anche, tempo o oggetti, ma lo fa solo per popolarità e immagine. Non invita il prossimo a seguire il suo esempio ma vuole qualcuno che esalti il suo egoismo, che gli dica quanto è stato nobile il suo gesto e che bella persona sia.

Ancora convinto che l’altruismo paghi, alla lunga e senza troppe aspettative, magari in un’altra vita.

Hai presente un bambino?

Hai presente un bambino? Di quelli che corrono felici sui prati, instancabile, fino al calare della notte.
Hai presente un adulto? Lui si stanca subito, si lamenta se non c’è il sole, fino al calare della notte.

Hai presente un bambino? Di quelli che guardi per ore, in una culla, beato tra le braccia di Morfeo, il visino liscio e rilassato, la felicità racchiusa in un corpicino di pochi chili.
Hai presente un adulto? La faccia sempre corrugata, i lineamenti tesi, anche quando dorme, non riesce più a godere della sua serenità.

Hai presente un bambino? Di quelli che con pochi oggetti inventano la storia più fantasiosa del mondo, la mente verso altri lidi, oltre le bruttezze di questo mondo. Il sorriso sempre in bocca, in qualsiasi circostanza, soddisfatto con il suo unico gioco tra le mani.
Hai presente un adulto? Di quelli che passano una vita intera ad accumulare ricchezze e ad arrivare in cima e poi, una volta giunti al traguardo, con tanta roba tra le mani,si sentono più infelici di prima.

Hai presente un bambino? Di quelli che litigano per una sciocchezza e fanno pace subito dopo, più amici di prima.
Hai presente un adulto? Una parola di troppo, una frase intesa male e anni di silenzio e indifferenza, per orgoglio nessuno farà mai un passo verso l’altro.

Hai presente un bambino? Di quelli che non si vergognano a tirare fuori i propri sentimenti, un “ti voglio bene mamma” che scioglie anche i cuori congelati.
Hai presente un adulto? Si logora dentro, “glielo dico o non glielo dico?”, rimugina a lungo fino a quando prende una decisione. Ma a volte è troppo tardi.

Hai presente un bambino? Di quelli che non hanno bisogno di indossare maschere, sempre se stessi, nel bene o nel male, conta l’attimo, il presente, la vita.
Hai presente un adulto? Si alza la mattina e sceglie che maschera indossare, si deve adattare all’ambiente circostante, deve rispondere alle richieste degli altri e mai ai suoi bisogni interiori. Per lui conta sempre tanto il passato ed ha una grande angoscia per il futuro.

La verità è una scelta

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Travagliato, lungo, complesso, discontinuo, questo il cammino che finalmente mi ha condotto alla scrittura di questo primo post nel MIO blog. La sensibilità non è un reato perché? Come mai un titolo così stravagante e, per molti, campato in aria? La risposta può essere anticipata solo parzialmente, perché la vera risposta spero di fornirvela progressivamente, affrontando di volta in volta, tematiche in cui uscirà la vera protagonista di questo diario: la sensibilità.
Il tutto senza filtri perchè è vero che essere sensibili può rappresentare un problema in questa società dell’arrivismo ma ritengo, nonostante batoste e intoppi vari, che sia una caratteristica bellissima, l’unico modo per essere veri e per sentirsi vivi, una miniera di emozioni nella lunga altalena tra gioie e dolori.
Questo vuole essere un esperimento, senza presunzione, per veicolare messaggi positivi che, di questi tempi, fanno sempre bene. Ci saranno molti riferimenti al volontariato, agli ambienti dove la sensibilità è di casa, alle vere ragioni per cui vale la pena vivere.

Che sia chiaro: la sensibilità non è un reato ma non è neanche facile da sostenere, quante volte infatti ci siamo trovati in situazioni in cui abbiamo sofferto il doppio, magari per qualcosa che non ci ha nemmeno toccato in prima persona, quante altre ci siamo fermati a rimuginare sul problema di quell’amico o di quel parente? Ecco, di sicuro non è la strada per vivere un’esistenza “easy” ma certamente è il modo più efficace per sentirsi vivi e partecipi in questo mondo. Vi è capitato mai di pensare: “Che ci sto a fare in questo mondo” o di avere la sensazione di dover per forza lasciare anche una piccola impronta in questa vita? Io credo che non ci voglia per forza il piede di Messi o la penna di Stephen King per lasciare una traccia di quello che noi siamo, credo che la vera sfida sia quella di essere se stessi, senza maschere pirandelliane, senza alcun condizionamento, anche quando questo ci porta impopolarità e sofferenza.

Avete presente la splendida innocenza di un bambino? Se dovessi rendere persona la sensibilità penserei proprio al volto dei piccoli, al loro essere sempre coerenti con la loro personalità, non inquinati da tutto ciò che, volente o nolente, li coinvolgerà successivamente. Ci sono bambini che vivono un’infanzia terribile, altri si spengono dopo qualche giorno, altri fanno una brutta fine. Al di là delle implicazioni psicologiche, di cui so poco o niente, ho sempre pensato che le atrocità più grosse, commese nei loro confronti, siano dovute ad uno dei sentimenti più meschini della nostra umanità: l’invidia.
Invidia per la purezza, per il riuscire ad essere se stessi in ogni momento, per la spontaneità, per il riflesso di vita che sprigionano in ogni loro movimento.
Non a caso cerco di stare spesso a contatto con i bambini, non può che far bene a tutti noi “grandi” sempre più desensibilizzati verso ogni cosa. Proprio qua sta il paradosso: ci chiamiamo grandi ma la vera grandezza sta nel saper vivere coerentemente con la propria essenza e, alzi la mano chi ci riesce con continuità (io non la alzo, ahimè).

Mi sono promesso di scrivere poco (mi hanno sempre rimproverato per il contrario), la volontà è quella di recuperare il mio essere, di mostrare la mia persona finalmente per come voglio che sia io e non per come vogliono che sia gli altri, se poi questo scavare nella società e mettere in luce dinamiche belle e soprattutto vere può essere utile anche agli altri sarà tutto di guadagnato. D’altronde solo trasferendo tramite la scrittura ciò che sei puoi pensare veramente di trasmettere qualcosa agli altri.

La sensibilità non è per i veri uomini, vanno avanti i più furbi, piangere è da bambini, dobbiamo essere caterpillar verso il successo e robe varie rimangono fuori dalla porta, d’altronde non mi sembra che la società dell’arrivismo stia poi procedendo a gonfie vele, no?