Sono Natura, rispettami o sarà peggio per te!

Ciao, è la Natura che ti parla, il posto in cui vivi, l’aria che respiri, l’erba che calpesti.
Sì, puoi ascoltarmi. Ti sembra strano vero, eppure ti parlo tutti i giorni in mille modi. Non senti o non vuoi sentire?

L’altro giorno eri a casa tua, caldo nelle tue coperte, ti sentivi invincibile, ci ho pensato io a riportarti al tuo posto, un’unica scossa di venti secondi, tremava tutto, cadevano cose, cadevano case, perché costruite con materiali così scadenti se la vostra evoluzione vi ha portato a poter progettare edifici quasi indistruttibili?

Non è sempre colpa tua. L’altra volta un tuo simile ha appiccato un gran fuoco, così, per gioco, bruciavo tutta, ero arrabbiata, ho mandato un grande vento, le fiamme da grandi sono diventati enormi, quella città ora è tutta cenere.

A volte dai il meglio di te, mi sfidi apertamente. Costruisci le tue case nelle vicinanze dei miei vulcani, credi che io sia ormai morta, credi di poter disporre di me a tuo piacimento, non sai che ho un’anima e soprattutto una forza nettamente superiore alla tua.

Ti stupisci delle alluvioni, cade troppa acqua in poco tempo, dici che il clima è cambiato, come se dipendesse dal destino o dal fato. Un po’ di autocritica quando?

Butti la tua carta dal finestrino, disperdi ovunque i mozziconi delle tue sigarette, ti ho messo a disposizione delle spiagge bellissime e tu me le hai sporcate tutte. Poi arriva il mio mare e ti travolge con un’onda, di che ti lamenti?

Sono Natura, rispettami o sarà peggio per te!

 

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Le fake news uccidono il giornalismo e questo non è un fake

Condivisioni massicce, notizie eclatanti, incredulità, corsa al like, lo ammetto, ci sono cascato anche io che sono del settore, una-due volte, per distrazione o perché chi confeziona questa notizie si impegna davvero tanto per renderci tutti fessi.

Lasciando perdere i deliri di alcuni ministri che puntano il dito su giornali e giornalismo, come se questo mondo se la passasse bene in questo periodo, devo chiedervi una cosa, a gran voce e senza possibilità di deroghe: di stare attenti alle notizie, di verificare la fonte, di soffermarvi più di quel nanosecondo di tempo che vi concede una vostra giornata tipo.

Le fake news uccidono il giornalismo, quello fatto bene, il giornalismo della ricerca, delle pile di fonti consultate per arrivare ad una versione credibile. Uccidono la libertà di espressione, uccidono la verità, il bene supremo per cui combatte ogni professionista che si rispetti.

Le fake news uccidono il lavoro fatto bene, mortificano il giornalista già martoriato da compensi bassi, da posizioni ballerine, da stage e tirocini che non si tramutano mai in contratti. C’è l’inchiesta, c’è il reportage, l’articolo di approfondimento, quanto tempo trascorso a cercare, a domandarsi, a leggere e rileggere, ad interrogare, ad intervistare. C’è del tempo prezioso investito per fare le cose fatte bene, frantumato in un attimo da titoli roboanti, siti estremamente somiglianti agli originali, immagini accattivanti.

Ci prendono per fessi in un mondo in cui già molti ci prendono per il culo. Guadagnano sulla falsità, il minimo sforzo e il massimo risultato mentre noi siamo ancora chini sulle fonti per cercare di trovare l’amalgama perfetto a suon di pochi euro.

Quando condividete fake news, quando cliccate, quando date credito ad una falsità parlandone con gli amici, non state solo facendo un torto alla verità e alla società nel suo complesso, ma state inguaiando anche i veri operatori dell’informazione che vogliono portare la qualità sui vostri monitor e nei giornali che leggete.

So che non è facile, so che non lo fate apposta ma basta un  po’ più di attenzione. E se non è sufficiente il torto che fate ai giornalisti, vi basti sapere che condividendo le fake news è un po’ come foste complici di un reato e che state contribuendo all’arricchimento di soggetti senza scrupoli e senza coscienza.

Grazie!

Perché scelgono loro per me?

Sono un bambino, mi piace giocare e fin qui nulla di strano, mi piace la compagnia, correre in mezzo al verde, mi piacciono gli animali.
Mi piace anche ballare, sì, avete capito bene, ballare e l’ha capito bene anche mio padre, sono davanti a lui ma fa finta di non sentire, per me c’è solo il calcio o il basket, cose da “uomini”.

Ho i miei talenti, le mie aspirazioni, quanto mi piace la musica! Trovo una radio accesa e mi metto a danzare, ovunque io sia, anche in mezzo alla strada, davanti a tutti. C’è un problema però: non scelgo io come vivere, fanno tutto i miei genitori. Mamma è un po’ più comprensiva ma quando papà alza la voce dicendo che “ballano solo le donne” non ha la forza di opporsi.

Voglio continuare ad andare a scuola, a studiare, ad essere un bravo ragazzo, ma voglio anche ballare e invece no, mio padre sogna un futuro da calciatore per me, male che vada sarò un medico, come lui, lavorerò nel suo studio. Tutto tracciato, tutto chiaro. E io che ci sto a fare? Mi dicono che sono piccolo, che non sono in grado di badare a me stesso, che non posso sapere ancora cosa fare in futuro. Bene, è così? E allora perché hanno scelto loro per me?

Sono piccolo per sapere cosa fare nella vita, sono piccolo per scegliere, sono piccolo ma ho una grande passione. Se non scelgo ora che senso avrà vivere un’esistenza delineata da altri? Vorrei vivere la mia vita ma decidono loro per me.

Sono passati vent’anni, sono ancora davanti a mio padre, adesso non sceglie più per me. Sono creditore del tempo perduto e dei miei sogni calpestati, ma sono ancora in grado di realizzarne qualcuno. Mio figlio cresce che è un piacere, ama disegnare, la mia casa è diventata il suo più bel quadro.

Volevo solo un amore

Volevo solo un amore, come quello dei miei genitori, puro, colorato, infinito.
Mi ha scelto, mi ha corteggiato, un uomo di altri tempi, non potevo lasciarmelo sfuggire.

Volevo solo un amore, rendere la mia vita un bel film, ancorarmi in un porto sicuro.
Perché le urla, l’intolleranza, la smania di controllo, la voglia di rendermi un oggetto?

Volevo solo un amore, una possibilità per completarmi, godere di piccoli gesti.
Sono stesa a letto con una borsa del ghiaccio sull’occhio, non posso uscire così.

Volevo solo un amore, appagante, una luce quotidiana ad illuminare il cammino.
Sono fuori casa, non so dove andare, non so a chi chiedere aiuto.

Volevo solo un amore, la normalità di una giornata passata a mare.
Le tende sono troppo sottili per nascondersi, mi troverà.

Volevo solo un amore, essere trattata come donna, anche solo come un essere umano.
Non chiedevo tanto ma mi ha trovato, adesso chiedete a lui perché l’ha fatto.