I soldi non fanno l’umanità

Esseri umani, siamo esseri umani. Houston, abbiamo un problema! Ce ne siamo dimenticati, meglio ripeterlo, siamo esseri umani!
Ho frequentato diversi posti di lavoro, probabilmente tanti ancora ne frequenterò.
Ho frequentato diversi ambienti “di vita”, probabilmente tanti ancora ne frequenterò.
Ho visto professionisti esemplari nel loro lavoro ma dilettanti nella vita.
Ho visto persone deviare il proprio percorso verso un altro ascensore perché prendere lo stesso “mezzo” di uno stagista sarebbe stato mischiarsi con la plebe.
Ho visto cose che voi umani proprio…parlo con voi, umani veri, perché non basta avere una conformazione da uomo per esserlo.

Uomo è portatore di emozioni, di sentimenti, manifestante di umanità.
Uomo è sorriso, rabbia, verità. Uomo non è avvocato, né medico, né calciatore, uomo è chi tende la mano agli emarginati, chi guarda all’essenza e non all’apparenza. Un abbraccio a quelli che non hanno magari un titolo altisonante, a quelli che hanno deciso di puntare sulla propria umanità.

Tutti bocciati all’esame di abilitazione alla vita, tutti tronfi con un pezzo di carta appeso alla parete. Ricchi da non saper dove mettere i soldi, soli nella loro indifferenza, i titoli dei giornali li esaltano, la vita li ha già etichettati come perdenti.

L’ascensore degli esseri umani è sempre più vuoto ma il portatore di umanità incita coloro i quali vogliano entrarci. Basta ascoltare la propria essenza, a niente vale un assegno a 9 zeri.

I soldi non fanno l’umanità.

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I veri uomini amano le donne

“Sto uscendo, vado a correre al parco”
“Sto partendo, mi faccio sentire io quando arrivo”
“Prendo i mezzi e ti raggiungo”
“Sto lavorando, ti chiamo appena finisco”.

Quattro frasi, le avremo pronunciate un sacco di volte senza rendercene conto, la normalità, la rotuine.

“Donna stuprata al parco, si cerca l’aggressore”
“Si finge conducente a noleggio e poi la violenta”
“Aggressioni e violenze fisiche e psicologiche aumentano sempre più sui mezzi pubblici”
“Medico di base segregato e violentanto mentre svolgeva il turno di lavoro”.

Vogliono uccidere la libertà, generare paura, a volte addirittura terrore. Bisogna guardarsi avanti, indietro, a destra e a sinistra, però:

  1. Non chiamateli uomini perché non lo sono, i veri uomini amano le donne;
  2. Non chiamateli neanche bestie, conosco delle bestie che mai si sognerebbero di fare certe cose;
  3. Parliamone, non distogliamo mai l’attenzione da un problema sociale e non diamola vinta a questi poveri pazzi.

Mia sorella vuole correre, stare a contatto con la natura, respirare aria di mare, essere libera. Lo fa, perché le donne sono forti, quasi indistruttibili.
La mia ragazza vuole uscire la sera, spostarsi liberamente con i mezzi pubblici, avere la libertà di fare una passeggiata per ammirare le bellezze della sua città.
Io da uomo che ama le donne vorrei tenerle in una campana di vetro, lontane da ogni parvenza di pericolo, ma non serve.

Le donne lo sanno, dice una canzone di Ligabue, le donne l’han sempre saputo.
Sanno che ci sono uomini e uomini, sanno che la loro libertà va affermata costi quel che costi, sanno anche essere sempre più prudenti e coscenziose.

I veri uomini amano le donne e sanno che queste merde saranno sempre presenti.
I veri uomini amano le donne e non accettano che queste merde la facciano franca.
I veri uomini amano le donne e non accettano che altri uomini non applichino le leggi o che altri uomini concepiscano leggi troppo morbide.

C’è in gioco la libertà, di una corsetta, di un viaggio, di un giro in bus, di donna!

 

Non posso scegliere la mia terra!

Ci sono terre meravigliose, abbandonate a se stesse, riflettono di luce propria, vivono di passato, non offrono speranze nel presente.
Eppure la gente ci nasce, ci cresce, si innamora, disegna percorsi più o meno intricati, vorrebbe piantare la propria bandiera in mezzo ai propri ricordi, alla propria gente, ma non può.

