La rivoluzione dell’essere fratelli

Siamo singoli, siamo gruppo, siamo famiglia, siamo società, siamo mondo.
Una progressione umana, un processo di crescita, ancora, purtroppo, solo una bella ambizione.
Abbiamo difficoltà ad accettare noi stessi, a vivere bene soli nella nostra stanza, a sentirci ingranaggi utili nello stesso meccanismo. Il gruppo nasce e si scioglie alla velocità della luce, sotto il segno dell’invidia, a causa di dinamiche quasi sempre legate al mondo del “materiale”. La famiglia c’è e non c’è, spesso coronamento di un amore bellissimo, sempre più “rifugio di convenienza” per chi non riesce ad ascoltare se stesso.
La società va male e non c’è bisogno di sintonizzarsi sul telegiornale per rendersene conto. Il mondo si lamenta, in ogni suo anfratto.

Come fare per uscirne? Riusciremo mai a far girare questa enorme palla nel verso giusto?

Secoli di studio sui movimenti della Terra, sul Sole, sui pianeti, ma il moto rivoluzionario che deve interessarci è un altro e parte da ciascuno di noi.
La rivoluzione sta nell’ordinario, nel completamento di un percorso di crescita per passare poi allo step successivo, nella consapevolezza di essere utile e nello stesso tempo indispensabile.
Io devo lavorare per stare bene con me stesso, a quel punto nel gruppo sarò una pedina importante per il suo funzionamento, sarò una rotella imprescindibile nell’equilibrio di una famiglia. La società non è altro che un insieme di gruppi e di famiglie che, se camminano nel verso giusto, contribuiscono ad un mondo che, finalmente, funziona.

Lo so, è già difficile guardarsi allo specchio e piacersi, è arduo dire ti amo ad una persona presi come siamo dalle logiche della vergogna, un ti voglio bene è un’impresa degna di Ercole, un gesto di gentilezza nei confronti del vicino di casa non è dovuto, non abbiamo tempo per farlo.
In una coppia l’espressione massima dell’amore è: “Io amo solo te, soltanto te“, o ancora “Io appartengo a te e a nessun altro”. Abbiamo un migliore amico, un numero preciso di figli e animali domestici.

Il salto di qualità va fatto partendo da questo. Io amo il mio partner, amo la mia famiglia, ma ho amore da dare anche al mio fratello che incontro per strada, ad un bambino con la faccia martoriata dalle bombe in un Paese in guerra. Io ho amore a sufficienza per tutti, al di là della geografia, sto male quando un mio caro ha dei problemi ma mi sento coinvolto anche se un mio fratello nell’altro emisfero soffre.

Ci sono problemi universali, la violenza non ha colore e nazionalità, la fame è una vera e propria emergenza, la malattia non fornisce alcuna via di fuga, la guerra esiste ancora, anche se molto lontano da noi.
Combattere l’indifferenza partendo dalla nostra cerchia per poi allargarsi sempre più, senza limiti di spazio, è questa la grande sfida. Diamo un bel calcio a questa palla chiamata terra, aiutiamola a roteare nel verso giusto!

L’abilitazione alla vita

Ma come, non sei avvocato? Hai studiato legge, sei avvocato, suvvia, non puoi non diventarlo.
Ma come non sei medico? Davvero servi ai tavoli e vivi in una stanza doppia insieme ad una persona che non conosci? Avevi tutto per affermarti, una famiglia alle spalle, un percorso “naturale”, una casa di proprietà, ti prendevi questo benedetto titolo e risolvevi tutti i problemi della vita!

Per la società, se non avete un’etichetta, non siete nessuno. Vi firmate solo con Dott.? Bene ma non benissimo. Dove sono gli Ing., gli Avv. e via dicendo? Non siete laureati? Male. Non siete abilitati? Siete pazzi, sprecare un’occasione così grande!

