Morto di freddo

Un’altra giornata è andata, un’altra. Sono tutte differenti, anche se l’essere umano si lamenta in continuazione della monotonia, si lamenta lui con la sua varietà di cose da fare. Io sono qui, tra una panchina e un gradino della banca, mi sveglio presto, quanto il sole illumina il mio cartone.

No, non mi sveglio incazzato come gran parte della gente, anche se forse ne avrei tutti i motivi: licenziato a 50 anni, abbandonato dalla famiglia, senza soldi e senza lavoro. Tuttavia mi sveglio e, in queste condizioni, risvegliarsi è un dono di Dio.

Mi imbatto nell’indifferenza della gente ma anche nel sorriso di Anna, ha un bar proprio all’angolo, aspetta che il proprietario si assenti per offrirmi cornetto e cappuccino, lo paga lei ma guai se viene beccata, perderebbe il suo posto di lavoro, proprio come me. Con quei due bocconi a volte tiro dritto fino a cena, ero grande e pasciuto fino a qualche anno fa, ora mi si vedono le ossa. Non importa, cerco di alimentare il mio sorriso, se perdo quello è finita!

Ho incontrato diversi compagni di viaggio, litigato per un posto più riparato, pianto per la morte di un nuovo amico. Vivo per pochi piccoli gesti, come quell’euro donato da una bellissima bambina bionda, accompagnata dalla mamma ogni giorno, verso chissà dove.

Da qualche parte c’è anche mio nipote, non so come sta, non mi permettono di vederlo. Sono un barbone, un clochard, per alcuni un appestato, ma ho scelto la libertà, non voglio pesare su nessuno, chi è causa del suo mal pianga se stesso.

Arriva la sera, questo è il periodo più difficile, ma meno male che ci sono loro, gli Angeli della notte, un pasto caldo, due chiacchiere e posso mettermi “a letto” con più serenità. Ma non muoiono di freddo a girare così per la città? Hanno case, famiglie e amori, perché perdono tempo con noi? Non ho perso il senso dell’umorismo, parlo di morire di freddo, io che di questi tempi batto i denti a mo’ di orchestra.

Sono spiritoso, l’ho chiamato letto ma è un cartone che conservo gelosamente, la mia casa, la mia dimensione, in questo periodo ci sono pure le coperte.

Arriva la notte. Non riesco a dormire, il cartone non basta, le coperte non coprono, batto i denti, ho i sussulti. La città è deserta, prego Dio di addormentarmi il prima possibile, mi accontenta ma non mi sveglio. Sono “morto di freddo”, forse non ho avuto abbastanza calore dall’umanità.

Foto: interris.it

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Il cuore batte senza un perché

Il cuore batte senza un perché, no, non voglio far storcere il naso a scienziati e cardiologi, tutti sappiamo che è un meccanismo indispensabile per la vita umana.
Qui si parla di sentimenti, emozioni, cuore in astratto, più grande del proprio pugno, a volta talmente ingombrante da prendersi tutto l’insieme

Se si domandasse il motivo non sarebbe più cuore, sarebbe mente, ragione e quella è tutta un’altra storia. Fateci caso siamo tutti uguali davanti alle emozioni vere della vita.
Andate in aeroporto, soffermatevi sulle facce, sugli arrivederci che a volte hanno lo stesso peso di un addio, sui volti rigati dalle lacrime.
“Mi devo fare forte”, “Non posso piangere”, ce lo imponiamo perché piangere è da bambini o da deboli (la più grande sciocchezza del secolo), poi puntualmente crolliamo.

Persone mature, fidanzati, genitori, amici, di ogni età e latitudine, il cuore batte, senza un perché, torniamo in contatto con la nostra vera essenza, torniamo veri, anche solo per pochi minuti. C’è un qualcosa di straziante in un saluto imposto dal lavoro o dallo studio, ma c’è tanta, forse troppa umanità. Vibriamo ancora di amore, siamo proprio noi, credevamo di essere blocchi di granito inscalfibili.

