Morire di botti e paure a Capodanno

Capodanno, ci risiamo! Non solo i classici dubbi su come trascorrerlo ma anche e soprattutto botti, inutili, fini a se stessi. Mani che saltano, cuori che saltano, portano solo dolori, soprattutto tra i nostri cari amici animali.
Accovacciati nella loro cuccia, terrorizzati, alcuni non reggono alla paura, sì, addirittura muoiono per degli inutili botti.
Come esseri umani siamo abituati ancora a trattare la razza animale come razza inferiore, eppure umanamente ci ha già superato da un pezzo. Sono sensibili, un botto li terrorizza, non si riescono a capacitare di tanto rumore inutile mentre a noi umani, ormai, non  ci scuote più nulla.

Ribaltiamo la prospettiva, adesso siamo noi alla loro mercè e possono fare di noi ciò che vogliono.
Eccoli a fare festa, mentre noi, che soffriamo di vertigini, siamo sospesi su una funivia a più di 1000 metri d’altezza. Noi, a differenza loro, abbiamo la voce, urliamo, chiediamo aiuto ma non ci sentono. Sono impegnati nel loro cenone, noi siamo di una razza inferiore che non merita di essere ascoltata.
Continuano a fare festa mentre noi, col terrore per topi e serpenti, siamo rinchiusi in una gabbia con i nostri incubi. Un Capodanno ad urlare ma nessuno ci sente, siamo una razza inferiore, mentre la razza superiore si deve divertire “a tutti i costi”.

Siamo dentro un piccolo ascensore, siamo tanti, il nostro 31 dicembre è agghiacciante. Poco spazio, la claustrofobia che lacera la pelle, inutile chiedere aiuto, siamo rassegnati, noi di una razza inferiore. Riusciamo ad uscire a fatica, tutti sudati e angosciati, ci aspetta un tunnel buio, ci fa paura, non sappiamo dove andare, in lontananza sentiamo il verso degli animali che festeggiano, sì proprio loro, razza superiore.
E a noi che abbiamo paura anche di una piccola puntura tocca un Capodanno pieno di aghi e di pizzichi, gli altri festeggiano, non hanno tempo per noi.

Eppure basterebbe non strafare, rispettare gli altri rispettando in primis se stessi.
Eppure basterebbe sparare i soliti botti verbali, le panzane che possono fare male solo al morale. Eviteremmo cuori che scoppiano, animali accovacciati, lacrime e terrore.
Usiamo bastardi per indicare un incrocio tra cani, sicuri che i bastardi non siamo noi?

A Capodanno vi suggerisco un uso ideale dei vostri botti: ficcateveli dove sapete voi!
Rispetto per gli animali e per le loro paure!

(Immagine presa dal web).

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Il Natale dell’anima

Siamo arrivati, puntuali. Natale con tutte le sue luci e i suoi regali, le musiche, le strade affollate. Tutto bello, tutto molto bello ma oggi decido di parlare di un altro Natale, quello che si vive dentro ognuno di noi, prendiamola come occasione per fare qualcosa che abbiamo rimandato, per fare bene e farsi del bene.
A Natale non siamo tutti più buoni, a Natale c’è chi percepisce una solitudine acutissima, più che ogni altro periodo dell’anno. C’è chi rifiuta di festeggiare, chi non può godere della visita dei propri parenti nemmeno nel giorno “più caldo” dell’anno, c’è chi non può permettersi una tavola imbandita mentre magari, nella casa accanto, nello stesso momento, si buttano tegli e teglie di cibo.
La povertà e la solitudine non spariscono all’improvviso, il 24 e il 25, si fanno forti, pungenti. Un solo antidoto, visto che politica e aridità del mondo non riescono a ridare speranza: la ricchezza dell’anima.

