Le fake news uccidono il giornalismo e questo non è un fake

Condivisioni massicce, notizie eclatanti, incredulità, corsa al like, lo ammetto, ci sono cascato anche io che sono del settore, una-due volte, per distrazione o perché chi confeziona questa notizie si impegna davvero tanto per renderci tutti fessi.

Lasciando perdere i deliri di alcuni ministri che puntano il dito su giornali e giornalismo, come se questo mondo se la passasse bene in questo periodo, devo chiedervi una cosa, a gran voce e senza possibilità di deroghe: di stare attenti alle notizie, di verificare la fonte, di soffermarvi più di quel nanosecondo di tempo che vi concede una vostra giornata tipo.

Le fake news uccidono il giornalismo, quello fatto bene, il giornalismo della ricerca, delle pile di fonti consultate per arrivare ad una versione credibile. Uccidono la libertà di espressione, uccidono la verità, il bene supremo per cui combatte ogni professionista che si rispetti.

Le fake news uccidono il lavoro fatto bene, mortificano il giornalista già martoriato da compensi bassi, da posizioni ballerine, da stage e tirocini che non si tramutano mai in contratti. C’è l’inchiesta, c’è il reportage, l’articolo di approfondimento, quanto tempo trascorso a cercare, a domandarsi, a leggere e rileggere, ad interrogare, ad intervistare. C’è del tempo prezioso investito per fare le cose fatte bene, frantumato in un attimo da titoli roboanti, siti estremamente somiglianti agli originali, immagini accattivanti.

Ci prendono per fessi in un mondo in cui già molti ci prendono per il culo. Guadagnano sulla falsità, il minimo sforzo e il massimo risultato mentre noi siamo ancora chini sulle fonti per cercare di trovare l’amalgama perfetto a suon di pochi euro.

Quando condividete fake news, quando cliccate, quando date credito ad una falsità parlandone con gli amici, non state solo facendo un torto alla verità e alla società nel suo complesso, ma state inguaiando anche i veri operatori dell’informazione che vogliono portare la qualità sui vostri monitor e nei giornali che leggete.

So che non è facile, so che non lo fate apposta ma basta un  po’ più di attenzione. E se non è sufficiente il torto che fate ai giornalisti, vi basti sapere che condividendo le fake news è un po’ come foste complici di un reato e che state contribuendo all’arricchimento di soggetti senza scrupoli e senza coscienza.

Grazie!

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Caruana Galizia: una bomba contro il vero giornalismo

Oggi è una giornata di lutto, di riflessione di sgomento.
La giornalista e blogger Daphne Caruana Galizia è stata uccisa a Bidnija, nell’isola di Maltauna bomba ha fatto esplodere la sua auto. Verità in frantumi, come una vita, parliamo di umani, non di bambolotti da far deflagrare per gioco.
La Galizia aveva lavorato ai MaltaFiles, un’inchiesta importante, una vera e propria bomba mediatica che aveva portato ad individuare Malta come “lo Stato nel Mediterraneo che fa da base pirata per l’evasione fiscale nell’Unione europea”.

Il vero giornalismo, la ricerca oltre la superficie, la voglia di far emergere realtà scottanti e di migliorare il sistema. Una bomba mediatica che diventa bomba vera, lo scoppio è forte, così come il dolore, la consapevolezza che il male non sopporta la verità, che chi si adopera per il bene di un Paese rischia di fare una brutta fine.

Siamo abituati a figure di giornalisti ibride, troppo accondiscendenti con i propri direttori, imbavagliati dalle logiche di potere, scontati, banali, molti hanno rinunciato al fuoco sacro che muove la voglia di sapere, di far emergere, di indagare.
Un posto di lavoro basta e avanza, al diavolo l’inchiesta, l’approfondimento, bisogna essere buoni coi padroni, porgere l’altra guancia alla corruzione e un’altra parte del corpo al sistema.

