Non è forse questo un miracolo?

Torni la sera dopo una giornata di lavoro e trovi il tuo cane che ti scodinzola. Soffre, ha un tumore, magari non lo calcoli di striscio, preso dal tuo disordine mentale, lui continua le sue feste, ti ama a prescindere.

Clara è in un letto d’ospedale ormai da un anno. Ci sono poche speranze per la sua vita, la malattia non la vuole lasciare, ma ti sorride sempre. Crede ancora di farcela, in ogni caso vuole che sua madre mantenga il ricordo del suo viso radioso e felice.

Ci sono Gianluca e Alessio, paraplegici. Lo Stato non perde occasione per sbeffeggiarli con la sua burocrazia, loro continuano la loro battaglia di giustizia con tenacia e ammirevole abnegazione, nonostante tutto.

Maurizio, tre figli, ha perso il lavoro da una settimana. Non ha cambiato il suo atteggiamento nei confronti della vita, si alza ogni mattina alle 7, sorride al sole, guarda estasiato il cielo azzurro, ogni volta, come se fosse la prima.

In una città in cui quasi tutti si sono piegati al crimine, Paolo ha deciso di dire basta. Vive sotto scorta, è costretto a spostarsi di continuo, ha costretto a questa vita anche i suoi due figli. Lo guardano ogni sera con occhi meravigliati, hanno un papà-eroe, sono le persone più felici del mondo, si bastano vicendevolmente come famiglia.

In un paesino distrutto dal terremoto, ogni pomeriggio, Cristina si pittura la faccia e raggiunge le tendopoli dove sono accampati gli sfollati. Indossa il suo migliore sorriso, allevia dolori, restituisce speranza e innocenza ai bambini.

Perché cercare dunque il miracolo nell’inspiegabile e nel mirabolante?

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La burocrazia del dolore

La gente muore di freddo e il Paese muore di burocrazia, no, qui non si parla in senso figurato e non è neanche una provocazione, succede questo, nel 2017, in Italia.
Tartassati, dalle scosse, dalla pioggia, dalla neve e poi di nuovo dal terremoto, il Centro Italia vive il suo incubo quotidiano, si addormenta ma non sa se si sveglierà tutto intero. Sembrava non ci potesse essere nulla di più del 2016, invece il 2017 ci sta stupendo, sin da subito, con tutta la sua violenza.

C’è gente che è rimasta, davanti ad un cumulo di macerie, in una roulotte, semplicemente blocchi di gelo, igloo un po’ meno ospitali. Non si vuole staccare dalle proprie origini, non può abbandonare i propri animali, che muoiono, anch’essi, di freddo. La quiete dopo la tempesta non c’è mai stata, ha continuato a piovere sul bagnato e a nevicare sul gelato, invocare il destino, Dio, o chi per lui non è servito a niente.
Siamo di fronte ad un’emergenza senza eguali, il nostro povero stivale sembra come uno di quei souvenir a forma di palla di neve, ogni tanto qualcuno si diverte ad agitare il tutto e balliamo balliamo, senza però divertirci.

Il cuore degli italiani cozza con la lentezza delle burocrazia, che si impantana, ancor di più, nelle emergenze.
I milioni di euro, raccolti con i tanti sms inviati da un popolo sempre solidale, sono fermi, intrappolati nelle maglie dello Stato. Devono essere sbloccati da qualche altro passaggio burocratico dicono, ne parlano nelle tv, nelle radio, sui giornali, gli stessi media a disposizione dei tanti abitanti del Centro Italia.
Si chiedono perché, sono angosciati, hanno già perso la speranza o forse non l’hanno mai avuta. Hanno saputo di persone nelle loro stesse condizioni rimaste in alloggi di fortuna per anni, hanno visto il politico di turno, precipitarsi il giorno dopo la disgrazia, defilarsi con altrettanta velocità.

Il calore umano come unica fonte naturale, perché saltano luce, gas ed elettricità. Gli affetti, per chi è stato fortunato, sono l’unico appiglio in una situazione inspiegabile e forse, sotto sotto, non avere la tv, nelle tende o nelle roulette, è una tutela contro le puttanate sparate a raffica dal potere.
Passano i giorni, muoiono persone e speranze e muore la dignità di chi, con un semplice click o con una firma da un nanosecondo, potrebbe sbloccare milioni di euro. La burocrazia è un caterpillar a servizio di uno Stato ingordo, non chiude un occhio davanti alle emergenze ma anzi si blocca, quasi spaventata, forse quando non c’è da “mangiare” (in termini di tangenti, guadagni ecc..) non ha la stessa grinta di sempre.