Il Sud ti fa innamorare e poi ti toglie tutto, il Nord ti accoglie con la sua efficienza, unica strada possibile anche se bisogna voltare le spalle a volti familiari, a solchi delineati sin da bambini.
Nasciamo in posti meravigliosi ma siamo costretti a lasciarli, prima o poi il succo dell’arancia finisce, puoi spremere quanto vuoi ma, ad un certo punto, rimani di sicuro a bocca asciutta.
Apriamo la finestra respirando la brezza di mare, usciamo per strada e respiriamo aria di rassegnazione, ci abbiamo rinunciato in partenza, forse non ci abbiamo mai realmente creduto.

Affetto o lavoro, amore o efficienza, ci costringono a scegliere, a volte dobbiamo voltare le spalle ad un intero Paese. Siamo la generazione dei nomadi, quella del “è già tanto se trovi un lavoro, uno qualunque”, quella costretta a spostarsi come una immensa trottola impazzita. Ci chiedete perché non mettiamo radici, non guardate a cosa (non) ci avete lasciato. Dobbiamo scegliere tra famiglia e pane sotto i denti, tra carriera e affetto, tra morire di fame e morire di amore.

Famiglia d’origine, lavoro e nuova famiglia nello stesso posto? Quasi impossibile. Non abbiamo scelta, i nostri sentimenti messi costantemente sotto centrifuga, palline impazzite che non riusciranno mai a rubarci. Lo hanno già fatto con i nostri sogni.

Un selfie all’anima

Amo la tecnologia, la velocità di pensiero che ci ha regalato, i contatti facili in tutto il mondo, la rapidità d’informazione. Ho qualche dubbio sul suo abuso che tra 50 anni (ottimisticamente, ma credo tra molto meno) assumerà proporzioni preoccupanti.

Si vive di emozioni, di attimi impressi nella mente, di momenti indimenticabili perché custoditi nell’anima. Quando c’è un evento prendiamo per prima cosa il cellulare, un click e immortaliamo tutto, abbiamo colto l’attimo tecnologico ma abbiamo perso l’attimo di vita.

La canzone del tuo cantante preferito in un concerto, smartphone in mano, alla ricerca della risoluzione perfetta, intanto ci perdiamo le corde emozionali sfiorate da quelle parole, una “memoria storica” che vale molto più di un video in mezzo a mille altri.

Il nostro bambino che cammina per la prima volta, una gioia unica, da vivere pienamente. Un tramonto in una location in cui non torneremo più, il silenzio di una montagna pieno di messaggi per noi. Le foto regalano ricordi, consegnano malinconia, fissano l’attimo ma non parlano, potevi essere protagonista della scena ma sei stato dietro le quinte.
Sì, è vero, hai realizzato lo scatto migliore da un’angolatura perfetta, lo guardi e lo riguardi fiero ma a volte fai fatica ad entrare nel tuo stesso riquadro.

Forse sarebbe il caso di vivere la scena prima di immortalarla.
Forse il carpe diem sta in un respiro di vita al momento giusto e non in un click istantaneo.
Forse il selfie dell’anima, alla fin fine, è l’unico per cui valga la pena “scattare all’istante”

La curva del destino

Notte di ferragosto, spiaggia piena di gente, amici, sballo senza controllo.
Abbiamo portato tutto, vino, birra, superalcolici, ah sì, anche qualcosa da mangiare, giusto per non sbarellare subito, giusto per reggere almeno un’oretta prima di non capire più niente.
Bevo un po’ di vino bianco, dal bicchiere, poi penso che sono un coglione, mi attacco alla bottiglia, se vado avanti a bicchieri mi prendono per uno sfigato.
Vino rosso, martini, rum, vodka, poi ricomincio con la giostra, c’è una con un culo da paura dall’altro lato del falò, devo provarci prima di non capire più niente.

Sono le due, è ancora presto, prestissimo, ci sono due infrattati dietro la porta d’ingresso del lido, io cammino ancora abbastanza dritto, sono ancora un po’ cosciente, mi rendo conto delle cose, cazzo come reggo l’alcool io nessuno!
Decido di bere, vodka direttamente dalla bottiglia mentre gli altri mi mettono alla prova. Applausi, fischi e tanto entusiasmo, sono il re della serata, capita spesso, sono figo!

Sono le tre, sono sdraiato su un telo, non ci sto capendo più niente. Vedo tutto girare, ho vomitato anche l’anima, un ferragosto da leoni, ma non voglio fermarmi qui.
La bionda è ancora lì, sembra non aver bevuto neanche un goccio, io sì, faccio per rimettermi in piedi e cado come un salame.
Dormo due ore, sono le cinque, gli altri vogliono tornare a casa. Ho dormito, sono riposato, ma ancora mi gira la testa, vomito un po’ qua e là, ancora sto delirando ma d’altronde non sono stato mai un tipo particolarmente acuto.

