Il coraggio di un istante

Sabato sera, ore 21.00, giro in centro con la macchina, ad un certo punto, dopo tanto cercare, trovo un parcheggio, il sollievo dopo lo stress, mi si avvicina un tizio, mi chiede i soldi, la sua mano si impone su di me, non ho altra scelta, faccio per prendere delle monetine dalla macchina, trovo solo 50 centesimi.
Mi dice che è poco e che nella “sua zona” si paga minimo 1 euro. Pago e vado avanti, non esco tutte le sere, che cosa sarà mai quella monetina…
Sabato sera, ore 21.00, giro in centro con la macchina, ad un certo punto, dopo tanto cercare, trovo un parcheggio, il sollievo dopo lo stress, mi si avvicina un tizio, mi chiede i soldi, la sua mano si impone su di me, vado dritto per la mia strada, ho diritto a parcheggiare, non mi piego ad un’estorsione in piena regola, penso che con i piccoli buoni esempi si può costruire un mondo migliore. Al ritorno trovo la macchina danneggiata. Mi dirigo verso la caserma dei carabinieri e denuncio. Mi comporto come cittadino, come finirà poi si vedrà…

Domenica, ora di pranzo, sono tornata a casa dal parrucchiere, non ho ancora preparato da mangiare. Non riesco nemmeno ad entrare a casa, è la solita furia, mi trascina sul divano, mi spoglia e mi costringe a fare l’amore. Mi insulta, dice che sono una poco di buono, che non svolgo le faccende di casa, che mi diverto fuori mentre lui lavora. Mi rivesto e mi metto ai fornelli, sono stravolta ma devo accontentarlo, la prossima volta potrebbe essere ancora più violento.
Domenica, ora di pranzo, sono tornata a casa dal parrucchiere, non ho ancora preparato da mangiare. Non riesco nemmeno ad entrare a casa, è la solita furia, mi trascina sul divano, mi spoglia e mi costringe a fare l’amore. Mi insulta, approfitto di un attimo in cui è distratto e corro più veloce che posso. Lo denuncio, non permetterò che domani sia ancora più violento, merito la felicità, sono una donna e solo per questo merito rispetto.

Lunedì mattina, solita giornata di scuola, vedo Giovanni pestato ancora una volta, ridono tutti, godendosi lo spettacolo. Non mi resta che unirmi al coro, è divertente e figo stare dalla parte dei più forti!
Lunedì mattina, solita giornata di scuola, vedo Giovanni pestato ancora una volta, ridono tutti, godendosi lo spettacolo. Stavolta intervengo, il mio senso di giustizia non accetta più un atteggiamento omertoso. Prendo pugni e calci ma alla fine Giovanni mi sorride. Ho lividi e ferite ma ho anche un nuovo amico.

 

 

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Il potere è nulla senza il controllo

Prendo in prestito la frase di una famosa campagna pubblicitaria e la modifico un po’, d’altronde potenza e potere sono vocaboli che esprimono un concetto molto simile.
La cronaca ci presenta ormai giornalmente storie di uomini di potere che perdono il controllo e la faccia, che non riescono a porsi un limite, che credono di poter comprare tutto col denaro, anche la dignità.

Weinstein, l’orco che ha sconvolto il mondo, le violenze subìte da svariate attrici, i ricatti sessuali, veri e propri stupri in piena regola. Il potere compra anche il silenzio, l’omertà è una conseguenza spiacevole, manca il coraggio, si vede sfumare il proprio sogno perché un certo mondo funziona in un determinato modo.

Il sesso, croce e delizia dell’essere umano, il successo che regala una parvenza di onnipotenza, i soldi come lasciapassare universale, le tre S maledette, se perdi il controllo perdi umanità e dignità in un colpo solo. Il gioco è retto fino ad un certo punto, prima o poi il castello cade e torni in basso, molto in basso, il successo svanisce così come il sesso e i soldi.

Siamo circondati da giochi di potere e non c’è bisogno di andare fino ad Hollywood. Il potere è una cosa bellissima se governata, permette di firmare veri e propri capolavori per l’umanità. A volte è uno stivale che calpesta la qualsiasi, a volte è un grande telo che offusca merito e trasparenza, a volte è una trivella che abbatte case con persone dentro.

