Quel sorriso che ti cambia la giornata

Si può ridere anche in un posto triste, si può ridere anche quando dentro la luce è spenta, chi lo vieta, chi lo impedisce?

Un raggio di sole arriva anche in ospedale, inaspettato, gratuito, vero. Sono seduto in ospedale con la mia fidanzata, si avvicina una sedia a rotelle portata da una donna.

“A bordo” una signora anziana, no meglio saggia, mi piace di più. Mi stringe la mano, cerca il contatto umano, il calore che sembra essersi perso nonostante le condizioni climatiche.

“Che bella coppia che siete, avete le facce buone, avete le facce da bravi ragazzi”, si ferma a parlare un po’, giusto due minuti, sempre un sorriso accennato, la voglia del confronto, la bellezza della compagnia.

La sua accompagnatrice/badante fa ampi gesti, mette le mani sulla tempia sussurrando: “questa è pazza, non fateci caso“.

La simpatica signora continua: “State bene insieme, se andate d’accordo continuate così, ma anche se non andate d’accordo non temete, ognuno può andare per la sua strada”.

Si congeda ma avrebbe voluto parlare un altro po’, si congeda perché trascinata da chi la chiama pazza e continua a sussurrare: “Dà fastidio a tutti“.

Eppure quei due minuti mi hanno cambiato la giornata, eppure un sorriso e due chiacchiere possono incidere sul tuo umore, eppure si può pensare di essere sereni anche in un posto triste come l’ospedale.

Siamo messi male se francobolliamo come pazzi “i portatori di umanità“, siamo messi male se non abbiamo voglia di confrontarci col prossimo, se ci isoliamo con cuffiette e telefonini, siamo messi male se ci arrendiamo alla disumanizzazione di massa.

Grazie signora misteriosa, il tuo sorriso mi ha cambiato la giornata!

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Fedele per sempre

Sono qui accanto a te, sono qui nei momenti di sconforto, a saltare con te quando c’è gioia, a giocare con i tuoi figli, con tua moglie, con i tuoi amici.

Sono qui sempre, a qualsiasi ora della giornata, stanco o pieno di energia, a quattro zampe o con un’anca malmessa, sono qui, rido dentro, anche se non lo puoi vedere.

Sono qui ancora, stai male e questo non mi può pace, soffri per quella malattia ma vedessi come sto soffrendo io, la tua vita è anche la mia vita.

Sono qui a casa, perché non torni? Aspetto da giorni, tuo fratello mi fa uscire e mi dà da mangiare, ma manchi tu, manca il mio nutrimento principale: il tuo amore!

Sono qui ad aspettarti, non ti sei mai assentato così tanto, che è successo, mi hai abbandonato? Ti sei stancato di me? Sono forse troppo noioso o troppo vecchio?

Sono qui, adesso tuo fratello mi sta portando da qualche parte, c’è una cassa di legno, sento il tuo odore, dove sei, dove sei, ti sei nascosto per caso lì dentro?

Sono qui in un posto pieno di terra, la gente piange, non posso fare la festa a nessuno, sei lì dentro, sento il tuo odore, aspetterò qui fino a quando non uscirai!

Sono qui e lo sarò ogni giorno della mia vita, senza di te non sono nessuno. Sono devoto ad un solo padrone, tornerai o morirò per raggiungerti. Ti sarò fedele per sempre.

Foto di Francesco Emilio Borrelli

La storia di Deborah: una tragedia nella tragedia

Mi ha molto colpito una vicenda. Parliamo ancora una volta di uomini violenti, un argomento su cui ho scritto valanghe di articoli, pensieri, opinioni e su cui continuerò a scrivere sempre.

Ancora una volta c’è un morto, stavolta non l’ennesimo femminicidio, a morire è l’uomo di turno. Chissà se continuando con quell’andazzo ci sarebbero stati altri morti, magari Deborah stessa, ora accusata di eccesso di legittima difesa o sua madre, spesso picchiate, e umiliate tra le pareti domestiche.

Deborah Sciacquatori ha appena 19 anni, è di Monterotondo vicino Roma e domenica ha ucciso il padre dopo l’ennesimo episodio di violenza. Era tornato a casa ubriaco, ancora una volta aggressivo. Una continua escalation, un crescendo, perché spesso la coltellata più dura è quella verbale, lame taglienti al posto di parole.

Deborah non ci ha visto più, stavolta ha reagito, basta subire, ha difeso se stessa, sua madre e sua nonna, ha urlato “Papà fermati, non fare più niente”, ma la situazione è sfuggita di mano con un colpo letale.

“Papà è morto”, gli attimi drammatici, i pianti: “Non mi lasciare, ti voglio bene”, la tragedia nella tragedia, gli arresti domiciliari. Uccidere il proprio padre, che dramma! Anche se è sempre stato violento, anche se era insopportabile, anche se con lui non si poteva più ragionare.