Accendo la mia macchina truccata, siamo in quattro, cominciamo a cantare con la musica che ci spacca le tempie, TUTTI devono sentire quanto ci stiamo divertendo.
Comincio ad avere sonno, non lo do a vedere, stiamo per arrivare, l’acceleratore sempre più premuto, adesso faccio vedere a tutti come prendo questa curva, quanto sono figo!

Erano fighi anche quelli con cui mi sono scontrato, ho sbagliato la curva e ho fatto un disastro, c’era una coppia che si sarebbe sposata di lì a poco.

Io sono sopravvisuto, i miei amici chissà, quella bellissima coppia ubriaca di vita, che aveva deciso di andare a mare alle prime luci dell’alba, ci ha lasciato per sempre.

E’ più facile amare con il cuore degli altri

Si nasce con un solo cuore. Batte, all’inizio forte, da bambini ci si sorprende per tutto, un battito continuo, si ama la vita, il mondo appare come una meravigliosa tavolozza piena di colori. Amiamo alla follia i nostri genitori, i nostri amici, l’altalena al parco, le serate davanti ai cartoni animati, il cuore ride insieme alla bocca.

Cresciamo, arrivano i condizionamenti, l’immagine dell’uomo che non deve dimostrarsi debole, che non deve piangere, caterpillar del successo, inflessibile. I sentimenti ci sono ancora, forse un po’ meno puri. Abbiamo preso delle botte anche al cuore vero, è ammaccato, ma proviamo ancora tanto amore verso quello che ci circonda.

Cominciamo ad amare con il cuore degli altri. Ci emozioniamo davanti ad un film, viviamo l’amore dei protagonisti ma facciamo fatica a sentire il nostro battito.
I bambini sono il nostro toccasana, la loro voglia di stupirsi per qualsiasi cosa è linfa vitale, viviamo nei loro occhi e con le loro emozioni. Vediamo la ragazza che ci piace ma non ci esponiamo, vorremmo urlare un “Ti amo” la cui eco non finisca mai, ma “Sua Maestà” società ci vuole duri e stiamo zitti.

Adoriamo un amico, ma dire un “Ti voglio bene” dopo 30 anni è proibito da chissà quale legge. Eppure facciamo un applauso ideale all’eroe del nostro libro che trova il coraggio di manifestare il suo affetto.

Amare con gli occhi degli altri, amare con il cuore degli altri, tutto bello, ma a volte lo facciamo per non mettere in moto il nostro organo più nobile.

Bambini e animali possono essere i nostri maestri di vita, in fondo lasciarsi andare è sempre la scelta migliore.

La debolezza di chi alza la voce

Urla a tutto spiano, voci alte a voler dominare il mondo, occhi spiritati. Nel lavoro, in famiglia, per strada, al supermercato, è una gara a chi la fa più grossa.
Forti e invincibili, fermi e convinti, uno schieramento nutrito. Hanno appena inveito contro il ragazzo che fa le pulizie, un’umiliazione dopo l’altra, il sorriso beffardo di chi si crede superiore.

Urlano contro i propri figli, tra le pareti di una casa o nel bel mezzo di una via trafficata, potrebbero dire la stessa cosa diminuendo i propri decibell, ma no, non sarebbe proprio la stessa cosa, la soddisfazione allora dove sta?

Un errore a lavoro e via con il vocione, non sentono giustificazioni, non riescono a sostenere un confronto verbale, l’ultima parola deve essere la loro.

Urlano persino nel bel mezzo della notte, mentre tutti dormono, mentre i vicini stanno per svegliarsi, l‘arroganza non ha prezzo, l’immortalità è solo una mera illusione.

Impazienti e scontrosi, non ti danno una seconda possibilità, urlano e si credono forti. Non puoi sbagliare, non puoi permetterti di essere debole, non sei un vero uomo!

Accendono la televisione e sentono un pacato discorso di Papa Francesco. Si sintonizzano sulla radio e ascoltano la voce calma ma decisa di Gandhi. Ammirano le immagini di Madre Teresa, piccolo tornado sottovoce.

Urlano stizziti, biascicano le solite due parole confuse, sono nervosi. Si rendono conto di non avere niente da dire, attaccano per non doversi difendere. Creeranno bambini tromboni o bambini traumatizzati, contribuiranno ad alzare il volume di una società che non riesce più a usare le parole nel modo e col tono giusto.

