Chi cura la malattia dello Stato?

Malato, grave e non sembra esserci cura. Un paziente di lungo corso, affezionato alla sua malattia, non sembra particolarmente preoccupato.

Si chiama Stato, è “stato” forse sano, in tempi lontani, difficili da ricordare.

Se sei fortunato riesci a non farti contagiare ma restare lontano dalle sue maglie non sempre dipende da te. La sua malattia non ha sempre lo stesso nome, si manifesta in varie forme, tendenzialmente sempre parecchio fastidiose.

Burocrazia ti annienta con la sua lentezza, corruzione ti marchia nel profondo, pigrizia ti lascia con la bocca aperta. E ancora disoccupazione essicca le radici, discriminazione uccide il confronto, malasanità atterrisce uno dei diritti più importanti dell’uomo.

Stai lontano dal malato, tieniti a distanza, ti potrebbero dire! Peccato che tu debba vivere dentro il malato, respirare la sua stessa aria, piegarti al suo malfunzionamento.

Magari ti ha contagiato, ti ha reso povero e per questo non potrai curarti come si deve. Magari invece non controlla il corretto funzionamento del mercato e ti costringe ad ipotecare la casa per raggiungere in aereo i tuoi cari.

Ci sono malattie e malattie, alcune sono curabili e altre sono incurabili. La malattia dello Stato appartiene alla prima categoria ma non si trovano medici capaci di affrontarla, pazienti nell’adottare strategie conosciute e consolidate. Non ci sono professionisti disposti a guardare prima del proprio portafoglio all’interesse degli altri.

Auguriamoci di non ammalarci, auguriamoci di essere fortunati, auguriamoci di svegliarci un giorno in uno Stato che ci abbracci con i suoi servizi efficienti.

La mafia nella vita di tutti i giorni

La mafia è un “sistema di potere” fondato sul consenso e sul controllo sociale della popolazione. Intimidazione, assoggettamento e omertà sono i principali concetti che ruotano intorno ad essa. Molteplici sfaccettature di un fenomeno che si manifesta non sono nell’eclatante e nel tragico, ma nella vita di tutti i giorni perché la mafia è con noi, in tutti i luoghi e potenzialmente in ogni persona.
Mafia è spietatezza, uomini saltati in aria come birilli, sete di potere, boss irraggiungibili, serie tv ma c’è un’altra faccia, meno roboante e forse ancora più grave, un germe che si è insinuato pian piano nella gente, che si manifesta negli atteggiamenti, nel modo di vivere e che rappresenta un’eco fastidiosa e intollerabile per un sistema che dovrebbee essere solo confinato.

Il vivere mafioso raggiunge i suoi apici nel magico mondo dei parcheggi, chissà perchè.
In certe zone d’Italia è assolutamente naturale versare nelle mani di omini sempre belli pienotti ( e vorrei vedere con tutti quegli spiccioli esentasse) un piccolo pizzo in monete. Piccolo nel senso che si tratta di una monetina, ma 1 euro sono 2.000 lire e a volte i più audaci te ne chiedono di più. Se non hai a disposizione i soldi poco male, il posteggiatore abusivo ti aspetterà o addirittura, cuore nobile, ti scambierà i contatti.
Che poi tu, in questo modo, stai facendo una sorta di concorso in associazione mafiosa poco importa, la macchina sarà intatta al tuo ritorno. Tanto i vigili sanno tutto, il più delle volte scambiano quattro chiacchiere in allegria con il “professionista” di turno.E non è tutto. Quando metti la macchina in mezzo alla strada, in doppia fila o col posteriori che esce abbondantemente (perché fa figo), vuoi in qualche modo impedire il regolare svolgimento delle cose, sei sulla strada giusta, ti stai comportando da mafioso.

Mafia è anche ingegno e originalità. Trovi sempre il modo di scavalcare la fila con classe, alla posta o al supermercato. Trovi sempre le scorciatoie migliori per non aspettare le lungaggini della burocrazia. Sei troppo avanti per farlo, anzi quando vedi una persona rispettare la legge quasi la deridi: “Uno sfigato che non ha capito niente dalla vita”.

Mafia è girarsi dall’altra parte davanti ad una persona che ha bisogno del tuo aiuto. Il tuo tempo è troppo prezioso, stai agendo bene, sei indifferente e omertoso, quindi mafioso.

Mafia è non muovere un dito quando hai il culo ben poggiato sulla sedia, in un ufficio pubblico. Ti ha messo lì tuo padre (perché la raccomandazione è necessaria per l’onorabilità della famiglia), a volte non ti rechi nemmeno in ufficio perché il tuo collega (forse più mafioso di te) timbra il tuo cartellino e quello di altri 28 dipendenti.
D’altronde quando quelli che ti devono rappresentare, i politici, sono tra i primi fruitori del fare mafioso, ti senti di aver imboccato la giusta strada.