Una grande illusione perché alla fine il potere più grande lo conferisce l’umanità, il saper stare in mezzo al mondo nel pieno rispetto delle regole, la comprensione dei sentimenti umani e delle dinamiche legate ad essi.

Il potere di essere UOMINI, chi può dire di averlo al giorno d’oggi?

Anna Frank non ha bisogno di questo show

Anna Frank, un nome e un cognome, che in realtà sarebbero da ricondurre a Annelies Marie Frank.
Anna Frank, una ragazza coraggiosa, che con le parole ha smosso macigni, le stesse parole che, in queste ore, la stanno infangando. Tutto nasce con un gesto becero di alcuni ultras della Lazio, adesivi che raffigurano Anna con la maglia della Roma, storie di politica, estrema destra, storie di straordinaria follia.

Di lì in poi tante cose belle e tante cose brutte: la dura condanna da parte del mondo del calcio, una pagina del Diario di Anna Frank letta prima di ogni partita, le reazioni dell’opinione pubblica coese e sdegnate. Ma anche a uno show in piena regola: allenatori che parlano senza cognizione di causa, chi si erge a paladino per farsi bello, chi dice addirittura di non conoscere Anna Frank, chi si gira tutte le televisioni per dissociarsi dai propri tifosi e poi casca in fallo come un principiante.

Non abbiamo bisogno delle parole di Claudio Lotito per ricordare gli orrori della Shoah, non abbiamo bisogno delle sue visite alla Sinagoga per chiedere scusa ad un mondo che ha sofferto troppo. Una pagliacciata in piena regola, la registrazione di uno sfogo nel bel mezzo di un aeroporto tra i più affollati al mondo, un’arroganza senza uguali.

Anna Frank ha scritto pagine memorabili di storia, ha scavato nell’animo umano con parole semplici e dirette, ha raccontato una sofferenza diretta, il brivido della fuga, gli orrori perpetrati da altri esseri umani, una guerra illogica, uno sterminio abominevole.
Anna è una figura affascinante, carismatica, un sorriso che ti conquista subito, una serenità che contrasta con una fase storica drammatica.
Leggiamo il suo diario prima delle partite ma Anna non ha bisogno del calcio per essere ricordata, né di uno show in piena regola che la trasformi in un fenomeno da baraccone.

Perché non c’è bisogno di essere uomo per avere gli attributi, lo sa Anna Frank che per arricchire le sue pagine rischiava la propria vita, non lo sa, di sicuro, chi uomo crede di esserlo e chi, fenomeno da baraccone, lo è di sicuro.

I soldi non fanno l’umanità

Esseri umani, siamo esseri umani. Houston, abbiamo un problema! Ce ne siamo dimenticati, meglio ripeterlo, siamo esseri umani!
Ho frequentato diversi posti di lavoro, probabilmente tanti ancora ne frequenterò.
Ho frequentato diversi ambienti “di vita”, probabilmente tanti ancora ne frequenterò.
Ho visto professionisti esemplari nel loro lavoro ma dilettanti nella vita.
Ho visto persone deviare il proprio percorso verso un altro ascensore perché prendere lo stesso “mezzo” di uno stagista sarebbe stato mischiarsi con la plebe.
Ho visto cose che voi umani proprio…parlo con voi, umani veri, perché non basta avere una conformazione da uomo per esserlo.

Uomo è portatore di emozioni, di sentimenti, manifestante di umanità.
Uomo è sorriso, rabbia, verità. Uomo non è avvocato, né medico, né calciatore, uomo è chi tende la mano agli emarginati, chi guarda all’essenza e non all’apparenza. Un abbraccio a quelli che non hanno magari un titolo altisonante, a quelli che hanno deciso di puntare sulla propria umanità.

Tutti bocciati all’esame di abilitazione alla vita, tutti tronfi con un pezzo di carta appeso alla parete. Ricchi da non saper dove mettere i soldi, soli nella loro indifferenza, i titoli dei giornali li esaltano, la vita li ha già etichettati come perdenti.