Per la vita, per la comunità, per il vivere sociale, poi, non importa un tubo che voi siate professoroni affermati o abbiate la gobba da studiosi pluripremiati, conta la vostra umanità, come sapete comportarvi con gli altri, il vostro altruismo, gli atteggiamenti con cui incidete concretamente nel mondo.
La società impone, ti deridono se hai la terza media, si fermano a quello. Magari fai volontariato da quindici anni, mentre il Dott. non ha mai aiutato una vecchietta ad attraversare la strada, conta la bacheca, il titolo appeso in bella mostra, i convegni con gente con la puzza sotto il naso.

Non c’è una scuola per l’umanità e anzi, per esperienza personale, umanità si sposa alla perfezione con umiltà, quella che troviamo nei cosiddetti bassifondi. L’abilitazione alla vita non ce la conferisce nessuno, ce la guadagniamo vivendo, appunto, nel migliore dei modi.Gli abilitati alla vita magari li trovi a dormire in un cartone all’uscita di una banca, nella povertà di una casa con solo un pezzo di pane a tavola, nel caos di un ospedale da campo.

Sei scrittore? Sfigato! Magari con le tue parole incidi molto di più di un’orazione di un avvocato ma non è un lavoro redditizio, no pecunia no party! Povero te!
Sei felice dopo aver servito ai tavoli per dieci ore solo perché sei libero? Tanta roba ti direbbe un “professore di vita”, folle ti dice una persona qualunque.
La società non funziona, “l’università della vita” non sbaglia un colpo perché premia anche una piccola dose di follia.

Non è forse questo un miracolo?

Torni la sera dopo una giornata di lavoro e trovi il tuo cane che ti scodinzola. Soffre, ha un tumore, magari non lo calcoli di striscio, preso dal tuo disordine mentale, lui continua le sue feste, ti ama a prescindere.

Clara è in un letto d’ospedale ormai da un anno. Ci sono poche speranze per la sua vita, la malattia non la vuole lasciare, ma ti sorride sempre. Crede ancora di farcela, in ogni caso vuole che sua madre mantenga il ricordo del suo viso radioso e felice.

Ci sono Gianluca e Alessio, paraplegici. Lo Stato non perde occasione per sbeffeggiarli con la sua burocrazia, loro continuano la loro battaglia di giustizia con tenacia e ammirevole abnegazione, nonostante tutto.

Maurizio, tre figli, ha perso il lavoro da una settimana. Non ha cambiato il suo atteggiamento nei confronti della vita, si alza ogni mattina alle 7, sorride al sole, guarda estasiato il cielo azzurro, ogni volta, come se fosse la prima.

In una città in cui quasi tutti si sono piegati al crimine, Paolo ha deciso di dire basta. Vive sotto scorta, è costretto a spostarsi di continuo, ha costretto a questa vita anche i suoi due figli. Lo guardano ogni sera con occhi meravigliati, hanno un papà-eroe, sono le persone più felici del mondo, si bastano vicendevolmente come famiglia.

In un paesino distrutto dal terremoto, ogni pomeriggio, Cristina si pittura la faccia e raggiunge le tendopoli dove sono accampati gli sfollati. Indossa il suo migliore sorriso, allevia dolori, restituisce speranza e innocenza ai bambini.

Perché cercare dunque il miracolo nell’inspiegabile e nel mirabolante?

Il diritto di morire in pace

Un assedio, un vero e proprio “bordello” mediatico, tutti a dire la propria, tutti massimi esperti. Dj Fabo e il suo desiderio di morire, da realizzare fuori dall’Italia, in Svizzera per la precisione, perché ogni velleità di eutanasia, nel nostro Paese, è rispedita con forza al mittente.
Sono profondamente scosso per tutto questo casino, per una vita che se ne va dopo anni di sofferenza, per gli sciacalli mediatici che sono saliti anche in questo carro, l’ennesimo.

Dj Fabo non voleva che succedesse tutto questo, ha denunciato, tramite le Iene, le sue sofferenze e l’indifferenza del nostro Paese verso chi versa nelle sue condizioni. Dj Fabo viveva a mille la sua vita, piede costante sull’acceleratore, musica e nottate insonni. All’improvviso si è trovato fermo, paralizzato, cieco. Una vita che non era più vita, era nato per spaccare il mondo e si è ritrovato legato, costretto, senza più alcuno stimolo.

