Una terra che fa incazzare

Sono incazzato con la mia terra, sì, proprio lei, mare, sole, natura, bellezza, ma quanto spreco! Sono incazzato con lei, non ne posso più di continui saliscendi di emozioni.

Ho dovuto dare l’arrivederci, ancora una volta, addio no, ho troppe cose lasciate indietro e soprattutto troppe persone che mi aspettano lì. Frequento l’università, il mio corso di laurea solo in un’altra città, qui non c’è e non pensate che sia qualcosa di complicato o stravagante, semplicemente la mia terra ha deciso di farmi fuori!

Ho dovuto lasciare famiglia, ragazza, amici e cane, non ho potuto scegliere, ho il diritto di sognare, di provarci, di costruirmi una carriera. Ho pianto tanto, ancora piangerò, è sempre difficile, risali sempre con un pezzo in meno ma non ti senti mai più leggero.

La mia terra mi fa piangere, mi sbatte le porte in faccia, mi fa incazzare giorno dopo giorno, quando ritorno è un continuo sangue che ribolle, bella e stronza, come tante ragazze incontrate nel mio cammino.

La mia terra mi fa incazzare ma mi manca, anche se non merita la mia malinconia, è un rapporto unilaterale, mi prende a cazzotti in faccia continuamente.

La mia terra mi costringe a scegliere, non posso avere affetti e lavoro, amore e studio, devo scegliere con chi stare, eppure vivo in una Regione di una Nazione che chiamano “industrializzata”.

La mia terra mi metta alla prova, spalle al muro, io e i miei limiti, lontano da tutto, guardo in faccia i miei sogni e provo a crescere sconfiggendo le mie paure.

La mia terra dovrebbe accogliermi, cullarmi, coccolarmi, sono un suo “prodotto”. Si è dimenticata di me ma io non la dimentico. Tornerò da quella “stronza”, mi ha tolto tanto ma non mi toglierà mai il diritto di sognare.

Tornerò, devo fare qualcosa per lei, devo aiutarla, si deve risollevare! Staremo bene insieme, io, lei e gli amori della mia vita!

Annunci

Il malato ricco e il malato povero

A. Tutto all’improvviso, una fitta al cuore, mi sentivo morire, le ultime forze per comporre il numero di mio figlio, poi non ho capito più niente, una corsa matta con la macchina verso la clinica più vicina. Era infarto, posso ancora raccontarlo.

B. Non ho avuto il tempo di rendermi conto, è successo tutto in fretta, una chiamata a mio figlio mentre mi sentivo soffocare, la corsa in ospedale, mi hanno lasciato su una barella, non so quanto ho aspettato. Mi hanno operato, era infarto ma posso ancora raccontarlo.

A. Il peggio sembra ormai passato ma ancora sono ammaccato. Sono nella mia stanza, da solo, in una clinica d’eccellenza. Pago, ho messo i soldi da parte anche per queste evenienze. I miei parenti vengono quando voglio, la tv a schermo piatto a farmi compagnia.

B. Il peggio sembrava passato ma evidentemente l’incubo doveva cominciare. Dopo l’operazione la trafila per trovare posto. Sono in una stanza con altre due persone, dalla brandina sono passato ad un letto. Posso guardare solo i muri scrostati sperando che non venga tutto giù da un momento all’altro.

A. Ho avuto tempo per pensare al motivo per cui sono arrivato fin qui. Nel silenzio della mia stanza a quattro stelle ho capito di aver sbagliato. Ritmi infernali, troppo lavoro, ho rischiato di perdere tutto in un attimo.

B. Ho avuto un infarto, vorrei rivalutare tutto per bene, riflettere con calma per non ricaderci, ma mi trovo qua, tra la puzza di merda e l’aria condizionata che non funziona.

A. Sono ricco, ho avuto le cure migliori e la stanza migliore, dovrebbe essere per tutti così.

B. Sono povero, in un ospedale pubblico del Sud. Ho vissuto le pene dell’inferno. Al Nord dicono che l’ospedale pubblico sia un’altra cosa. Non so, non ho i soldi per andarci.

Ricchi e poveri, anche nella malattia. L’infarto è lo stesso, il percorso è diverso.

Non posso scegliere la mia terra!

Ci sono terre meravigliose, abbandonate a se stesse, riflettono di luce propria, vivono di passato, non offrono speranze nel presente.
Eppure la gente ci nasce, ci cresce, si innamora, disegna percorsi più o meno intricati, vorrebbe piantare la propria bandiera in mezzo ai propri ricordi, alla propria gente, ma non può.

Il Sud ti fa innamorare e poi ti toglie tutto, il Nord ti accoglie con la sua efficienza, unica strada possibile anche se bisogna voltare le spalle a volti familiari, a solchi delineati sin da bambini.
Nasciamo in posti meravigliosi ma siamo costretti a lasciarli, prima o poi il succo dell’arancia finisce, puoi spremere quanto vuoi ma, ad un certo punto, rimani di sicuro a bocca asciutta.
Apriamo la finestra respirando la brezza di mare, usciamo per strada e respiriamo aria di rassegnazione, ci abbiamo rinunciato in partenza, forse non ci abbiamo mai realmente creduto.

Affetto o lavoro, amore o efficienza, ci costringono a scegliere, a volte dobbiamo voltare le spalle ad un intero Paese. Siamo la generazione dei nomadi, quella del “è già tanto se trovi un lavoro, uno qualunque”, quella costretta a spostarsi come una immensa trottola impazzita. Ci chiedete perché non mettiamo radici, non guardate a cosa (non) ci avete lasciato. Dobbiamo scegliere tra famiglia e pane sotto i denti, tra carriera e affetto, tra morire di fame e morire di amore.

Famiglia d’origine, lavoro e nuova famiglia nello stesso posto? Quasi impossibile. Non abbiamo scelta, i nostri sentimenti messi costantemente sotto centrifuga, palline impazzite che non riusciranno mai a rubarci. Lo hanno già fatto con i nostri sogni.