Vivere per lavorare o lavorare per vivere?

Doppia domanda, siamo sicuri sia solo una provocazione?

Lavoriamo per vivere, è un dato di fatto, senza la nostra opera non si porta il pane in tavola a meno di clamorose vincite al Superenalotto. Ci alziamo la mattina, facciamo il nostro dovere, che ci piaccia o no dobbiamo metterci in moto per noi e per la nostra famiglia. Ma cosa dire invece della prima parte della frase? Siamo sicuri che abbia solo accezione negativa?

Vivere per lavorare, ci dicono no, devi salvaguardare te stesso, il lavoro non può essere l’unico scopo della tua vita, ci sono altre cose durante la giornata, la famiglia, lo sport, il tempo libero, il volontariato, la tua parte umana che reclama spazio. Giusto, giustissimo, prima di diventare palline di questo flipper impazzito pensiamoci bene, focalizziamoci sulla parola equilibrio e tiriamoci fuori. Se entri nel gioco è difficilissimo uscirne, entri giocando e non riesci a uscire neanche per grazia divina (a meno che la grazia divina non sia restarci secco e passare a miglior vita).

Vivere per lavorare e se lo intendessimo vivere per trovare la propria dimensione anche all’interno del nostro lavoro? Un’occupazione che ci piace, che soddisfi la nostra missione di vita, che sia consona ai nostri studi, alle nostre qualità, alle nostre inclinazioni. Non è forse giusto che ciascuno di noi cerchi la propria strada visto che passa gran parte della propria giornata, volente o nolente, lavorando?

Un lusso sì, trovare la propria dimensione nel lavoro ma lo dobbiamo a noi stessi, ce lo deve il mondo, perché gli ingranaggi comincerebbero a funzionare meravigliosamente. Ci si accontenta, a volte ci si deve accontentare, c’è una famiglia, ci sono delle priorità, ci sono i sentimenti che devono occupare gran parte del nostro tempo, reclamano spazio, all’ultimo giro della ruota rimarranno quelli, non il nostro lavoro.

Proviamo comunque a vivere per trovare un nostro spazio anche nel mondo del lavoro, ce lo meritiamo, tutti!

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