Io non condanno, io non assolvo, io non sono giudice. Non mi ergo a paladino della verità, non so quale sia la soluzione giusta. Non uso una vicenda “umanamente” drammatica come veicolo di propaganda politica, non strumentalizzo il dolore di una fidanzata innamorata, non dico che sia giusto morire né che sia giusto vivere in quelle condizioni.
Io non riempio twitter di mille pensieri, bacchettando chi la pensa diversamente da me.
Io rispetto una pagina umana che fa male, perché una vita se ne è andata, insieme al suo dolore trascinato ormai troppo a lungo.

C’è il diritto alla vita, riconosciuto dalla nostra Costituzione.
Riconosciamo anche il diritto alla morte, il diritto di morire in pace

Due disabili e la politica “alla siciliana”

Gianluca e Alessio Pellegrino, due ragazzi disabili a Palermo. Non è una favola, ma l’ennesima brutta storia tutta all’italiana, nata da una denuncia, protattasi nel tempo, delle Iene. Una trasmissione televisiva che arriva laddove il singolo cittadino non può arrivare, strozzato dalla burocrazia, respinto dalla strafottenza, annichilito dai giochi di potere.
Qui tutto è più grave però, perché Gianluca e Alessio necessitano di un’assistenza continua, sono tetraplegici. No, non parliamo assolutamente di pietismo, Gianluca e Alessio ragionano bene, meglio di chiunque altro, non sono fessi e contribuiscono a smascherare le “porcheri”e dell’assessore della giunta Crocetta, Gianuca Miccichè.

Il non fare, a volte, è peggio del fare male o fare illegale e Gianluca e Alessio aspettano da più di un anno il risconoscimento di un loro diritto: l’assistenza 24 ore su 24 avendo un’invalidità totale. Dopo il primo servizio delle Iene le ore di assistenza passano da 3 a 5, un contentino, come se Gianluca e Alessio avessero scritto sulla fronte “giocondo”.
Sono fermi, immobili e per molti possono apparire anche innocui, al diavolo dunque la giustizia e il riconoscimento dei diritti, si continua a fare politica “alla siciliana”.

3 ore di assistenza in origine, 5 attuali, 24 ore necessarie, tutti numeri, a cui si aggiunge, in un’illogica ruota di Palermo, anche l’8, come le ore di attesa al freddo, che Gianluca e Alessio si sono dovuti sorbire per aspettare sempre lui, Gianluca Miccichè, assessore regionale alle Politiche sociali, che, da gran signore, non li ha degnati della sua preziosa presenza.
Dopo il servizio andato in onda, il nostro Gianluca assessore, è però andato, da gran signore, a casa dei nostri Gianluca e Alessio e, sempre da gran signore, ha chiesto ai due una mano, per conservare il posto e per smorzare le polemiche.
No, non è uno scherzo, l’assessore Gianluca chiede aiuto a due ragazzi tetraplegici che da oltre un anno chiedono il riconoscimento di un diritto essenziale.

Altro servizio delle Iene e dimissioni di Miccichè, con i nostri due amici che dovranno confrontarsi con altre cime e con un sistema marcio sin dalle radici.
Perché, ve lo dice un siciliano, la Regione Sicilia non ha la minima idea di cosa possa significare “politiche sociali”, noi la politica la facciamo a modo nostro, ci piace dare spettacolo, facciamo commedia sulla vita delle persone.

Felicità fa rima con semplicità

Non dare per scontato un cielo azzurro e un sole, c’è chi non può vederlo.
Non dare per scontata una stella luminosa in cielo, può cadere da un momento all’altro.
Non dare per scontato un sorriso, perché ci saranno periodo in cui anche solo accennarlo sarà difficile.

Non dare per scontato un “ti amo” o un “ti voglio bene”, fa bene dirlo e fa piacere sentirlo.
Non dare per scontato un abbraccio, quando deciderai finalmente di darlo potrebbe essere tardi.
Non dare per scontato lo scondinzolio del tuo cane, come lui non dà per scontato, ogni giorno, il tuo arrivo.

