Cambia te stesso, non farti cambiare dagli altri!

“Quando mi sono svegliato senza le gambe ho guardato la metà che era rimasta, non quella che era andata persa”. Alex Zanardi è un maestro nel controllo della mente, ha superato qualsiasi ostacolo, sia in pista che fuori, ha sviluppato una completa padronanza di sé.

Ma quanti noi possono dire di avere il controllo della propria mente? Quante incazzature per gli atteggiamenti dei nostri colleghi, per il comportamento dei nostri cari ecc.. Ma non glielo abbiamo forse consentito noi? Eppure possiamo essere impenetrabili se solo ci lavorassimo con costanza e impegno.

Come un muscolo, non si va forse in palestra per svilupparlo? La crescita personale è questa, non restare in balia delle onde ma dominarle, essere ben saldi di fronte alle difficoltà e agli inconvenienti della vita.

“Sono nato così e morirò così”, una frase che sento spesso. No, è troppo comodo! Siamo esseri plasmabili e la cosa bella è che possiamo essere noi stessi a modellare la forma ideale. Non permettiamo forse alla società e alle convenzioni di incidere sul nostro comportamento? Ci facciamo belli per gli altri, facciamo il lavoro che piace ad altri, cerchiamo di essere quanto più possibile attaccati al treno sociale.

Poi arriva un attimo in cui ci sentiamo confusi, ci capitano cento cose contemporaneamente e sbandiamo senza controllo, anche il più piccolo impedimento diventa una catastrofe.

Eppure c’è chi agisce secondo la massima “ogni impedimento è giovamento“, chi vede la difficoltà come occasione per superare se stesso e i propri limiti, c’è chi si fa una risata o si rifugia nel suo angolo dorato anche nel bel mezzo di una tempesta.

Ci sono popoli che esultano durante un funerale perché vedono la morte come un fatto positivo. Magari questo è troppo per chi butta all’aria una giornata per un ombrello rotto ma basta fare il primo passo e cominciare il cammino.

Cambia te stesso, non farti cambiare dagli altri!

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Vergogna Catania!

Vergogna Catania, vergogna città mia!

Dal prossimo 20 maggio il servizio di car sharing di ENI, Enjoy, non sarà più disponibile. Dire che la città etnea era stata scelta insieme a Milano, Roma, Torino, Bologna e Firenze. Quasi tre anni per rendersi conto della situazione, tre anni fallimentari.

Numeri bassi, macchine vandalizzate, cittadini incivili, un segnale di progresso rilanciato al mittente, Catania non merita questa innovazione per colpa di più di qualche imbecille.

Eppure il car sharing funziona in tutta Italia, prenoti una macchina con una semplice app e la usi solo per il tempo in cui ti serve, risparmio di denaro, beneficio per l’ambiente, città come Milano hanno sfruttato al meglio tale occasione.

Catania, città dal grande flusso, una piazza dove scommettere, se vogliamo poteva essere un orgoglio essere scelti tra tante città italiane e invece..

Le 500 di Enjoy vanno a ruba, le ruote, le intere automobili, merce succulenta per i ladri, succulenta per una delle città in cui si rubano più mezzi in Italia. Saranno stati contenti i picciotti del malaffare che, ancora una volta, ci fanno fare una figura di merda in mondovisione.

Sono rimaste 70 macchine su 170, non abbiamo cura delle nostre cose, ci proclamiamo dispiaciuti, noi cittadini e le istituzioni ma poi tutto passerà come sempre, ci recheremo in centro con la nostra macchina, ci lamenteremo dei mezzi pubblici come sempre, pagheremo il posteggiatore abusivo di turno e sarà tutto dimenticato.

Ci siamo rotti come quelle 500, loro con le ruote a terra noi con le palle a terra.

Una città in mano ai criminali, chi chiede scusa ai catanesi veri?

Esisto anche fuori dai social!

Domenica mattina, finalmente mi posso svegliare con calma, metto il piede fuori dal letto, mi lavo rapidamente la faccia e prendo in mano il telefono. Facebook mi chiama e io rispondo, no, non ci credo, è down.

E adesso che faccio? Devo dirlo assolutamente al mio amico, mi sposto su WhatsApp ma non carica le pagine, il messaggio “Attendo” come una spada di Damocle e adesso come gli comunico questa novità?

Ah beh vero, ci sono ancora gli sms tradizionali, gliene mando uno ma non risponde, probabilmente starà ancora dormendo. Potrei chiamargli ma non lo faccio mai, meglio scrivere, a voce non si può essere davvero se stessi.