Una macchia gigantesca con il dito della giustizia puntato contro: omicidio volontario e arresti domiciliari. Poi un barlume di luce, eccesso colposo di legittima difesa, la revoca degli arresti e forse la libertà.

Ma il dramma rimane, la vita è in un certo senso compromessa anche se sei dalla parte della ragione. Rimane un tarlo che solo il tempo potrà mettere a tacere.

Rimane anche lo sgomento di una società che ancora non riesce a prevenire invece che curare, che non sa intervenire al momento giusto, che lascia troppo sole le donne nella loro battaglia quotidiana contro la violenza.

Foto: profilo Facebook Deborah Sciacquatori

Usa quel fottutissimo cuore!

E se non fosse la cosa giusta? Penso, ripenso, rimugino, non riesco a venirne a capo, avrò fatto bene?

D’altronde me la sono sentita, è stato un moto proveniente direttamente dalla pancia, un istinto quasi naturale, ho azzerato ogni pensiero e sono andato spedito.

Adesso chi fa i conti con me stesso? La mente mi sconvolge con mille dubbi, mille scenari possibili, bianco, nero, ma in mezzo quante sfumature!

Sai che ti dico, mi sentivo di farlo, sai quando le gambe cominciano a camminare prima che il cervello gli dia impulso? Bene, è successa la stessa cosa, non me lo so spiegare, è stato strano.

Arriva il momento di dormire, mi giro e mi rigiro, elaboro possibili scenari, forse dovrei lanciare una monetina per decidermi, adesso chi prende più sonno!

Sono a fine serata, la testa la uso solo per i calcoli, agisco d’istinto, come in  una connessione magica, non ho bisogno di pensare, di riflettere, scelgo!

Mente, impulso, ragione e istinto, che partita, colpo su colpo, una passa in vantaggio e l’altra pareggia, chi vincerà?

Sento qualcosa battere, forte, sempre più forte, è regolare. Stavolta decido così, sento uno strano calore che mi pervade, sento di fare la cosa giusta e, anche se non la faccio, mi sento bene.

Dovrei decidermi ad usare quel fottutissimo cuore ogni tanto!

 

Nonna, perché mi hanno sparato?

Mi chiamo Noemi,  oggi è venerdì e finalmente posso uscire con mamma e nonna a fare una passeggiata. Amo la mia città, Napoli, amo il mare, il cielo azzurro e i sorrisi della gente.

Un gelato in Piazza Nazionale, un po’ di tempo insieme alle “donne della mia vita”, basta poco a noi bambini per essere felici!

Rido, sono felice, mentre i grandi non ridono mai, ne incontro tanti per strada, sono tutti seri, tutti arrabbiati, chissà perché!

Ma aspetta, un momento, c’è un pazzo con uno scooter, corre, mentre a me hanno insegnato che si deve andare piano, si avvicina verso me, che fa?

Non ho il tempo di pensare, di parlare con mamma e nonna, sento qualcosa che mi entra dentro, no, non è il buonissimo gelato che fanno da queste parti.

Ho sentito un boom, forse è stato quel signore col motorino, che cosa mi è entrato dentro? Non sto tanto bene, aiuto mamma, aiuto Nonna!

Anche nonna non sta benissimo, cosa sta succedendo? Ero solo uscita per comprare un gelato!

Il signore con lo scooter si avvicina, passa una volta e poi passa ancora, cosa ha fatto, cosa sta combinando? Io sono stata buona, ma adesso non respiro più tanto bene.

Qualcosa è entrato, sento un peso, speriamo non prenda il mio cuoricino, è pieno di amore per i miei genitori, per gli altri, per la vita

Nonna, mamma, volevo fare una passeggiata con voi, volevo ridere e scherzare mangiando un gelato, che è successo, perché mi hanno sparato?

Foto Ansa.

 

Cambia te stesso, non farti cambiare dagli altri!

“Quando mi sono svegliato senza le gambe ho guardato la metà che era rimasta, non quella che era andata persa”. Alex Zanardi è un maestro nel controllo della mente, ha superato qualsiasi ostacolo, sia in pista che fuori, ha sviluppato una completa padronanza di sé.

Ma quanti noi possono dire di avere il controllo della propria mente? Quante incazzature per gli atteggiamenti dei nostri colleghi, per il comportamento dei nostri cari ecc.. Ma non glielo abbiamo forse consentito noi? Eppure possiamo essere impenetrabili se solo ci lavorassimo con costanza e impegno.

Come un muscolo, non si va forse in palestra per svilupparlo? La crescita personale è questa, non restare in balia delle onde ma dominarle, essere ben saldi di fronte alle difficoltà e agli inconvenienti della vita.