L’ascensore degli esseri umani è sempre più vuoto ma il portatore di umanità incita coloro i quali vogliano entrarci. Basta ascoltare la propria essenza, a niente vale un assegno a 9 zeri.

I soldi non fanno l’umanità.

I veri uomini amano le donne

“Sto uscendo, vado a correre al parco”
“Sto partendo, mi faccio sentire io quando arrivo”
“Prendo i mezzi e ti raggiungo”
“Sto lavorando, ti chiamo appena finisco”.

Quattro frasi, le avremo pronunciate un sacco di volte senza rendercene conto, la normalità, la rotuine.

“Donna stuprata al parco, si cerca l’aggressore”
“Si finge conducente a noleggio e poi la violenta”
“Aggressioni e violenze fisiche e psicologiche aumentano sempre più sui mezzi pubblici”
“Medico di base segregato e violentanto mentre svolgeva il turno di lavoro”.

Vogliono uccidere la libertà, generare paura, a volte addirittura terrore. Bisogna guardarsi avanti, indietro, a destra e a sinistra, però:

  1. Non chiamateli uomini perché non lo sono, i veri uomini amano le donne;
  2. Non chiamateli neanche bestie, conosco delle bestie che mai si sognerebbero di fare certe cose;
  3. Parliamone, non distogliamo mai l’attenzione da un problema sociale e non diamola vinta a questi poveri pazzi.

Mia sorella vuole correre, stare a contatto con la natura, respirare aria di mare, essere libera. Lo fa, perché le donne sono forti, quasi indistruttibili.
La mia ragazza vuole uscire la sera, spostarsi liberamente con i mezzi pubblici, avere la libertà di fare una passeggiata per ammirare le bellezze della sua città.
Io da uomo che ama le donne vorrei tenerle in una campana di vetro, lontane da ogni parvenza di pericolo, ma non serve.

Le donne lo sanno, dice una canzone di Ligabue, le donne l’han sempre saputo.
Sanno che ci sono uomini e uomini, sanno che la loro libertà va affermata costi quel che costi, sanno anche essere sempre più prudenti e coscenziose.

I veri uomini amano le donne e sanno che queste merde saranno sempre presenti.
I veri uomini amano le donne e non accettano che queste merde la facciano franca.
I veri uomini amano le donne e non accettano che altri uomini non applichino le leggi o che altri uomini concepiscano leggi troppo morbide.

C’è in gioco la libertà, di una corsetta, di un viaggio, di un giro in bus, di donna!

 

Non posso scegliere la mia terra!

Ci sono terre meravigliose, abbandonate a se stesse, riflettono di luce propria, vivono di passato, non offrono speranze nel presente.
Eppure la gente ci nasce, ci cresce, si innamora, disegna percorsi più o meno intricati, vorrebbe piantare la propria bandiera in mezzo ai propri ricordi, alla propria gente, ma non può.

Il Sud ti fa innamorare e poi ti toglie tutto, il Nord ti accoglie con la sua efficienza, unica strada possibile anche se bisogna voltare le spalle a volti familiari, a solchi delineati sin da bambini.
Nasciamo in posti meravigliosi ma siamo costretti a lasciarli, prima o poi il succo dell’arancia finisce, puoi spremere quanto vuoi ma, ad un certo punto, rimani di sicuro a bocca asciutta.
Apriamo la finestra respirando la brezza di mare, usciamo per strada e respiriamo aria di rassegnazione, ci abbiamo rinunciato in partenza, forse non ci abbiamo mai realmente creduto.

Affetto o lavoro, amore o efficienza, ci costringono a scegliere, a volte dobbiamo voltare le spalle ad un intero Paese. Siamo la generazione dei nomadi, quella del “è già tanto se trovi un lavoro, uno qualunque”, quella costretta a spostarsi come una immensa trottola impazzita. Ci chiedete perché non mettiamo radici, non guardate a cosa (non) ci avete lasciato. Dobbiamo scegliere tra famiglia e pane sotto i denti, tra carriera e affetto, tra morire di fame e morire di amore.

