Le fake news uccidono il giornalismo e questo non è un fake

Condivisioni massicce, notizie eclatanti, incredulità, corsa al like, lo ammetto, ci sono cascato anche io che sono del settore, una-due volte, per distrazione o perché chi confeziona questa notizie si impegna davvero tanto per renderci tutti fessi.

Lasciando perdere i deliri di alcuni ministri che puntano il dito su giornali e giornalismo, come se questo mondo se la passasse bene in questo periodo, devo chiedervi una cosa, a gran voce e senza possibilità di deroghe: di stare attenti alle notizie, di verificare la fonte, di soffermarvi più di quel nanosecondo di tempo che vi concede una vostra giornata tipo.

Le fake news uccidono il giornalismo, quello fatto bene, il giornalismo della ricerca, delle pile di fonti consultate per arrivare ad una versione credibile. Uccidono la libertà di espressione, uccidono la verità, il bene supremo per cui combatte ogni professionista che si rispetti.

Le fake news uccidono il lavoro fatto bene, mortificano il giornalista già martoriato da compensi bassi, da posizioni ballerine, da stage e tirocini che non si tramutano mai in contratti. C’è l’inchiesta, c’è il reportage, l’articolo di approfondimento, quanto tempo trascorso a cercare, a domandarsi, a leggere e rileggere, ad interrogare, ad intervistare. C’è del tempo prezioso investito per fare le cose fatte bene, frantumato in un attimo da titoli roboanti, siti estremamente somiglianti agli originali, immagini accattivanti.

Ci prendono per fessi in un mondo in cui già molti ci prendono per il culo. Guadagnano sulla falsità, il minimo sforzo e il massimo risultato mentre noi siamo ancora chini sulle fonti per cercare di trovare l’amalgama perfetto a suon di pochi euro.

Quando condividete fake news, quando cliccate, quando date credito ad una falsità parlandone con gli amici, non state solo facendo un torto alla verità e alla società nel suo complesso, ma state inguaiando anche i veri operatori dell’informazione che vogliono portare la qualità sui vostri monitor e nei giornali che leggete.

So che non è facile, so che non lo fate apposta ma basta un  po’ più di attenzione. E se non è sufficiente il torto che fate ai giornalisti, vi basti sapere che condividendo le fake news è un po’ come foste complici di un reato e che state contribuendo all’arricchimento di soggetti senza scrupoli e senza coscienza.

Grazie!

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Perché scelgono loro per me?

Sono un bambino, mi piace giocare e fin qui nulla di strano, mi piace la compagnia, correre in mezzo al verde, mi piacciono gli animali.
Mi piace anche ballare, sì, avete capito bene, ballare e l’ha capito bene anche mio padre, sono davanti a lui ma fa finta di non sentire, per me c’è solo il calcio o il basket, cose da “uomini”.

Ho i miei talenti, le mie aspirazioni, quanto mi piace la musica! Trovo una radio accesa e mi metto a danzare, ovunque io sia, anche in mezzo alla strada, davanti a tutti. C’è un problema però: non scelgo io come vivere, fanno tutto i miei genitori. Mamma è un po’ più comprensiva ma quando papà alza la voce dicendo che “ballano solo le donne” non ha la forza di opporsi.

Voglio continuare ad andare a scuola, a studiare, ad essere un bravo ragazzo, ma voglio anche ballare e invece no, mio padre sogna un futuro da calciatore per me, male che vada sarò un medico, come lui, lavorerò nel suo studio. Tutto tracciato, tutto chiaro. E io che ci sto a fare? Mi dicono che sono piccolo, che non sono in grado di badare a me stesso, che non posso sapere ancora cosa fare in futuro. Bene, è così? E allora perché hanno scelto loro per me?

Sono piccolo per sapere cosa fare nella vita, sono piccolo per scegliere, sono piccolo ma ho una grande passione. Se non scelgo ora che senso avrà vivere un’esistenza delineata da altri? Vorrei vivere la mia vita ma decidono loro per me.

Sono passati vent’anni, sono ancora davanti a mio padre, adesso non sceglie più per me. Sono creditore del tempo perduto e dei miei sogni calpestati, ma sono ancora in grado di realizzarne qualcuno. Mio figlio cresce che è un piacere, ama disegnare, la mia casa è diventata il suo più bel quadro.

Volevo solo un amore

Volevo solo un amore, come quello dei miei genitori, puro, colorato, infinito.
Mi ha scelto, mi ha corteggiato, un uomo di altri tempi, non potevo lasciarmelo sfuggire.

Volevo solo un amore, rendere la mia vita un bel film, ancorarmi in un porto sicuro.
Perché le urla, l’intolleranza, la smania di controllo, la voglia di rendermi un oggetto?

