E’ più facile amare con il cuore degli altri

Si nasce con un solo cuore. Batte, all’inizio forte, da bambini ci si sorprende per tutto, un battito continuo, si ama la vita, il mondo appare come una meravigliosa tavolozza piena di colori. Amiamo alla follia i nostri genitori, i nostri amici, l’altalena al parco, le serate davanti ai cartoni animati, il cuore ride insieme alla bocca.

Cresciamo, arrivano i condizionamenti, l’immagine dell’uomo che non deve dimostrarsi debole, che non deve piangere, caterpillar del successo, inflessibile. I sentimenti ci sono ancora, forse un po’ meno puri. Abbiamo preso delle botte anche al cuore vero, è ammaccato, ma proviamo ancora tanto amore verso quello che ci circonda.

Cominciamo ad amare con il cuore degli altri. Ci emozioniamo davanti ad un film, viviamo l’amore dei protagonisti ma facciamo fatica a sentire il nostro battito.
I bambini sono il nostro toccasana, la loro voglia di stupirsi per qualsiasi cosa è linfa vitale, viviamo nei loro occhi e con le loro emozioni. Vediamo la ragazza che ci piace ma non ci esponiamo, vorremmo urlare un “Ti amo” la cui eco non finisca mai, ma “Sua Maestà” società ci vuole duri e stiamo zitti.

Adoriamo un amico, ma dire un “Ti voglio bene” dopo 30 anni è proibito da chissà quale legge. Eppure facciamo un applauso ideale all’eroe del nostro libro che trova il coraggio di manifestare il suo affetto.

Amare con gli occhi degli altri, amare con il cuore degli altri, tutto bello, ma a volte lo facciamo per non mettere in moto il nostro organo più nobile.

Bambini e animali possono essere i nostri maestri di vita, in fondo lasciarsi andare è sempre la scelta migliore.

Il treno più veloce si chiama vita

C’è un treno colorato, un arcobaleno che sfreccia, è il treno dei sentimenti, ogni vagone è un “ti voglio bene” da dire, un “ti amo” da urlare. Non va poi così tanto veloce, ma crediamo di poterlo afferrare in qualsiasi momento. Prima o poi accelera, mentre quelle stesse parole rimangono in gola.

C’è un treno pieno di disegni, segue un percorso tutto suo, dritto fino ad un certo punto e poi sterza e controsterza. Il treno del talento passa più volte alla stessa fermata ma non sai mai a che ora. La tua pancia ti dice prendilo, la tua mente ti dice che ancora c’è tempo, che per il talento non c’è spazio e che un noioso lavoro di ufficio comunque ti consegna uno stipendio da portare a casa.

C’è il treno della burocrazia e delle complicazioni. Da Adamo ed Eva, una foglia di fico e un giardino pieno di meraviglie ha seguito un percorso arzigogolato e ricco di insidie. Il capostazione è il Dio denaro, il conducente non riesce più a guidarlo, perso come è tra le lungaggini di questo Paese.

C’è un treno chiamato vita. Va a velocità sostenuta, attraversa gallerie buie e gallerie illuminate, a volte deraglia, altre volte sbanda, ma si rimette subito in carreggiata.
Crediamo di avere un biglietto illimitato, che ci basti un passo per saltare su, ma intanto si allontana.

La vita è qui ed ora ed è il treno più veloce che ci sia.

Quanto è difficile dire “Ti voglio bene”?

“Ti voglio bene” o Tvb detto via sms, era tutto facile un tempo, quando si era piccoli, quando tutto ruotava intorno al gioco e al sentimento, quando non conoscevamo ancora la società, le sue contraddizioni, la sua manona conformista che lascia scampo.
Dire un “Ti voglio bene” a 3-4 anni è naturale, una frase che nasce spontanea. Vogliamo bene ai nostri genitori, ai nostri amici, agli zii, alle maestre e lo manifestiamo senza vergogna, anzi ci sembra quasi un peccato trattenerci, d’altronde il nostro interlocutore, dopo un “Ti voglio bene” ci si avvicina ridendo, ci abbraccia o ci bacia e quale cosa migliore può attenderci?