Non dare per scontato nulla, il tuo battito, il tuo respiro, una struttura che funziona alla perfezione perché anche le cose che a te sembrano semplici, per altri possono essere una grande conquista o una cima impossibile da raggiungere.
Felicità fa rima con semplicità, non c’è bisogno di chissà quale volo pindarico.

L’amore muove il mondo

L’amore muove il mondo, l’amore può curare una società malata.
San Valentino è un giorno, un’occasione per esprimerlo, per ricordarsi della sua importanza ma l’amore non è soltanto un sentimento da condividere con una persona, l’amore sta nelle relazioni, nel nostro giornaliero, con l’amore raccontiamo chi siamo e cosa possiamo dare al mondo.
L’amore di due fidanzati, di due amanti, di due sposi.
L’amore dei genitori nei confronti dei figli e dei nonni per i nipoti.
L’amore verso la propria Patria, per i suoi usi e costumi, per i suoi profumi e per le sue tradizioni.
L’amore per i più deboli, per gli indifesi, per chi non ha un tetto sopra la testa, ogni giorno ed ogni notte.
L’amore per la giustizia, per il vivere civile, per la legge sovrana e per la democrazia.
L’amore per i bambini, per la loro leggerezza e per un sorriso che ti riaccende in un momento particolarmente buio.
L’amore di un figlio imperniato sulla riconoscenza, l’amore che diventa sinonimo di amicizia, quella forte, indissolubile e vera.

L’amore per il proprio lavoro, per le passioni e per le cose semplici della vita.
L’amore per una giornata di sole, per la natura, per gli animali.
L’amore per se stessi, per il proprio corpo e per la propria anima, un Dio custodito nel profondo, da proteggere contro tutto e tutti.
L’amore di un missionario per il sociale, di un volontario per l’altruismo, di una maestra per i propri alunni.

Tutto è amore. Smuovere il cuore per muovere il mondo, per farlo girare, finalmente, nel verso giusto

Devo vivere per te

Devo vivere per te che intubato, paonazzo e senza respiro, non hai smesso un attimo di dispensarmi i tuoi sorrisi.
Devo vivere per te, che con una gamba acciaccata e col serbatoio di energie svuotato da una malattia illogica, non hai smesso un attimo di giocare
Devo vivere per te, una flebo al braccio migliore amica della tua giornata, nonostante la spensieratezza dei tui grandi occhioni azzurri.

Devo vivere per te, per i tuoi capelli che si sono nascosti in attesa di tornare più belli di prima.
Devo vivere per te, magro e pallido a rivendicare il tuo diritto a soffrire in santa pace.
Devo vivere per te, grande e grosso all’entrata, piccolo e fragile all’uscita.

Devo vivere per te, pazzo per la società, tremendamente affascinante nella tua creatività.
Devo vivere per te, gli occhi fermi e bui, la vista del cuore che apre nuovi orizzonti.
Devo vivere per te, che anche se down in inglese significa giù, mi hai fatto andare su, come in un ascensore supersonico

Devo vivere per te, ora ancor di più, sei andato in un mondo migliore ma non ti hanno chiesto il consenso.
Devo vivere per te, perché anche un ospedale può diventare il posto migliore del mondo.

Devo vivere per me perché tu lo hai fatto, fino alla fine.

Da stagista a stragista il passo è breve

“Cercasi giornalista che sappia scrivere articoli, impaginarli e ottimizzarli in ottica Seo.
Il redattore dovra spaziare su cronaca, attualità, mondo animale, giardinaggio, ufologia, botanica, scienze dei limoni, tulipanologia e varie ed eventuali.
Dovrà vantare un’esperienza di almeno 27 anni in posizione analoga ed avere meno di 30 anni. Richiesta grande flessibilità e dedizione al lavoro.
Si offre stage di sei mesi con possibilità di rinnovo e successiva assunzione. Previsto un rimborso spese.