“Sono nato così e morirò così”, una frase che sento spesso. No, è troppo comodo! Siamo esseri plasmabili e la cosa bella è che possiamo essere noi stessi a modellare la forma ideale. Non permettiamo forse alla società e alle convenzioni di incidere sul nostro comportamento? Ci facciamo belli per gli altri, facciamo il lavoro che piace ad altri, cerchiamo di essere quanto più possibile attaccati al treno sociale.

Poi arriva un attimo in cui ci sentiamo confusi, ci capitano cento cose contemporaneamente e sbandiamo senza controllo, anche il più piccolo impedimento diventa una catastrofe.

Eppure c’è chi agisce secondo la massima “ogni impedimento è giovamento“, chi vede la difficoltà come occasione per superare se stesso e i propri limiti, c’è chi si fa una risata o si rifugia nel suo angolo dorato anche nel bel mezzo di una tempesta.

Ci sono popoli che esultano durante un funerale perché vedono la morte come un fatto positivo. Magari questo è troppo per chi butta all’aria una giornata per un ombrello rotto ma basta fare il primo passo e cominciare il cammino.

Cambia te stesso, non farti cambiare dagli altri!

Vergogna Catania!

Vergogna Catania, vergogna città mia!

Dal prossimo 20 maggio il servizio di car sharing di ENI, Enjoy, non sarà più disponibile. Dire che la città etnea era stata scelta insieme a Milano, Roma, Torino, Bologna e Firenze. Quasi tre anni per rendersi conto della situazione, tre anni fallimentari.

Numeri bassi, macchine vandalizzate, cittadini incivili, un segnale di progresso rilanciato al mittente, Catania non merita questa innovazione per colpa di più di qualche imbecille.

Eppure il car sharing funziona in tutta Italia, prenoti una macchina con una semplice app e la usi solo per il tempo in cui ti serve, risparmio di denaro, beneficio per l’ambiente, città come Milano hanno sfruttato al meglio tale occasione.

Catania, città dal grande flusso, una piazza dove scommettere, se vogliamo poteva essere un orgoglio essere scelti tra tante città italiane e invece..

Le 500 di Enjoy vanno a ruba, le ruote, le intere automobili, merce succulenta per i ladri, succulenta per una delle città in cui si rubano più mezzi in Italia. Saranno stati contenti i picciotti del malaffare che, ancora una volta, ci fanno fare una figura di merda in mondovisione.

Sono rimaste 70 macchine su 170, non abbiamo cura delle nostre cose, ci proclamiamo dispiaciuti, noi cittadini e le istituzioni ma poi tutto passerà come sempre, ci recheremo in centro con la nostra macchina, ci lamenteremo dei mezzi pubblici come sempre, pagheremo il posteggiatore abusivo di turno e sarà tutto dimenticato.

Ci siamo rotti come quelle 500, loro con le ruote a terra noi con le palle a terra.

Una città in mano ai criminali, chi chiede scusa ai catanesi veri?

Esisto anche fuori dai social!

Domenica mattina, finalmente mi posso svegliare con calma, metto il piede fuori dal letto, mi lavo rapidamente la faccia e prendo in mano il telefono. Facebook mi chiama e io rispondo, no, non ci credo, è down.

E adesso che faccio? Devo dirlo assolutamente al mio amico, mi sposto su WhatsApp ma non carica le pagine, il messaggio “Attendo” come una spada di Damocle e adesso come gli comunico questa novità?

Ah beh vero, ci sono ancora gli sms tradizionali, gliene mando uno ma non risponde, probabilmente starà ancora dormendo. Potrei chiamargli ma non lo faccio mai, meglio scrivere, a voce non si può essere davvero se stessi.

La mia unica salvezza ora è Instagram, devo curare un po’ di più il mio profilo e recuperare due tre foto che non ho pubblicato. La pagina non si carica e mi viene l’ansia, c’è la telecamera da qualche parte vero? Ditemi che sono su “Scherzi a parte”.

Tutto in down, sono in pigiama, c’è una bellissima giornata di sole. Guardo le scarpe da ginnastica in un angolo, le indosso e mi decido ad uscire, strada facendo i social torneranno a funzionare.

Sono per le strade della mia città, alla mia destra ho il mare, alla sinistra lo scorcio del vulcano, non vedo nulla, ho la testa china sul cellulare, prima o poi riprenderanno a funzionare.

L’ansia cresce, non pubblico niente da più di due ore, è un problema mio o un problema di tutti? Cosa penseranno i miei followers? Mi si avvicina un bambino, mi regala un palloncino e gli sorrido, con la coda dell’occhio guardo il mare, che spettacolo, perché non ci ho fatto caso prima?