Famiglia d’origine, lavoro e nuova famiglia nello stesso posto? Quasi impossibile. Non abbiamo scelta, i nostri sentimenti messi costantemente sotto centrifuga, palline impazzite che non riusciranno mai a rubarci. Lo hanno già fatto con i nostri sogni.

Un selfie all’anima

Amo la tecnologia, la velocità di pensiero che ci ha regalato, i contatti facili in tutto il mondo, la rapidità d’informazione. Ho qualche dubbio sul suo abuso che tra 50 anni (ottimisticamente, ma credo tra molto meno) assumerà proporzioni preoccupanti.

Si vive di emozioni, di attimi impressi nella mente, di momenti indimenticabili perché custoditi nell’anima. Quando c’è un evento prendiamo per prima cosa il cellulare, un click e immortaliamo tutto, abbiamo colto l’attimo tecnologico ma abbiamo perso l’attimo di vita.

La canzone del tuo cantante preferito in un concerto, smartphone in mano, alla ricerca della risoluzione perfetta, intanto ci perdiamo le corde emozionali sfiorate da quelle parole, una “memoria storica” che vale molto più di un video in mezzo a mille altri.

Il nostro bambino che cammina per la prima volta, una gioia unica, da vivere pienamente. Un tramonto in una location in cui non torneremo più, il silenzio di una montagna pieno di messaggi per noi. Le foto regalano ricordi, consegnano malinconia, fissano l’attimo ma non parlano, potevi essere protagonista della scena ma sei stato dietro le quinte.
Sì, è vero, hai realizzato lo scatto migliore da un’angolatura perfetta, lo guardi e lo riguardi fiero ma a volte fai fatica ad entrare nel tuo stesso riquadro.

Forse sarebbe il caso di vivere la scena prima di immortalarla.
Forse il carpe diem sta in un respiro di vita al momento giusto e non in un click istantaneo.
Forse il selfie dell’anima, alla fin fine, è l’unico per cui valga la pena “scattare all’istante”

La curva del destino

Notte di ferragosto, spiaggia piena di gente, amici, sballo senza controllo.
Abbiamo portato tutto, vino, birra, superalcolici, ah sì, anche qualcosa da mangiare, giusto per non sbarellare subito, giusto per reggere almeno un’oretta prima di non capire più niente.
Bevo un po’ di vino bianco, dal bicchiere, poi penso che sono un coglione, mi attacco alla bottiglia, se vado avanti a bicchieri mi prendono per uno sfigato.
Vino rosso, martini, rum, vodka, poi ricomincio con la giostra, c’è una con un culo da paura dall’altro lato del falò, devo provarci prima di non capire più niente.

Sono le due, è ancora presto, prestissimo, ci sono due infrattati dietro la porta d’ingresso del lido, io cammino ancora abbastanza dritto, sono ancora un po’ cosciente, mi rendo conto delle cose, cazzo come reggo l’alcool io nessuno!
Decido di bere, vodka direttamente dalla bottiglia mentre gli altri mi mettono alla prova. Applausi, fischi e tanto entusiasmo, sono il re della serata, capita spesso, sono figo!

Sono le tre, sono sdraiato su un telo, non ci sto capendo più niente. Vedo tutto girare, ho vomitato anche l’anima, un ferragosto da leoni, ma non voglio fermarmi qui.
La bionda è ancora lì, sembra non aver bevuto neanche un goccio, io sì, faccio per rimettermi in piedi e cado come un salame.
Dormo due ore, sono le cinque, gli altri vogliono tornare a casa. Ho dormito, sono riposato, ma ancora mi gira la testa, vomito un po’ qua e là, ancora sto delirando ma d’altronde non sono stato mai un tipo particolarmente acuto.

Accendo la mia macchina truccata, siamo in quattro, cominciamo a cantare con la musica che ci spacca le tempie, TUTTI devono sentire quanto ci stiamo divertendo.
Comincio ad avere sonno, non lo do a vedere, stiamo per arrivare, l’acceleratore sempre più premuto, adesso faccio vedere a tutti come prendo questa curva, quanto sono figo!