Volevo solo un amore, una possibilità per completarmi, godere di piccoli gesti.
Sono stesa a letto con una borsa del ghiaccio sull’occhio, non posso uscire così.

Volevo solo un amore, appagante, una luce quotidiana ad illuminare il cammino.
Sono fuori casa, non so dove andare, non so a chi chiedere aiuto.

Volevo solo un amore, la normalità di una giornata passata a mare.
Le tende sono troppo sottili per nascondersi, mi troverà.

Volevo solo un amore, essere trattata come donna, anche solo come un essere umano.
Non chiedevo tanto ma mi ha trovato, adesso chiedete a lui perché l’ha fatto.

Una terra che fa incazzare

Sono incazzato con la mia terra, sì, proprio lei, mare, sole, natura, bellezza, ma quanto spreco! Sono incazzato con lei, non ne posso più di continui saliscendi di emozioni.

Ho dovuto dare l’arrivederci, ancora una volta, addio no, ho troppe cose lasciate indietro e soprattutto troppe persone che mi aspettano lì. Frequento l’università, il mio corso di laurea solo in un’altra città, qui non c’è e non pensate che sia qualcosa di complicato o stravagante, semplicemente la mia terra ha deciso di farmi fuori!

Ho dovuto lasciare famiglia, ragazza, amici e cane, non ho potuto scegliere, ho il diritto di sognare, di provarci, di costruirmi una carriera. Ho pianto tanto, ancora piangerò, è sempre difficile, risali sempre con un pezzo in meno ma non ti senti mai più leggero.

La mia terra mi fa piangere, mi sbatte le porte in faccia, mi fa incazzare giorno dopo giorno, quando ritorno è un continuo sangue che ribolle, bella e stronza, come tante ragazze incontrate nel mio cammino.

La mia terra mi fa incazzare ma mi manca, anche se non merita la mia malinconia, è un rapporto unilaterale, mi prende a cazzotti in faccia continuamente.

La mia terra mi costringe a scegliere, non posso avere affetti e lavoro, amore e studio, devo scegliere con chi stare, eppure vivo in una Regione di una Nazione che chiamano “industrializzata”.

La mia terra mi metta alla prova, spalle al muro, io e i miei limiti, lontano da tutto, guardo in faccia i miei sogni e provo a crescere sconfiggendo le mie paure.

La mia terra dovrebbe accogliermi, cullarmi, coccolarmi, sono un suo “prodotto”. Si è dimenticata di me ma io non la dimentico. Tornerò da quella “stronza”, mi ha tolto tanto ma non mi toglierà mai il diritto di sognare.

Tornerò, devo fare qualcosa per lei, devo aiutarla, si deve risollevare! Staremo bene insieme, io, lei e gli amori della mia vita!

Il cancro NON è un dono

Il cancro è un dono“, così Nadia Toffa, giornalista de “Le Iene”, durante la presentazione del suo libro “Fiorire d’inverno”. Nel 2017 le viene diagnosticato un tumore, segue le cure debilitanti del caso ma continua ad essere presente sui social e in televisione.

Parliamoci chiaro: alla voce cancro, nel dizionario dei contrari, segue la parola dono.
Il cancro è una malattia, può piombarti addosso come una sciagura, non guarda in faccia nessuno, non ascolta le tue storie personali. Sono stato volontario per dieci anni in un reparto di oncologia pediatrica, ho vissuto indirettamente alcune vicende di amici, ne ho viste tante, ma non le ho vissute direttamente sulla mia pelle, mai e poi mai mi permetterai di dare giudizi o di emettere sentenze.

“Il cancro è un dono”, un’espressione infelice e forse neanche volontaria. “Il cancro è una possibilità”, sì, anche questa affermazione è forte ma forse più veritiera. Per Nadia Toffa “il mostro” può essere stato un dono, io la vedo Più come possibilità, d’altronde quando sei con le spalle al muro non puoi che mettere ordine alla tua vita, già solo perché non sai quanto tempo avrai. Possibilità di essere finalmente te stesso perché non hai altra scelta, possibilità di dire “un ti voglio bene” dato troppo per scontato, di piangere, di apprezzare le piccole cose della vita come “doni meravigliosi“.

Continuiamo a parlarci chiaro: spesso il cancro non è neanche una possibilità. Uccide velocemente, spazza via tutto, non ti dà nemmeno il tempo di fare ordine. Sì, se lo affronti con spirito da guerriero puoi avere una freccia in più nel tuo arco della speranza ma non è detto che basti. Affrontarlo con fede e positività è meglio ma non tutti sono in grado, debilitati, incazzati, caduti in un vortice senza possibilità di appello.