La mia unica salvezza ora è Instagram, devo curare un po’ di più il mio profilo e recuperare due tre foto che non ho pubblicato. La pagina non si carica e mi viene l’ansia, c’è la telecamera da qualche parte vero? Ditemi che sono su “Scherzi a parte”.

Tutto in down, sono in pigiama, c’è una bellissima giornata di sole. Guardo le scarpe da ginnastica in un angolo, le indosso e mi decido ad uscire, strada facendo i social torneranno a funzionare.

Sono per le strade della mia città, alla mia destra ho il mare, alla sinistra lo scorcio del vulcano, non vedo nulla, ho la testa china sul cellulare, prima o poi riprenderanno a funzionare.

L’ansia cresce, non pubblico niente da più di due ore, è un problema mio o un problema di tutti? Cosa penseranno i miei followers? Mi si avvicina un bambino, mi regala un palloncino e gli sorrido, con la coda dell’occhio guardo il mare, che spettacolo, perché non ci ho fatto caso prima?

Metto lo smartphone in tasca e mi affaccio, mi ostino a guardare foto su Instagram e il panorama ce l’ho qua, a pochi passi da casa. Sarebbe bello fare uno scatto ora, prendo il cellulare ma mi ricordo che non serve a nulla, dove posso pubblicarlo?

Vado a casa dei mie genitori, è domenica, in genere sto in silenzio col cellulare in mano, li guardo negli occhi e parlo, gli chiedo come stanno e ci raccontiamo i nostri ultimi mesi. Torno nel mio appartamento e mi sorride la vicina, talmente ero preso che non mi sono accorto che non è più quella vecchia bisbetica dallo sguardo torvo.

Sono a casa, davanti allo specchio, mi guardo e per la prima volta mi apprezzo. Non sono poi così male e me lo dico io, niente approvazione dai followers di Facebook e Instagram, niente commenti a confermarmelo.

Nel frattempo i social riprendono a funzionare ma io non ho più tanta voglia di stare in rete. Esco fuori in giardino, prendo un bel libro e mi godo il sole della domenica.

Mamma, quella è la strada per la libertà

Parlo ora, parlo subito, un attimo di pausa dalla sua furia cieca, mia mamma è di là a piangere, come ogni sera.
Urla, spintoni, schiaffi e quando è particolarmente ispirato anche cinghiate, si prende tutto come si è preso il cuore di mia madre ormai più di dieci anni fa.

Sono piccolo per essere ascoltato, sono piccolo per dare consigli, eppure quando la trovo chiusa nella sua camera mi sento in dovere di stringerla tra le mie braccia e di dirle: “Lascialo, meriti di meglio”.

Lui è mio padre, se padre si intende chi ha lanciato il suo spermatozoo dieci anni fa. Siamo due vittime della stessa bestia, lei porta i segni sulla pelle io li porto nell’anima, quando mi va bene. Anche io ho preso qualche calcione, l’altro giorno sono stato spinto contro la porta e ho sbattuto forte la testa.

L’ho fatto per il mio unico amore, mia mamma, splendida nei suoi occhioni azzurri, bella con quei capelli raccolti, il sorriso non c’è più per gli altri, è rimasto solo per me, il mio regalo quando siamo soli.

Sì, il mattino viviamo finalmente la nostra tregua, mi accompagna a scuola, cantiamo insieme in macchina, mi viene a prendere e mangiamo insieme. Non lo diamo a vedere perché vogliamo goderci ogni momento ma guardiamo spesso l’orologio, le 17 si avvicinano sempre più, quando va bene sono le 18 e possiamo fare più festa.

Poi arriva lui, borbotta qualcosa, puzza di alcool e succede un casino. Motivo? Nessuno! Può essere una cosa fuori posto, un cibo andato a male in frigo, una lampadina che non funziona, mia madre diventa l’oggetto, una zampogna da gonfiare di botte.

Dovrebbe gonfiarla di orgoglio col suo amore, portarle le rose a casa, stupirla tanto quanto è bella, ricordarsi in ogni momento della sua fortuna, invece no, provo a farlo io, ha bisogno di calore.

Sono un bambino di 10 anni, le cose che dico, in genere, non vengono prese in considerazione. Ieri ho convinto mia mamma, siamo andati insieme a denunciare, lei si vergognava col volto tumefatto, l’ho presa per mano e le ho indicato la strada per la libertà