Erano fighi anche quelli con cui mi sono scontrato, ho sbagliato la curva e ho fatto un disastro, c’era una coppia che si sarebbe sposata di lì a poco.

Io sono sopravvisuto, i miei amici chissà, quella bellissima coppia ubriaca di vita, che aveva deciso di andare a mare alle prime luci dell’alba, ci ha lasciato per sempre.

E’ più facile amare con il cuore degli altri

Si nasce con un solo cuore. Batte, all’inizio forte, da bambini ci si sorprende per tutto, un battito continuo, si ama la vita, il mondo appare come una meravigliosa tavolozza piena di colori. Amiamo alla follia i nostri genitori, i nostri amici, l’altalena al parco, le serate davanti ai cartoni animati, il cuore ride insieme alla bocca.

Cresciamo, arrivano i condizionamenti, l’immagine dell’uomo che non deve dimostrarsi debole, che non deve piangere, caterpillar del successo, inflessibile. I sentimenti ci sono ancora, forse un po’ meno puri. Abbiamo preso delle botte anche al cuore vero, è ammaccato, ma proviamo ancora tanto amore verso quello che ci circonda.

Cominciamo ad amare con il cuore degli altri. Ci emozioniamo davanti ad un film, viviamo l’amore dei protagonisti ma facciamo fatica a sentire il nostro battito.
I bambini sono il nostro toccasana, la loro voglia di stupirsi per qualsiasi cosa è linfa vitale, viviamo nei loro occhi e con le loro emozioni. Vediamo la ragazza che ci piace ma non ci esponiamo, vorremmo urlare un “Ti amo” la cui eco non finisca mai, ma “Sua Maestà” società ci vuole duri e stiamo zitti.

Adoriamo un amico, ma dire un “Ti voglio bene” dopo 30 anni è proibito da chissà quale legge. Eppure facciamo un applauso ideale all’eroe del nostro libro che trova il coraggio di manifestare il suo affetto.

Amare con gli occhi degli altri, amare con il cuore degli altri, tutto bello, ma a volte lo facciamo per non mettere in moto il nostro organo più nobile.

Bambini e animali possono essere i nostri maestri di vita, in fondo lasciarsi andare è sempre la scelta migliore.

La debolezza di chi alza la voce

Urla a tutto spiano, voci alte a voler dominare il mondo, occhi spiritati. Nel lavoro, in famiglia, per strada, al supermercato, è una gara a chi la fa più grossa.
Forti e invincibili, fermi e convinti, uno schieramento nutrito. Hanno appena inveito contro il ragazzo che fa le pulizie, un’umiliazione dopo l’altra, il sorriso beffardo di chi si crede superiore.

Urlano contro i propri figli, tra le pareti di una casa o nel bel mezzo di una via trafficata, potrebbero dire la stessa cosa diminuendo i propri decibell, ma no, non sarebbe proprio la stessa cosa, la soddisfazione allora dove sta?

Un errore a lavoro e via con il vocione, non sentono giustificazioni, non riescono a sostenere un confronto verbale, l’ultima parola deve essere la loro.

Urlano persino nel bel mezzo della notte, mentre tutti dormono, mentre i vicini stanno per svegliarsi, l‘arroganza non ha prezzo, l’immortalità è solo una mera illusione.

Impazienti e scontrosi, non ti danno una seconda possibilità, urlano e si credono forti. Non puoi sbagliare, non puoi permetterti di essere debole, non sei un vero uomo!

Accendono la televisione e sentono un pacato discorso di Papa Francesco. Si sintonizzano sulla radio e ascoltano la voce calma ma decisa di Gandhi. Ammirano le immagini di Madre Teresa, piccolo tornado sottovoce.

Urlano stizziti, biascicano le solite due parole confuse, sono nervosi. Si rendono conto di non avere niente da dire, attaccano per non doversi difendere. Creeranno bambini tromboni o bambini traumatizzati, contribuiranno ad alzare il volume di una società che non riesce più a usare le parole nel modo e col tono giusto.