Il caso dei “Panama Papers” scotta, lacera equilibri, una bomba che fa saltare in aria la verità squarta anche l’anima, segna nel profondo, ammazza le velleità di chi lotta per la giustizia a tutti i costi. Galizia aveva pubblicato un articolo sul suo blog, la sua vetrina virtuale di verità, pochi minuti prima di morire.

Ricordiamola, non smettiamo mai di ringraziarla, facciamo luce sulle dinamiche e sui colpevoli, prendiamola come esempio. Giornalismo è giustizia, giornalismo è verità, ma la storia ci insegna che si salta ancora oggi in aria, semplicemente per aver fatto il proprio dovere.

Solo i bambini dicono la verità

Solo i bambini dicono la verità. Sì, lo so, starete pensando alle bugie che vi sarà capitato di sentire dai più piccoli ma vi rassicuro: sono tutte innocenti e nemmeno lontanamente paragonabili alle menzogne degli adulti.
Solo i bambini dicono la verità, nel bene o nel male, portano sollievo ma possono anche trafiggerti con le loro frecciate, senza peli sulla lingua, non conosco ancora i mille condizionamenti della società.
E noi adulti sappiamo come si fa? Riusciamo a riportare esattamente le cose come stanno senza i proverbiali frullati cerebrali, senza farci influenzare dal “come dovrebbe essere”?

Passiamo la vita a circondarci di persone influenti, persone che ci possono essere utili a lavoro, persone che possono alleviare le nostre sofferenze, persone che semplicemente ci fanno sentire meno soli. Magari ci fanno antipatia, non riusciamo proprio a sopportale ma la loro presenza ci è utile, in qualche modo. Comunque non riusciamo mai a trovare il coraggio di sbarazzarci di loro per dedicare più tempo alle persone che ci fanno semplicemente stare bene, che ci fanno semplicemente essere noi stessi.
Se stai antipatico ad un bambino sei spacciato, te lo dice subito, anche se sei il Presidente della Repubblica. Puoi recuperare terreno ed entrare nelle sue grazie col tempo ma non subito e comunque non per il ruolo che ricopri.

Ogni giorno la porta di casa si apre, vediamo i nostri genitori e ci viene voglia di dirgli un “ti voglio bene”. No, non lo facciamo, c’è sempre tempo e poi non è una cosa che direbbe un uomo, lo vediamo quasi come un segnale di debolezza. Poi perdiamo i nostri cari, un giorno, all’improvviso, ci mordiamo la lingua per non aver detto quelle tre parole, il rimpianto ci logora per tutta la vita.
Un bambino torna da scuola e ogni giorno abbraccia e bacia sua madre e suo padre. Il “ti voglio bene” esce naturale dalla sua bocca, per lui è un vanto, non una vergogna. Dice semplicemente quello che prova.

Marco è un ragazzo trasandato, ingrassato di 20 kg. Non si cura più, non si pettina, emana un cattivo odore. Quello che ritiene essere il suo migliore amico lo consola, ma non trova mai il coraggio di affrontare la realtà. Usa frasi come “ma non stai poi messo tanto male” o “prima o poi la ruota gira per tutti”.
La sua vita cambia quando suo fratello, di 7 anni, gli dice in faccia la verità: “Sei brutto e puzzi mentre prima eri un bel ragazzo e adoravo il tuo profumo”. Basta una frase, Marco capisce che tutto dipende di nuovo da lui, lavora duramente su se stesso e torna quello di prima.

Luca è innamorato da 5 anni di Sara, una sua compagna di classe del liceo. Non ha il coraggio di dichiararsi, prima perché “si sente brutto”, poi perché “non si sente all’altezza”, poi il problema è “cosa penseranno gli altri”, infine diventa “e se dovessi rovinare la nostra amicizia?”.
Lo stesso Luca, in prima elementare, era innamorato di Paola. Dopo tre giorni dall’inizio della scuola le mandava una lettera con scritto: “Ti vuoi fidanzare con me?” e con due caselle: un sì e un no
Era ancora custode della verità, come tutti i bambini, poi è cresciuto e ha capito che dire la verità non fa parte del mondo dei grandi.