Il vero uomo è

Il vero uomo è quello che non piange mai. Una macchina da guerra,  non può lasciarsi andare per non perdere la sua reputazione.
Il vero uomo è quello che sa piangere se è necessario, mostra i suoi sentimenti, non deve rendere conto a nessuno se non al suo cuore.

Il vero uomo è fermo, alza la voce e si impone sugli altri. Non ci sono se e non ci sono ma alle sue affermazioni.
Il vero uomo parla con calma e sa il fatto suo. Non ha bisogno di alzare la voce per affermare il suo pensiero.

Il vero uomo ama il denaro e la posizione sociale. Conta nella società e si afferma con forza e orgogliosamente sugli altri.
Il vero uomo ama la ricchezza dell’animo, cura il suo giardino interiore per saper affrontare ogni fase della vita.

Il vero uomo è un professionista, ha studiato, ha conseguito un titolo, impone le sue competenze e il suo sapere, si incastra alla perfezione nella società.
Il vero uomo ha deciso di assecondare il suo talento. La società gli punta il dito contro ma lui prosegue, afferma la sua personalità rischiando giorno dopo giorno.

Il vero uomo non chiede scusa anche quando vorrebbe. Non vuol fare la figura di quello che abbassa la testa.
Il vero uomo sbaglia, riflette e chiede scusa un’infinità di volte. In quanto essere umano è portato a commettere errori, la sua coscienza piega la sua testa sinceramente.

Il vero uomo è umile, non partecipa a questa gara. Vive, non si sente un vero uomo, non ne ha bisogno.

Scusate se esisto!

Sono Samir, oggi mi sono svegliato nella mia Siria come tutti i giorni. L’ennesima bomba ha raso al suolo la mia casa, si è portata via mia mamma e una mia gamba. Scusate se esisto!

Sono Abdul, sono partito all’alba con mio padre su questo barcone. Fa acqua da tutte le parti mentre le autorità di Italia e Malta fanno i capricci per chi ci deve salvare. Scusate se esisto!

Non so come mi chiamo, la mia mamma mi ha lasciato in un cassonetto ed è scappata via. Ora piango, sperando che qualcuno mi venga a salvare, se no torno da dove sono venuta. Scusate se esisto!

Mi chiamo Maria, sono al centro della stanza mentre mamma e papà litigano. Si lanciano piatti mentre io avrei la soluzione per fargli fare pace: un abbraccio. Mi dicono che sono troppo piccola e che non capisco niente! Scusate se esisto!

Sono Alì e anche oggi niente cibo. Se sono fortunato riesco a racimolare un po’ di acqua sporca in qualche pozza. Di là, dall’altro lato del mondo, buttano quintali di roba da mangiare. Scusate se esisto!

Sono Anna e anche oggi mamma e papà non mi hanno creduto. Quel brutto ceffo si è di nuovo avvicinato e mi ha fatto male. Loro dicono che ho troppa fantasia ma io non credo che i bambini debbano fare queste cose. Scusate se esisto!

Sono Enrico, sono un bambino down, voglio bene al mondo intero, bacio e abbraccio tutti. Dicono che sono diverso. Scusate se esisto!

 

Non vedo più Ariana ma sento tutti urlare

Ho trovato i biglietti! Una fatica enorme ma ce l’ho fatta! Il sogno di vedere Ariana finalmente realizzato. Che bella che sarà l’Arena piena di ragazzi, canteremo tutti a squarciagola.

Che bello vedere la mia bambina così felice! Abbiamo temuto di non farcela, i biglietti andavano a ruba, ma alla fine con un colpo di coda li abbiamo portati a casa. Non c’è cifra che valga il sorriso della mia stella

Mamma mia quanti siamo, un numero pazzesco, non riuscirei a contare. Riesco però a cantare, Ariana é grande, so tutte le canzoni a memoria!

Quanti bambini felici, quante luci, quanta allegria! Non conosco una canzone ma non mi importa, devo tenere a freno la mia piccola scatenata!

Un concerto pazzesco, grazie Ariana per le emozioni che mi hai fatto vivere, me le porterò a casa e le custodirò come il tesoro più prezioso.

Le orecchie mi rimbombano ma il sorriso di mia figlia mi acceca, l’ho resa felice, ora però tutti a casa!

Ho sentito un botto quando stavo per uscire. Non vedo più Ariana, non vedo più mamma, ma sento tutti urlare.

Ho sentito un tizio urlare una strana frase e poi tutto nero. Mani nelle mani con la mia stella, adesso un po’ meno luminosa.