La povera gente di Amatrice farebbe bene a cercare agganci nella politica, ad allisciarsi il politico di turno, a contattare il papà della Boschi. Amatrice non ha lo stesso fascino della “Monte dei Paschi”, la sua gente non è portatrice di potere, quello che detiene, ad esempio, una banca. La gente di Amatrice è umile, buona, dignitosa e uno Stato ingordo, perfido e indecente non è naturalmente attratto da essa. Eppure bastava poco, bastava avere tra i propri abitanti un qualsiasi parente della Boschi, del deputato X o del senatore Y, lì sì che si sarebbe sollevato un polverone, lì sì che sarebbe stato tutto ricostruito in pochi mesi.

Il terremoto delle abitudini e dei sentimenti

Si avvicina dicembre, il termometro scende sempre più e non sappiamo cosa fare per combattere questo freddo. C’è stato anche un terremoto nelle temperature, a quanto sembra. I vestiti pesanti sono pochi: quelli che siamo riusciti a racimolare in quel che resta della casa, quelli che sono arrivati grazie ai camion degli aiuti. Le coperte sembrano non bastare mai. Abbiamo una stufetta piccola, deve riscaldare tutte e quattro.Io sono un uomo adulto, preferisco che a godere di quel poco di calore siano i miei due figli e mia moglie. E dire che mi piaceva il freddo, quando stavamo a casa, la nostra casa, aspettavo con impazienza dicembre, la neve, l’albero da montare e poi addobbare, al calduccio del camino o con i termosifoni accesi. Scendeva la temperatura? Nessun problema, partivano i riscaldamenti e ce n’era per tutti.

Il terremoto ha sconvolto le nostre abitudini, ha dato uno scossone ai nostri sentimenti. Sì, siamo fortunati, siamo vivi noi, a piangere qualche amico che se ne è andato, a consolare la vicina di container che ha perso un figlio, noi il calore lo produciamo in casa, col nostro affetto reciproco. Avevo dato tutto per scontato nella vita, credevo fosse tutto normale: una casa che credevo robusta, una moglie fedele, due figli pieni di sogni e di problemi tipici dell’adolescenza. C’era spazio per tutti, adesso dobbiamo limitare ogni movimento e c’è un bagno solo. Ho rivalutato ogni forma di sentimento: l’amore nei confronti dei miei familiari, l’amicizia e la solidarietà che si è creata in questa nuova “città dei container”, la generosità dei volontari che aiutano giorno dopo giorno.

Le abitudini che c’erano prima non possono esserci più, a cominciare dal cibo: la colazione ricca del mattino, i pranzi della domenica con la tavola piena di gente, l’accumulo di pentole della domenica pomeriggio. Adesso c’è una colazione frugale perché qui nessuno lavora, il pranzo è spesso comune ma non si va oltre una pentola sul fuoco, le tavolate all’aperto sono un ricordo di quando la temperatura era meno rigida.
Adesso tremo per il freddo ma anche al pensiero per un futuro che forse non ci sarà mai, tra promesse del Governo e la terra che ancora, ogni tanto, ci scuote. Quando incrocio il sorriso di mio figlio, che mi parla della sua nuova fidanzatina mi passa tutto, dimentico il gelo, mi scaldo. E pazienza che non posso più permettermi quelle lunghe docce calde o non posso più fare l’amore con mia moglie, come prima, nella nostra stanza, siamo ancora noi quattro, al freddo al gelo ma una vera famiglia.

Il castello indistruttibile dei bambini

“Sto facendo un bel sogno, corro in un prato pieno di fiori, voglio raggiungere il castello colorato, sembra sempre più vicino ma ad un certo punto tutto trema e mi viene addosso”.
Immaginate la portata di un terremoto, violento e devastante, come quello che ha colpito il centro Italia. Prende tutti alla sprovvista, non puoi permetterti di pensare che ti arriva un cornicione in testa, altro che se e ma! Tutti uguali nella tragedia, grandi e piccini, e poi? Cosa c’è oltre il terremoto per chi riesce a sopravvivere?