Due chiacchiere con il solito barbone, accucciato nella solita coperta in quel gradino lercio e freddo, possono avere un effetto “clamoroso”, sia su di lui sia su di voi. Valgono più di cento coperte, di quattro teglie di lasagne, di acqua e vino che, comunque, fanno sempre piacere. Calore umano, questo sconosciuto, non costa nulla in termini economici, costa tanto internamente, crea sconquasso, terrorizza. Stiamo riprendendo contatto con la nostra parte più vera, ci mostriamo deboli, fragili, non possiamo permettercelo!
Quanto siamo cretini noi uomini! Facciamo di tutto per procurarci dolore, un genitore anziano aspetta la nostra visita un anno intero e accampiamo una scusa, anche a Natale. Gli amici sono più fighi, tanto l’anno successivo avremo tempo per recuperare.

Non facciamo i conti col destino, con Dio, con la vita, con il tempo che passa. Non cogliamo l’attimo. Col barbone ci parlerò domani, tanto è sempre lì, a mia mamma dirò ti voglio bene lunedì, tanto la vedo ogni giorno, andrò da mio nipote in ospedale la prossima settimana, tanto ha così tante persone che lo vanno a trovare!
Non capiamo quali benefici porterebbe anicipare i tempi, vampate di calore purissimo, contatto con la nostra parte più umana, tacche di speranza regalate ai nostri interlocutori e un mondo migliore. Facciamolo tutti e, a scacchiera, condizioneremo i nostri vicini, i parenti, i popoli, le genti di tutto il mondo.

Natale è il momento migliore, per sentirsi meno soli, per smetterla di farci tutti del male.
Che sia un Natale dell’anima e calore porterà calore.

Auguri a tutti!!

Noi vittime della mafia

Le vittime della mafia siamo noi, nati nel posto giusto al momento sbagliato.
Le vittime siamo noi che, nel 2016, ancora, dobbiamo giustificarci quando all’estero veniamo etichettati come mafiosi, senza appello, un sorriso impaurito che ci fa sentire in imbarazzo.
Le vittime della mafia siamo noi che subiamo giornalmente atteggiamenti prevaricatori entrati nel dna e mai più usciti.
Le vittime siamo noi, noi che guardiamo i nostri figli sperando che non succeda mai più.

Le vittime della mafia siamo noi, orfani di personaggi carismatici e coraggiosi, punti di riferimento di una terra, immensi baluardi di umanità.
Le vittime siamo noi che non scendiamo a compromessi neanche col Padreterno ma che abbiamo bisogno di film e serie tv che ci dipingano come onesti.
Le vittime siamo noi che viviamo le stesse strade, lo stesso mare, le stesse montagne, ma senza bisogno di imbrattarli di sangue.
Le vittime siamo noi, costretti a salvare la pelle per darsi un’altra possibilità altrove.

Le vittime della mafia siamo noi, costretti a vivere in una realtà dove la verità è solo un punto di vista.
Le vittime della mafia siamo noi, stretti nella nostra casa piena di infiltrazioni, brividi non solo di freddo ma anche di paura.
Le vittime siamo noi che dobbiamo guardare oltre lo Stretto per darci una speranza.
Le vittime siamo noi che ci sentiamo dire stupidi anche in sogno.
Le vittime siamo noi che ci sentiamo dire: “Ma che bei posti, peccato che c’è la mafia”.

Le vittime siamo noi, solo noi, i veri siciliani e in una terra così bella non c’è spazio per nessun altro. Da noi, solo da noi, si può ripartire.

Vivere o esplodere a 7 anni

La mamma è entrata in camera, sono le 7 di mattina, 7, come i miei anni da bambina. Fuori fa un freddo micidiale, c’è vento forte, gli alberi oscillano in maniera forsennata. Oggi non vorrei proprio andare a scuola, mi sembra da kamikaze! Vorrei rimanere sotto queste calde coperte, tutta la giornata. Mi alzo, mi lavo la faccia e arrivo a scuola, mi diverto come sempre, il freddo passa, voglio un gran bene alle mie compagne di classe.

Sono nata a Damasco, in Siria, ho 7 anni, ma fin da quando sono piccolissima vivo gli orrori della guerra. Niente scuola, ogni tanto con le mie amiche giochiamo con le bambole di pezza. L’ultimo periodo è proprio insopportabile, esplode tutto, esplodono anche le mie amiche, oggi ci sono, domani non so. E dire che mi basterebbe solo che mi trattassero come bambina.