Metto lo smartphone in tasca e mi affaccio, mi ostino a guardare foto su Instagram e il panorama ce l’ho qua, a pochi passi da casa. Sarebbe bello fare uno scatto ora, prendo il cellulare ma mi ricordo che non serve a nulla, dove posso pubblicarlo?

Vado a casa dei mie genitori, è domenica, in genere sto in silenzio col cellulare in mano, li guardo negli occhi e parlo, gli chiedo come stanno e ci raccontiamo i nostri ultimi mesi. Torno nel mio appartamento e mi sorride la vicina, talmente ero preso che non mi sono accorto che non è più quella vecchia bisbetica dallo sguardo torvo.

Sono a casa, davanti allo specchio, mi guardo e per la prima volta mi apprezzo. Non sono poi così male e me lo dico io, niente approvazione dai followers di Facebook e Instagram, niente commenti a confermarmelo.

Nel frattempo i social riprendono a funzionare ma io non ho più tanta voglia di stare in rete. Esco fuori in giardino, prendo un bel libro e mi godo il sole della domenica.

Mamma, quella è la strada per la libertà

Parlo ora, parlo subito, un attimo di pausa dalla sua furia cieca, mia mamma è di là a piangere, come ogni sera.
Urla, spintoni, schiaffi e quando è particolarmente ispirato anche cinghiate, si prende tutto come si è preso il cuore di mia madre ormai più di dieci anni fa.

Sono piccolo per essere ascoltato, sono piccolo per dare consigli, eppure quando la trovo chiusa nella sua camera mi sento in dovere di stringerla tra le mie braccia e di dirle: “Lascialo, meriti di meglio”.

Lui è mio padre, se padre si intende chi ha lanciato il suo spermatozoo dieci anni fa. Siamo due vittime della stessa bestia, lei porta i segni sulla pelle io li porto nell’anima, quando mi va bene. Anche io ho preso qualche calcione, l’altro giorno sono stato spinto contro la porta e ho sbattuto forte la testa.

L’ho fatto per il mio unico amore, mia mamma, splendida nei suoi occhioni azzurri, bella con quei capelli raccolti, il sorriso non c’è più per gli altri, è rimasto solo per me, il mio regalo quando siamo soli.

Sì, il mattino viviamo finalmente la nostra tregua, mi accompagna a scuola, cantiamo insieme in macchina, mi viene a prendere e mangiamo insieme. Non lo diamo a vedere perché vogliamo goderci ogni momento ma guardiamo spesso l’orologio, le 17 si avvicinano sempre più, quando va bene sono le 18 e possiamo fare più festa.

Poi arriva lui, borbotta qualcosa, puzza di alcool e succede un casino. Motivo? Nessuno! Può essere una cosa fuori posto, un cibo andato a male in frigo, una lampadina che non funziona, mia madre diventa l’oggetto, una zampogna da gonfiare di botte.

Dovrebbe gonfiarla di orgoglio col suo amore, portarle le rose a casa, stupirla tanto quanto è bella, ricordarsi in ogni momento della sua fortuna, invece no, provo a farlo io, ha bisogno di calore.

Sono un bambino di 10 anni, le cose che dico, in genere, non vengono prese in considerazione. Ieri ho convinto mia mamma, siamo andati insieme a denunciare, lei si vergognava col volto tumefatto, l’ho presa per mano e le ho indicato la strada per la libertà

Uomo, rassegnati alla tua fallibilità!

Sei partito in quarta, sembrava non poterti fermare nessuno, con entusiasmo e tenacia ti sei preso quel lavoro, quel posto ma è andata male. Rassegnati, sei un essere umano, sei fallibile, puoi usare questa lezione per ripartire.

Hai dato per scontato il tuo rapporto d’amore, credevi di essere in un guscio indistruttibile, che la tua piantina non andasse innaffiata ogni giorno, illuso! La tua donna se ne è andata, hai fallito, vuoi rassegnarti al fatto che non è un oggetto di tua proprietà?

Sei padre, sei figlio, trascuri i tuoi figli e hai messo da parte i tuoi genitori, stai fallendo doppiamente, non sei un superuomo, rallenta i tuoi ritmi, vuoi trovare spazio per i sentimenti?

Alle 8 di qua, alle 9 di là, giri come una trottola, sei inarrestabile, almeno così credi. Il tuo fisico richiede riposo, ti ha fermato, sei fallibile, dagli ascolto o non ti rimarrà molto da vivere.

Da ambizioso a invidioso, ci sono altri che hanno più di te ma perché non guardi chi ha molto meno di te? Goditi il presente, la tua posizione, ci sarà sempre spazio per gli errori e per i fallimenti, fanno parte della vita!

Guardati alle spalle uomo, hai collezionato successi e fallimenti, sei nella ruota della vita, prima ti rassegni e meglio è, vedrai che il fallimento diventerà allora la tua migliore occasione.