Vorrei soffermarmi sui bambini e sul post-sisma in particolare. Bellissime le immagini del salvataggio di Giorgia, la piccola estratta dalle macerie dopo ore. Accanto c’era la sorella, poco spazio tra loro, letto diverso, come il destino. La vita come dono prezioso, da coltivare sempre, anche nelle difficoltà, che saranno enormi.
Da una casa ad una tenda, dal riscaldamento acceso a tutte le ore alle stufe che a malapena danno conforto, dalla stanza piena di giochi e di poster, al blu freddo e inospitale della nuovo abitazione. Tutto provvisorio, nell’attesa che si passi ad una casetta di legno più confortevole o meglio ad una casa vera e propria.

La vita c’è ancora, una parte di essa se ne è andata per sempre e non si parla solo di cose materiali come bambole e playstation ma anche e soprattutto di affetti, di abitudini, di punti di riferimento. All’appello mancano compagni di scuola, genitori, fratelli  o animali ma anche diari e trofei personali, scatole dei ricordi ed album fotografici.
Ci sono bambini che non riescono ancora a parlare per lo spavento e i giorni dalla tragedia cominciano a diventare tanti. Le scosse di assestamento un incubo costante, il vento che scosta le tende è peggio di qualsiasi fantasma. I piccoli si attaccano morbosamente a quel poco o tanto che è rimasto. Guai se la madre va anche se solo in bagno, Teddy invece, l’orsacchiotto di peluche raccolto tra le macerie, sta a stretto contatto con la pelle, giorno e notte.

La speranza però c’è ed è forte. Sta nella convinzione che dai bambini riparte una comunità, nella loro spensieratezza, nel loro correre appresso ad un pallone insieme, anche in mezzo alle tende. Si accontentano di poco, ricostruiranno la loro esistenza, con l’aiuto degli psicologi e dei tanti volontari che già gli permettono di trascorrere ore in allegria e spensieratezza.

I bambini sono capaci di tutto, anche di convivere con un segno indelebile come quello del terremoto. D’altronde, provate a distruggere il loro castello di sabbia: si arrabbieranno ma lo ricostruiranno in un istante, più bello di prima.

Gli sciacalli dell’anima

24 Agosto, 3 e 36 della notte, la terra trema, le case crollano, come quelle costruzioni che si facevano con le carte e cadevano con un semplice soffio. Quasi 300 vittime, un terremoto tragico, come quello dell’Aquila, tutti insieme ripiombiamo nell’angoscia, in quelle immagini che sconquassano dentro, proprio come il sisma che si insinua dentro i piccoli borghi, portandosi tutto.

Alla splendida solidarietà che continua a manifestarsi ora dopo ora si contrappone la parte più oscura dell’essere umano, la voglia di speculare sulla disgrazia altrui, di colpire nel momento del dolore, dove le difese sono quasi assenti perché si deve tirare a campare per arrivare al giorno successivo.
Lo sciacallo si nutre di animali morti, gli sciacalli del terremoto si nutrono di quel che resta, passano sopra a sentimenti e ricordi, ad anni di vita costruiti con fatica e andati via in un attimo. Non sottraggono solo preziosi e denaro ma si impossessano di un pezzo di esistenza, di un patrimonio custodito nell’animo, della speranza che nelle difficoltà si remi tutti dalla stessa parte, come fratelli.

Lo sciacallo indigna e distrugge, d’altronde nemmeno il buon Dante aveva previsto nel suo Inferno una figura così spregevole e contro natura.
Si fingono volontari, poliziotti o giornalisti e rovistano tra le macerie. Si imbattono in bambole e foto di bambini che non ci sono più, in una collezione di cartoline di una ragazza piena di speranza, in un quaderno pieno di disegni colorati. Dettagli poco interessanti, che non fruttano, come caterpillar proseguono dritti per la loro strada. Arrivano addirittura da altre regioni, rischiano il linciaggio in pubblica piazza, male che gli vada finiranno in galera per qualche tempo, ma il gioco, per loro, vale la candela.
Le forze dell’ordine presidiano le zone colpite dal terremoto, i cittadini, orfani di familiari e beni personali, difendono con le unghie e con i denti i pochi ricordi intrappolati tra le macerie.