Il fazzoletto bianco che saluta un treno in partenza ha un qualcosa di romantico ma anche di antiquato. Adesso non sono addii, la tecnologia e il progresso ci consentono di avvicinare visi, anime e cuori. Il dolore come l’emozione non risparmia nessuno, sono livelle sociali senza eguali.

Siamo tutti agli arrivi, ad aspettare un nostro caro che non vediamo da mesi, la realizzazione di un nostro sogno, la buona notizia dietro una malattia logorante. L’orario di atterraggio si avvicina, il cuore pulsa sempre più forte fino ad esplodere a quella visione che abbiamo ripercorso nella nostra mente centinaia di volte.

Il cuore batte senza un perché

L’indifferenza è la peggior forma di razzismo

629 persone, non 629 sagome. 629 battiti, 629 storie, stoppate dall’alt dell’indifferenza. Malta, Italia, il governo, il pugno duro di Salvini, tutti dettagli, ci sono 629 essere umani a largo, ci sono bambini, donne, pianti all’interno di una nave, l’Aquarius della Ong Sos Mediterranee.

Prima il lungo viaggio in imbarcazioni diroccate, poi il raggio di sole, un’operazione di recupero come tante, per dare conforto a tante anime partite ancora una volta dalla Libia, con un lumino di speranza saldo tra le mani.

Ci prodighiamo per campagne contro il razzismo, fermiamo le partite negli stadi al primo coro, puntiamo il dito contro gli imbecilli, condanniamo le pessime frasi dette, le immagini di cattivo gusto, i comportamenti da ignoranti. Tutto giusto, tutto profondamente giusto ma ci sfugge un’altra forma di razzismo, forse la più grave: l’indifferenza.

“Abbiamo troppi problemi in Italia per occuparci di loro. Pensiamo alle nostre faccende!”
“Ci rubano il nostro lavoro, stiamo morendo di fame, siamo tutti disoccupati”
“Dobbiamo usare il pugno duro con l’Europa, non possiamo caricarceli tutti noi”
“Chiudiamo i porti, salvaguardiamo le nostre città”
“Qualcun altro penserà a loro. Malta no e noi sì?”

L’elenco è pressoché infinito, un concentrato di indifferenza che fa più male di qualsiasi frase detta, una scrollata di spalle e via. Un fenomeno che riguarda tutti, cittadini, politici, intellettuali. Un’allarmante forma di razzismo, subdola, che riporta al “me ne lavo le mani” di Ponzio Pilato.

Ben vengano le discussione nelle sedi dell’Unione Europea, gli accordi, le ripartizioni, un intervento comune che eviti il collasso ma risparmiatecele mentre 629 persone attendono di capire, in mare, che fine faranno. Sì, 629 persone non italiane, altro colore di pelle, altra nazionalità, semplicemente fratelli dello stesso mondo.

Perché una società che vuole dirsi globalizzata non può prescindere dal coinvolgimento emotivo, dalla considerazione dell’altro, dall’azione prima delle chiacchiere, dalla mano che si tende alla prima richiesta di aiuto.

Bisogna essere umani, proprio come le 629 persone dell’Aquarius.

I soldi non fanno l’umanità

Esseri umani, siamo esseri umani. Houston, abbiamo un problema! Ce ne siamo dimenticati, meglio ripeterlo, siamo esseri umani!
Ho frequentato diversi posti di lavoro, probabilmente tanti ancora ne frequenterò.
Ho frequentato diversi ambienti “di vita”, probabilmente tanti ancora ne frequenterò.
Ho visto professionisti esemplari nel loro lavoro ma dilettanti nella vita.
Ho visto persone deviare il proprio percorso verso un altro ascensore perché prendere lo stesso “mezzo” di uno stagista sarebbe stato mischiarsi con la plebe.
Ho visto cose che voi umani proprio…parlo con voi, umani veri, perché non basta avere una conformazione da uomo per esserlo.

Uomo è portatore di emozioni, di sentimenti, manifestante di umanità.
Uomo è sorriso, rabbia, verità. Uomo non è avvocato, né medico, né calciatore, uomo è chi tende la mano agli emarginati, chi guarda all’essenza e non all’apparenza. Un abbraccio a quelli che non hanno magari un titolo altisonante, a quelli che hanno deciso di puntare sulla propria umanità.