La campanella e la mamma ad aspettarmi fuori, solito sorriso a 32 denti, quanto sono felice! Pranzo caldo ad aspettarmi a casa, cartoni animati e poi riposino. Torno sotto quelle calde coperte, ho tutto quello che vorrebbe avere un bambino, mi è capitato di guardare il telegiornale, non tutti i bambini sono fortunati come me!

Ho visto un giornale per caso, l’altro giorno. Vedevo bambini sorridere, giocare in palestre attrezzate. Dicono che in un’altra parte del mondo i bambini sono abituati così. Non sentono le bombe, non vivono con la paura che tutto possa saltare in aria, vanno semplicemente a scuola e giocano. Perchè sono nata nella parte sbagliata?

Il pomeriggio compiti, insieme a mio fratello maggiore, poi vado a fare danza, quanto mi piace! Faccio tante cose durante il giorno, poi ritorno nuovamente a casa e trovo mio padre, lo abbraccio forte, mi basta questo, vado a dormire soddisfatta, di nuovo quelle calde coperte ad aspettarmi!

Quattro persone, col viso coperto, mi hanno portato con loro. Mamma e papà sono morti già da qualche anno, sono sola, mi hanno detto che mi portavano in un bel posto. Mi hanno regalato una cintura e sono tornata a letto soddisfatta, finalmente!

Ho sognato la scuola, i miei amici, mamma e papà, in un bel prato verde. Mi sono svegliata soddisfatta, avevo tutto lì, a portata di mano, potevo trasformare il mio sogno in realtà. Il giorno del mio compleanno, il giardino e tutte le persone a cui voglio bene là, a festeggiarmi!

Dovevo fare la pipì mi hanno detto di entrare in un bar, ho chiesto dove era il bagno e un signore gentilmente me lo ha indicato. Cintura sempre indossata, il mio regalo. Non sapevo potesse esplodere. I miei quattro nuovi amici mi avevano fatto saltare in aria. Passerò alla storia come una kamikaze bambina!

I poveri di tasca e i poveri d’animo

Aumenta la povertà in Italia, più persone coinvolte,  storie drammatiche nella vita di tutti i giorni.
Sembrava un concetto confinato in un angolo, lontano da tutti, limitato, è diventato pane quotidiano, fenomeno con cui confrontarsi per assicurarcelo quel pane quotidiano.
Cambiano i governi e cambia l’Italia, peggiora, senza se e senza ma, senza destra e sinistra. La classe media è diventata la più bassa, c’è chi precipita, suo malgrado, nonostante ci si attacchi con le unghie e con i denti a quel poco che è rimasto. C’è chi la povertà se la sceglie e chi la subisce, nessuno e dico nessuno, può permettersi di criticare questo status. “Siamo un popolo di frignoni, non ci diamo da fare abbastanza”, ci dicono quelli che stanno con le chiappe ben salde su sedie comode, ci dicono quelli che soffrono di una povertà ben più grave: la povertà d’animo.

Essa si cura con iniezioni di denaro, nemmeno trovando un lavoro, colpisce chiunque, è più diffusa di quella economica, fa molto più male all’intera umanità. Il singolo soggetto la percepisce meno, non la sente nella vita di tutti i giorni, riesce ad andare avanti abbastanza tranquillamente, forse per qualche tempo, forse per l’intera vita.
Sta in uno sguardo altezzoso lanciato verso chi si sporca le mani con lavori umili, sta in un atteggiamento di chiusura verso migliaia di persone con pelli diverse, sta nella solita frase di scherno pronunciata dal bulletto del quartiere, sta nella sete illimitata di denaro di un imprenditore senza affetti.

Il povero di tasca è spesso ricco d’animo, ha poco, quasi niente, ma riesce comunque a condividere con chi è meno fortunato di lui.
Il ricco a nove zeri, tendenzialmente, non dorme la notte per arrivare ad accumulare patrimoni a dodici zeri. Non ha tempo per gli altri, non sa neanche di avere un’anima, quella, d’altronde, non porta alcun guadagno materiale. Poli opposti, affetti da povertà acuta, non categorie rigide, capita infatti che qualcuno inverta il percorso e faccia notizia, normale in un mondo adagiato su schemi ben definiti.