Poi esiste lo sciacallo mediatico, il giornalista che in piena notte, bussa alla macchina piena di persone per chiedere: “Come state?”. Sì, avete capitato bene. Come deve stare chi ha perso tutto da poche ore? Come si deve sentire chi ha preso sonno dopo 48h di fila, in uno scomodo sedile, quando sente bussare al suo finestrino per quella stupida domanda?
Ma c’è addirittura di più in questo tragico sisma del Centro Italia, addirittura le riprese di persone intrappolate tra le macerie, magari ostacolano proprio chi quelle persone cerca di salvarle con sudore e fatica.
Per non parlare dei cretini che mandano i loro selfie dai posti distrutti e di pseudo vip che usano la tragedia per farsi pubblicità con beneficenza apparente.

Sono sciacalli dell’anima che se ne fottono del dolore altrui. Contano la popolarità, il denaro e lo scoop a tutti i costi. Si mangiano tutto, a noi non resta che mangiarci il fegato.

 

Il carpe diem, la forza della natura e la solidarietà all’italiana

Terremoto, una parola ed un evento che spaventa e lascia atterriti, per potenza e portata.
Rende indifesi anche gli invincibili, colpisce tutti, senza distinzioni di sesso, razza o età.
La notte è la parte della giornata che predilige, quando si abbassa ogni difesa, tutti stesi sul letto a dormire, non c’è tempo di reazione, tutto cade intorno, addosso, tra urla e spirito di rassegnazione.
Alla faccia di chi ha rimandato all’indomani una cosa importante, una parola non detta, magari ad un familiare o alla propria compagna di vita, in barba a chi l’indomani, possibilmente, dovrà dire il proprio sì per la vita.

Il terremoto fa riflettere chi ancora ha la fortuna di poterlo fare. Chi costruisce un castello dorato e lo arricchisce ogni giorno di più, deve mettere in conto di poterlo vedere distrutto, in un attimo e per questo, ritenersi già privilegiato. La nostra nazione, ahinoi, è collocata in zone altamente sismiche, dobbiamo convinvere col dolore e con la frustrazione, costruire edifici sicuri e robusti, non rimandare a domani ciò che possiamo fare oggi.
Il carpe diem sbattuto in faccia a chi non ha fatto il proprio dovere prima, nel costruire mura solide e e a chi ha rimandato al futuro credendo di avere a disposizione un tempo indeterminato.

La natura ci punisce, se vuole ci spazza via in un attimo. Sogni, aspirazioni, progetti, castelli, vite, si porta via tutto, senza complimenti, senza chiederti prima: “come va?”
Facciamo fatica a riprenderci dal terremoto dell’Aquila ed eccoci qui, 7 anni dopo, stessa ora, posto diverso, forse ancora più vittime. La natura non vuole proprio smetterla di stupirci anche se noi ne faremmo volentieri a meno.
Noiintanto crediamo di essere immortali e per questo costruiamo edifici con approssimazione, come la scuola di Amatrice, concepita secondo le più recenti norme antisismiche, almeno sulla carta, ma sbriciolatasi in un istante, in un periodo dove, per fortuna, non ci sono studenti.
La natura è già potente di suo, non ha bisogno di una mano da noi comuni mortali.

Non sono morti a scuola ma molti bambini ci hanno lasciato, alcuni si sono salvati, come Giorgia, 16 ore di agonia, estratta viva dalle macerie. Sua sorella, stesa accanto a lei, invece, la stiamo piangendo.

Ma nel dramma, nella disperazione, quando bisogna raschiare il fondo del barile, ecco gli italiani, i soccorritori, la gente comune, le file per donare il sangue, le code per fornire generi di prima necessità, la mobilitazione sul web, i versamenti sui conti correnti e gli sms.
Ci sono le associazioni di volontariato che si mobilitano da tutte Italia per rendere meno agosciante la permanenza nella tendopoli, c’è una corsa continua di solidarietà. Uno splendido popolo che convive con quattro deficienti che rubano i pochi euro rimasti intrappolati tra cadaveri e macerie.