Mafia è sciacallaggio. Le catastrofi naturali sono terreno fertile per mangiarci il più possibile. Caterpillar assetati di denaro radono al suolo ogni sentimento, “the mafia must go on“.

Mafia sono anche le vecchie generazioni che hanno pensato ad arraffare quanto più possibile senza pensare che comunque, il mondo, doveva andare avanti ancora qualche millennio.
Prendo il più possibile, chi se ne frega di figli, nipoti e generazioni future. In qualche modo si arrangeranno”.

Così, quando un bambino ci chiederà che cosa è mafia, per onestà intellettuale dovremo indicargli tanto i bagni di sangue quanto il modus operandi nella vita di tutti i giorni.
Se poi, nelle scuole, dove già si fatica ad inserire nei libri di storia le stragi mafiose degli ultimi decenni, si insegnasse un po’ di educazione civica per far capire ciò che giusto e ciò che non è giusto magari potemmo porre rimedio prima che sia troppo tardi.

Anche se forse lo è, quando senti dire a quello stesso bambino: “Mio padre dà un euro al posteggiatore e quindi è giusto così. Mio padre ha raccomandato mio fratello, vuol dire che si può fare”. A pensarci, un ragionamento che non fa una piega.

Immagina che non sia Stato

Immagina un uomo, tre figli, un lavoro che non lo soddisfa ma che gli consente di galleggiare. Ha studiato, ha sudato, ha scalato posizioni, ad un certo punto si è dovuto fermare. Non si è voluto arrendere al compromesso, la sua coscienza lo avrebbe divorato. Ben che vada lo Stato gli riconoscerà una pensione misera, mentre la banca non lo molla affatto: ha ancora un bel mutuo da pagare.

Immagina un uomo, imprenditore, ligio al suo dovere. Gli hanno chiesto il pizzo, non una ma dieci volte. Si è ribellato, ha denunciato, ha rietenuto fosse più importante guardarsi allo specchio a petto in fuori ogni mattina. Ha fatto il suo dovere, dovrebbe vivere tutelato e con tutte le protezioni del caso, garanzia minime di ogni Stato di diritto. Lo hanno abbandonato, giusto il tempo di farsi belli con operazioni di Polizia e encomi al questore, d’altronde una volta passata la bufera restano problemi suoi.

Immagina una donna, picchiata e soggiogata dal suo uomo. Ha paura persino della sua ombra, figuriamoci di denunciare. Un giorno decide di riprendere in mano la sua vita, denuncia il suo aguzzino e chiede tutela allo Stato. La macchina burocratica è lenta, la donna torna a casa, ad attenderla un marito e un coltello. Lo Stato partecipa ai suoi funerali, uomini eleganti e lacrime di circostanza, fino alla morte successiva, per gli stessi motivi.

Immagina un giovane ragazzo, ha studiato una vita, ha cambiato diverse città, si è sempre dato da fare, ricoprendo anche ruoli modesti pur di poter sbarcare il lunario. Si trova a 30 anni, nel Paese con uno dei più alti tassi di disoccupazione giovanile. Fa fatica a trovare un lavoro qualsiasi, non avrà mai la pensione. Accende il televisore e sente del solito scambio di mazzette tra politici, è costretto a spegnere, indignato e rassegnato, deve andare a distribuire volantini, nella mente le parole legalità e dignità, nel portafogli 50 euro che gli devono bastare per una settimana. Lo Stato si è dimenticato di lui. Il suo amico ricercatore è dovuto andare via, con il cuore piccolo e una nostalgia che non lo risparmia ancora, a distanza di anni.

Immagina un imprenditore che punta sui giovani, un esempio da seguire, virtuoso, un bell’ambiente in cui si respira aria di speranza. L’impresa esegue x lavori per lo Stato, ma i pagamenti ritardano, probabilmente non verranno mai fatti. I buoni propositi devono cedere il passo alla crisi, lo Stato si ripresenta, fiera sanguisuga, con Equitalia e il cappio al collo di cartelle esattoriali non pagate. Nascosto nel momento del bisogno, esce fuori prepotente quando c’è della carne da spolpare o quantomeno ciò che rimane.

Immagina poi una via importante di una grande città. Diversi clochard dormono appoggiati alle pareti. Lo Stato si è dimenticato di loro. A portare il cibo, ogni sera, un’associazione di volontariato, la stessa che gli fornisce coperte e prova a venire incontro ad ogni loro esigenza.
Sopra le loro teste gli uffici della Regione dove la macchina statale ordisce losche trame.

Immagina che tutto questo non sia vero o preparati a soffrire perché di giusto, in questo Paese, c’è poco e niente.