Dalla povertà di tasca, purtroppo, non sempre si può uscire attraverso i propri sforzi. Serve un Paese che incoraggi, delle istituzioni vicine e solidali, politici che ascoltino davvero i problemi della gente.
Dalla povertà d’animo si può uscire, solo con le proprie forze, solo innaffiando di belle intenzioni e azioni la propria interiorità, goccia a goccia.
I poveri d’animo hanno creato i poveri di tasche, “guarendo” i primi, risolleveremo il destino dei secondi.

Che paura fa la felicità

Felicità, una parola che attrae, un concetto che spaventa. Prendo in prestito il titolo della canzone dei Negrita, la felicità fa rumore, è vero, ma essa si può trovare anche nel silenzio, nella pace, nella meditazione. Perchè allora accostare ad un termine così bello la paura, oscura, negativa, paralizzante?

Nasciamo piangendo perché siamo stati chiamati da un bellissimo guscio, dove eravamo protetti e coccolati, ci confrontiamo sin da subito col nuovo mondo, pian piano, con tutte le cautele del caso. Sin da subito andiamo alla ricerca della felicità, tutti, nessuno escluso. Ci chiediamo cosa sia, chiediamo a Dio di illuminarci, la analizziamo, la sperimentiamo e a volte, addirittura, crediamo di averla trovata. Siamo nati in lacrime e vorremmo morire col sorriso, abbiamo un unico bonus da giocarci solo che nessuno ci ha dato le coordinate per capire quando siamo arrivati in cima.

Belli, anzi bellissimi i pensieri, gli aforismi e le suggestioni che la definiscono, ma la felicità è sfuggente, poliedrica, non è un concetto universale, purtroppo. Nasciamo piangendo ma paradossalmente la deteniamo nei primi anni della nostra vita, essa sta nella semplicità delle piccole cose. Non è per tutti così però. C’è chi ne viene scippato sin da subito, perché la felicità fa paura in generale, per se stessi e per gli altri. Tendiamo a disperderla col tempo, permettiamo agli altri di saccheggiarci, ci ritroviamo ad un certo punto con un vuoto enorme. Dopo anni di lotta, se lo vogliamo veramente, riusciamo a fare un salto di qualità, raggiungendo la serenità.

Le sofferenze che, ogni giorno, ci buttavano giù dal monte della feliità non sono più un problema, resistiamo a tutto, siamo imperturbabili. Non ci sentiamo poi così lontani da essa, ma abbiamo paura, siamo diffidenti, non ce la sentiamo di dire che stiamo bene e siamo felici. Abbiamo paura che le forza negative dell’universo ci debbano quasi punire, siamo felici prima degli altri, non va bene!

Eppure siamo veramente altruisti, gioiamo della felicità altrui e non ne siamo invidiosi.
Eppure abbiamo capito che accumulare ricchezze materiali non ci avvicina ma ci allontana da essa.
Eppure cominciamo a sentire un profondo senso di benessere e ci sentiamo in armonia con l’universo.
Eppure sentiamo l’esigenza di trasmettere all’umanità intera la nostra scoperta.
A quel punto siamo già felici ma meglio non dirlo a nessuno...

E voi come vi rapportate alla felicità? Che cosa è per voi e a che punto siete nel vostro cammino?

 

Ci sono bambini e bambini

Ci sono bambini che si svegliano ogni mattina dentro un letto caldo. Il bacio della mamma al mattino, la colazione con latte e cioccolato,  l’acqua a temperatura ambiente per lavarsi.
Ci sono bambini che si svegliano ogni mattina su uno scomodo cartone. Il gelo nelle ossa, gli strattoni di un papà arrabbiato, pane raffermo e acqua fredda, per bere e per lavarsi.