Ho esagerato? Forse. Ho inventato? Purtroppo no. Ok magari scienze dei limoni e tulipanologia me le potevo risparmiare ma leggo gli annunci di lavoro ormai da molti anni e ogni giorno è una nuova scoperta, meglio di un film comico, i limiti alla decenza sono abbondantemente superati.
Ti chiedono di saper fare tutto, ti chiedono più anni di esperienza di quelli che hai sulla carta d’identità, le due parole “grande flessibilità” sono un piede di porco micidiale che può scassinare la tua vita per sempre perché sempre lavorerai, giorno e notte.
Non ti assumono eh, anche a fronte di tutta questa mole di lavoro. Ti propongono uno stage, che dovrebbe essere il tuo trampolino di lancio verso una nuova azienda. Lo usano come il prezzemolo, è un tappabuchi potentissimo, lo stage non si trasforma quasi mai in assunzione perché alle porte c’è un nuovo stagista per sei mesi e poi un altro ancora.

Devi ritenerti fortunato, ti danno un rimborso spese, addirittura i ticket restaurant, poi hai a che fare con professionisti del settore, che stai sicuro, quasi sempre, non sono entrati con lo stage come hai fatto tu ma hanno avuto il passepartout speciale (storie di parentele e raccomandazioni). Linfa preziosa per le aziende, incubo per giovani e meno giovani, che vengono rimbalzati da un posto all’altro, a condizioni disumane. I governi lo rivendicano come preziosa conquista, tanto i politici siedono sulle loro seggiole dopo aver leccato il culo di turno, di sicuro non dopo uno stage.

Lo usano tutti, dalle piccole alle grandi aziende, ti intortano bene la faccenda, ti dicono che devi essere addirittura fiero di calcare lo stesso pavimento del professionista di turno. Mangi addirittura allo stesso tavolo, siedi nei divani di pelle umana (dello stagista precedente), torni a casa orgoglioso ma senza il pane da mettere sulla tavola (hai però un pasto assicurato al giorno grazie al ticket restaurant).

Dopo un po’ torni in te stesso e da stagista diventi stragista, ne hai piene le scatole degli “stage” particolari garantiti a parenti e strafighe. Male che vada ti manderanno in carcere, probabilmente, anche lì, in stage.

In questa gabbia, in questo canile, per sempre!

Sono qui, un’altra giornata come le altre, stavolta un uomo e una donna insieme, passeggiano in mezzo alle gabbie. Ogni volta è una gara, a chi abbiaia di più, a chi si fa notare di più, è il nostro momento, dobbiamo convincere un essere umano a prenderci con sé. Il nostro momento di gloria, siamo tanti, forse troppi, chiusi in queste piccole gabbie, non c’è spazio per muoversi, siamo bloccati, mentre altri cani, fuori, corrono sui prati.

Lo chiamano canile, ma in realtà è più spesso una prigione, sì vero, mangiamo e beviamo, ma siamo isolati, seppur così vicini. Non possiamo giocare insieme, eppure ci sono cani così simpatici! C’è chi sta isolato, non parla (abbia) mai, si è rassegnato a passare tutta la sua vita in quella gabbia, c’è chi è più giocherellone, chi è di buonumore e chi non ha ancora perso la speranza, nonostante tutto.

Sono altruista come cane, gioisco delle gioie dei miei colleghi, ho in mente l’immagine di Max, quel pelosone della gabbia accanto, tanto triste fino al giorno in cui Maria, una piccola bambina bionda e chiassosa, lo ha liberato da questa agonia. Ho visto subito un sorriso sulla sua faccia (o almeno la parte di faccia che si poteva vedere con tutto quel pelo), ha cominciato a muoversi freneticamente, nonostante il torpore delle giornate passate “al fresco”.
Sì, succede così, dimentichi anche come si cammina, in quel poco spazio non ti resta che stare fermo, muoverti il meno possibile, tanto non serve a nulla.

Sono altruista in genere ma oggi mi sento egoista, ripenso al tempo in cui mi trovavo all’aperto, in città come sui prati, nei boschi come in campagna e voglio tornare ad essere felice. Forse anche all’inferno avrei più spazio, quindi ben venga un posto diverso, mi accontenterei di un padrone qualunque, seppur lunatico comunque qualcuno in carne ed ossa a cui far festa. Arrivano quattro persone, scelgono sempre gli altri, forse sono bruttino all’esterno ma vedessero che cuore ho e quanto posso dare!

Rimarrò ancora in questa gabbia, in questo canile, forse per sempre!