Cresciamo, senza che qualcuno ci abbia chiesto il permesso. Arriviamo in una fase dove vorremmo diventare grandi, guardiamo tutto affascinati, a bocca aperta, perché noi piccoli molte cose “da grandi” non le possiamo fare. Diventiamo effettivamente grandi, facciamo quelle cose che da piccoli non potevamo fare, ma tutto ci viene più difficile. Vogliamo bene alle persone, ci verrebbe da dirlo almeno 15 volte al giorno ma ci tratteniamo, perché “Sua Maesta Società” ci impone il silenzio, i veri uomini sono tutti d’un pezzo, non si lasciano andare a espressioni del genere, d’altronde tutto è scontato, consolidato e quelle paroline ormai non servono più.

Facciamo i conti però col tempo che passa, ci promettiamo domani di dire un “Ti voglio bene” ad una persona cara, poi rimandiamo, ogni giorno, fino a che quell’espressione magica non la possiamo dire più. Ma non era una cosa scontata? E allora perché ci mangiamo le mani per non aver “osato” qualcosa di naturale?
Purtroppo ci sentiamo immortali, crediamo di avere tutto il tempo di questo mondo a disposizione, mettiamo la società al primo posto trascurando noi stessi, le nostre pulsioni e le nostre emozioni.

Siamo grandi ma non ci abbiamo capito niente. Invecchiando torniamo piccoli, nei nostri rimpianti per le cose che non abbiamo fatto e detto, sacrificate sull’altare del “si deve fare così”. “Carpe diem” non è un’espressione che si addice a noi immortali, poi ci salviamo la vita per miracolo e capiamo che siamo birilli nelle mani di qualcuno più importante e grande.

Quanto è difficile dire “Ti voglio bene”?

L’ignoranza dei sentimenti

Siamo ignoranti, ce lo dicono i numeri, le classifiche, i media. Gli italiani si piazzano in basso, grande livello di analfabetismo, pochissime persone che leggono, poco interesse verso la cultura in generale.
Ci fanno la morale, ci sono titoloni sui giornali, articoli su riviste e siti web, ogni anno è sempre la stessa storia, allarmismo fine a se stesso, poi cambia il giorno, scema il clamore e nessuno fa niente concretamente per cercare di migliorare la situazione.

Vero, nessuno lo può negare, siamo un popolo ignorante e dobbiamo fare qualcosa per alzare il livello, per noi e per i nostri figli, ma qualcuno ci ha mai detto che siamo un popolo estremamente sensibile? I sapientoni dei sondaggi, l’Europa che ci bacchetta per qualsiasi cosa, ha mai provato a fare una classifica della sensibilità di un popolo? No? Forse perché non conviene agli amici tedeschi che sembrano tutto fuorché sensibili? Forse perché non uscirebbe una bella immagine dei cugini francesi, troppo snob per mostrare i loro veri sentimenti?
Non ho una risposta sicura, probabilmente i due popoli sopra citati si rivelerebbero grosse sorprese in questi termini, ma vi faccio e mi faccio una domanda, ad un popolo serve più la cultura o la sensibilità? Dopo un terremoto, con persone al gelo e senza casa, nelle emergenze in generale, serve più una frase di D’Annunzio o sostegno e parole di conforto?

Parliamo di media nazionale anche qua, ovvio che poi ci siano persone sensibili che si spoglierebbero dei propri vestiti per darli al prossimo in difficoltà e persone che si voltano semplicemente dall’altra parte, ne trovate dell’uno e dell’altro tipo nel vostro condominio, nel vostro quartiere, nelle vostre città. Certamente conoscerete persone che non azzeccano un congiuntivo ma anche persone che non smettono di stupirvi con le loro conoscenze. Un mix sarebbe l’ideale per la salute e la reputazione di un popolo ma perché non si parla poi così tanto spesso del cuore degli italiani e delle loro risposte concrete alle emergenze?