Ci sono bambini che ogni giorno affollano i banchi di scuola. Imparano, si divertono, tutti insieme, mano nella mano. Costruiscono, passo dopo passo, la loro vita futura.
Ci sono bambini che ogni giorno affollano un grosso capannone. Cuciono i palloni che saranno comprati dai loro coetanei più fortunati. Non hanno prospettiva di vita futura.

Ci sono bambini riempiti di affetto e di attenzione da genitori esemplari. Chiedono dieci e ricevono cento, il loro fuoco è sempre alimentato. Conoscono la violenza e la evitano.
Ci sono bambini riempiti di calci e di bombe. Un padre squilibrato e un popolo esaltato spengono pian piano ogni loro velleità. La violenza marchia per sempre la loro pelle.

Ci sono bambini che imparano i fondamenti della religione durante lezioni di catechismo. Un prete attento e moderno li appassiona attraverso il racconto delle parabole.
Ci sono bambini che cercano di imparare i fondamenti della loro religione a catechismo.
Un prete perverso e malato li porta a turno in una stanza buia e abusa di loro.

Ci sono bambini che imparano l’amore da un padre e una madre che si amano.
Cresceranno dei figli sotto un tetto d’amore, saranno padri e poi nonni.
Ci sono bambini chiusi in una stanza per ore, le mani a coprire le orecchie, non sopportano più le discussioni di genitori che non si amano più da tempo.

Ci sono bambini che sognano di poter esprimere il proprio talento liberamente.
Hanno genitori che li incoraggiano a sfidare i problemi e a realizzarsi.
Ci sono bambini che sognano di poter esprimere il proprio talento liberamente.
Hanno genitori che li obbligano a diventare qualcuno, a tutti i costi.

Essere clown ad Aleppo

Un po’ di rosso sul naso e sulla bocca, parrucca arancione, cappello giallo, occhiali da intellettuale. Un rituale per Anas Al-Basha, il clown di Aleppo, capace di strappare un sorriso a centinaia di bambini. Sì, sembra una scena come tante, uno dei volontari che si prodigano, giorno dopo giorno, per aiutare il prossimo ma il luogo è davvero suggestivo, purtroppo, in negativo. Siamo in Siria, dove ogni giorno muoiono civili, dove la vita umana ha un valore nello stesso tempo enorme e piccolissimo, a seconda del punto di vista dettato dalle logiche perverse della guerra.

Anas amava la vita, 24 anni, operatore nello ‘Spazio per la Speranza‘, un’organizzazione che assiste i più deboli in un territorio martoriato ormai da troppo tempo. Una bomba ha oscurato per sempre quella faccia simpatica, ha spento quel sorriso, ha privato i bambini di momenti di spensieratezza con il loro nuovo amico. Coraggioso e generoso perché poteva allontanarsi da tutta quella sofferenza. I suoi genitori, infatti, si erano trasferiti in campagna, lontano dai pericoli. Aveva una missione nella vita, l’aveva scoperta presto, doveva distrarre i bambini dagli orrori della guerra, si esibiva nei suoi spettacoli di prestigio sapendo che tutto poteva finire, da un momento all’altro.

Chissà quante volte Anas avrà sentito le bombe esplodere, probabilmente vicine. Cosa avrà detto a quelle splendide creature con cui stava giocando? Avrà inventato qualcosa, come nella più bella delle favole o avrà detto loro la verità? I bambini siriani, d’altronde, non sono come gli altri, costretti a crescere, subito, a confrontarsi con amici storpi, spariti nel nulla, saltati in aria. Il clown Anas non voleva rassegnarsi, credeva fosse necessario vivere la quotidianità, una giornata normale, dove ridere e divertirsi. I piccoli siriani dovevano esprimere il loro diritto al gioco e quindi si arrangiava con le poche cose a disposizione che bastavano, sempre. La semplicità del bambino contrapposta alla complessità dell’adulto, la pace e la guerra, una battaglia continua, la stessa che si è portata via Anas Al-Basha, il vero eroe dei tempi moderni, perché fare il clown ad Aleppo vale doppio.

(Foto Ansa)