Tutti bocciati all’esame di abilitazione alla vita, tutti tronfi con un pezzo di carta appeso alla parete. Ricchi da non saper dove mettere i soldi, soli nella loro indifferenza, i titoli dei giornali li esaltano, la vita li ha già etichettati come perdenti.

L’ascensore degli esseri umani è sempre più vuoto ma il portatore di umanità incita coloro i quali vogliano entrarci. Basta ascoltare la propria essenza, a niente vale un assegno a 9 zeri.

I soldi non fanno l’umanità.

Piangi che sei più bello!

Piangi, davanti ad un film, leggendo un libro, emozionati, sei vivo!
Piangi quando rivedi un amico dopo tanto tempo, nella corsa verso un abbraccio, in un arrivederci che sa di addio.
Piangi, anche se hai 30 anni, piangi a 40, sei umano, non un freddo automa rassegnato all’insensibilità.

Piangi di gioia, per un traguardo sudato, per un percorso in salita culminato in una vetta scintillante.
Piangi parlando dei tuoi figli, dei tuoi fratelli, dei tuoi animali, la connessione col tuo cuore funziona a meraviglia, non interromperla!

Piangi davanti ad un genitore ritrovato, piangi per un secondo o per cento, piangi da solo o davanti a tutti.

Piangi anche se ti diranno che sei un debole, piangi ancor di più per dimostrare a tutti che un uomo con le lacrime vive e trasmette emozioni.

Piangi, sarai ancora più uomo, piangi ogni qualvolta ne senti il bisogno, piangi perché una persona che non prova sentimenti è opaca e non affascina.

Piangi fregandotene dei giudizi della gente, degli indici puntati, dei sorrisi incattiviti.

Piangi che sei più umano, piangi che sei più bello!

L’abilitazione alla vita

Ma come, non sei avvocato? Hai studiato legge, sei avvocato, suvvia, non puoi non diventarlo.
Ma come non sei medico? Davvero servi ai tavoli e vivi in una stanza doppia insieme ad una persona che non conosci? Avevi tutto per affermarti, una famiglia alle spalle, un percorso “naturale”, una casa di proprietà, ti prendevi questo benedetto titolo e risolvevi tutti i problemi della vita!

Per la società, se non avete un’etichetta, non siete nessuno. Vi firmate solo con Dott.? Bene ma non benissimo. Dove sono gli Ing., gli Avv. e via dicendo? Non siete laureati? Male. Non siete abilitati? Siete pazzi, sprecare un’occasione così grande!

Per la vita, per la comunità, per il vivere sociale, poi, non importa un tubo che voi siate professoroni affermati o abbiate la gobba da studiosi pluripremiati, conta la vostra umanità, come sapete comportarvi con gli altri, il vostro altruismo, gli atteggiamenti con cui incidete concretamente nel mondo.
La società impone, ti deridono se hai la terza media, si fermano a quello. Magari fai volontariato da quindici anni, mentre il Dott. non ha mai aiutato una vecchietta ad attraversare la strada, conta la bacheca, il titolo appeso in bella mostra, i convegni con gente con la puzza sotto il naso.

Non c’è una scuola per l’umanità e anzi, per esperienza personale, umanità si sposa alla perfezione con umiltà, quella che troviamo nei cosiddetti bassifondi. L’abilitazione alla vita non ce la conferisce nessuno, ce la guadagniamo vivendo, appunto, nel migliore dei modi.Gli abilitati alla vita magari li trovi a dormire in un cartone all’uscita di una banca, nella povertà di una casa con solo un pezzo di pane a tavola, nel caos di un ospedale da campo.

Sei scrittore? Sfigato! Magari con le tue parole incidi molto di più di un’orazione di un avvocato ma non è un lavoro redditizio, no pecunia no party! Povero te!
Sei felice dopo aver servito ai tavoli per dieci ore solo perché sei libero? Tanta roba ti direbbe un “professore di vita”, folle ti dice una persona qualunque.
La società non funziona, “l’università della vita” non sbaglia un colpo perché premia anche una piccola dose di follia.