Vi dirò una cosa, che forse vi farà rabbrividire: ignoranza e sentimenti si sposano benissimo, forse è il connubio migliore. I sentimenti seguono infatti una logica? Sono prevedibili? Li possiamo descrivere in un dizionario e aspettarci che si manifestino sempre nello stesso modo? Ignoriamo i sentimenti, ci possono travolgere come tornado o presentarsi in forma velata, sì, possiamo dare una definizione astratta di amore ma esso si sprigiona in mille varianti differenti.
Ignoranza è anche purezza e i sentimenti sono incontaminati per antonomasia.

Dunque siamo ignoranti, leggiamo poco e dobbiamo necessariamente fare di più per non ridurci ad un gregge di pecore, però diteci anche che siamo sensibili e che abbiamo un cuore d’oro. Sia ben chiaro, parliamo di noi cittadini, non fate caso alla politica, solo noi, tra di noi, sappiamo affrontare le emergenze. Da fratelli, da italiani.

Il terremoto delle abitudini e dei sentimenti

Si avvicina dicembre, il termometro scende sempre più e non sappiamo cosa fare per combattere questo freddo. C’è stato anche un terremoto nelle temperature, a quanto sembra. I vestiti pesanti sono pochi: quelli che siamo riusciti a racimolare in quel che resta della casa, quelli che sono arrivati grazie ai camion degli aiuti. Le coperte sembrano non bastare mai. Abbiamo una stufetta piccola, deve riscaldare tutte e quattro.Io sono un uomo adulto, preferisco che a godere di quel poco di calore siano i miei due figli e mia moglie. E dire che mi piaceva il freddo, quando stavamo a casa, la nostra casa, aspettavo con impazienza dicembre, la neve, l’albero da montare e poi addobbare, al calduccio del camino o con i termosifoni accesi. Scendeva la temperatura? Nessun problema, partivano i riscaldamenti e ce n’era per tutti.

Il terremoto ha sconvolto le nostre abitudini, ha dato uno scossone ai nostri sentimenti. Sì, siamo fortunati, siamo vivi noi, a piangere qualche amico che se ne è andato, a consolare la vicina di container che ha perso un figlio, noi il calore lo produciamo in casa, col nostro affetto reciproco. Avevo dato tutto per scontato nella vita, credevo fosse tutto normale: una casa che credevo robusta, una moglie fedele, due figli pieni di sogni e di problemi tipici dell’adolescenza. C’era spazio per tutti, adesso dobbiamo limitare ogni movimento e c’è un bagno solo. Ho rivalutato ogni forma di sentimento: l’amore nei confronti dei miei familiari, l’amicizia e la solidarietà che si è creata in questa nuova “città dei container”, la generosità dei volontari che aiutano giorno dopo giorno.

Le abitudini che c’erano prima non possono esserci più, a cominciare dal cibo: la colazione ricca del mattino, i pranzi della domenica con la tavola piena di gente, l’accumulo di pentole della domenica pomeriggio. Adesso c’è una colazione frugale perché qui nessuno lavora, il pranzo è spesso comune ma non si va oltre una pentola sul fuoco, le tavolate all’aperto sono un ricordo di quando la temperatura era meno rigida.
Adesso tremo per il freddo ma anche al pensiero per un futuro che forse non ci sarà mai, tra promesse del Governo e la terra che ancora, ogni tanto, ci scuote. Quando incrocio il sorriso di mio figlio, che mi parla della sua nuova fidanzatina mi passa tutto, dimentico il gelo, mi scaldo. E pazienza che non posso più permettermi quelle lunghe docce calde o non posso più fare l’amore con mia moglie, come prima, nella nostra stanza, siamo ancora noi quattro, al freddo al gelo ma una vera famiglia.