Va benissimo il sorriso di Nadia, ben venga la grinta, ma non tutti siamo uguali. A proposito, la giornalista afferma anche “che tutti possono sconfiggere il cancro” e che “tutti i tumori sono uguali“. Inutile sviscerare dati scientifici fin troppo ovvi sulla profondità del tumore, sulla sua estensione e via dicendo, la risposta è semplice e sta nei piccoli grandi drammi di tutti i giorni. Bambini appena nati e già intubati, forze della natura prese a cazzotti dalla violenza del male, famiglie lacerate, amori spezzati.

Viva il sorriso, la forza di volontà, lo spirito da guerrieri, la positività, l’attaccamento alla vita e il trionfo della spontaneità ma RISPETTO ASSOLUTO anche per il lato brutto della malattia, che c’è e non è di certo più tenue. Eh sì, perché ci sono persone che hanno vissuto il dolore di una perdita, che devono elaborare, che probabilmente non lo faranno mai del tutto, che hanno difficoltà ad accettare e a lasciarsi andare.

Difficoltà a vivere, dopo aver ricevuto “il dono più brutto della loro vita“, difficoltà a raccontare la loro storia. Restano dei piccoli grandi eroi quotidiani pur non avendo pubblicato il loro libro.

Se proprio vogliamo mantenere la parola “dono”, facciamolo. Dono è un genitore che continua a crederci nonostante tutto, dono è un insegnamento da un bambino senza capelli ancora capace di ridere e di giocare, dono è una guarigione improvvisa, dono è la forza di chi ne è uscito e aiuta gli altri a non caderci, dono sono i ricercatori che cercano in tutti i modi di combattere quella brutta malattia chiamata cancro.

Quanti sorrisi vuoi ancora perdere nella tua vita?

Sorridi spesso, qualunque cosa ti accada. Sorridi per te stesso, per dare risalto alla tua anima, per scaldare il tuo corpo.

Sorridi tanto, se proprio non riesci a farlo per te fallo per il tuo vicino, per le persone che incrocerai, per la tua famiglia, per i tuoi amici.

Sorridi sempre, hai i muscoli del viso che si ribellano, ti sei svegliato con il piede storto, ma fallo per la società, per la tua terra, per un mondo migliore.

Sorridi ora, non rimandare, non costa niente. Vuoi perdere la possibilità di sfruttare una delle poche cose gratuite rimaste?

Sorridi anche in questo momento, nella fase più buia della tua vita, a poco a poco. Da cosa vuoi cominciare, se non da un piccolo sorriso, per rivedere la luce?

Sorridi per favore, anche in questo momento di tensione, anche con una salute precaria, lo so è difficile, sembra insensato ma non sai quanto bene può farti!

Sorridi, fallo anche senza motivo, creerai un effetto domino di bocche che si schiudono.
E se incontri tanti bronci sorridi ancor di più, accetta la sfida!

Sorridi al tuo amore, alla vita, ad un cielo azzurro, ad un tramonto come ad un mare in tempesta, davanti ad un tappetto rosso come ad una buccia di banana.

Fallo ora, quanti sorrisi vuoi ancora perdere nella tua vita?

Aiutiamo i “grandi” a tornare bambini!

Sono grandi, si sentono adulti, spezzano cuori, complicano la realtà, fanno le cose senza passione. Gli adulti credono di essere i padroni del mondo, ma come sono visti da un cane ed un bambino?

C. “Sì, sono complessi, ma sono necessari nella nostra vita. Ci danno da mangiare, ci fanno battere il cuore, sono la nostra ragione di vita”

B. “Sì, hai ragione, non è facile capire il loro mondo. Neanche io potrei fare a meno di loro, grazie al loro atto di generosità sono qui a contemplare questo mare, a giocare in questo prato con te”

C.“Pensa però come sarebbe bello se i grandi prendessero qualcosa da noi animali e qualcos’altro da voi bambini. La spontaneità ad esempio, la sincerità, la voglia di divertirsi, l’esigenza di essere se stessi, sempre e comunque”

B.“Sono orgogliosi. Da piccoli volevano diventare grandi, ora sono sicuro che tornerebbero piccoli per qualunque cifra, ma sono prigionieri del loro mondo, della società, del castello che si sono costruiti. Non sono più solo adulti, sono adulti mascherati“.

C.“E se creassimo un mondo tutto nostro? Cani, animali in genere, bambini. Un mondo dove amarsi senza filtri. Noi ancora sappiamo apprezzare un tramonto, sappiamo essere felici semplicemente perché viviamo”

B. “Sì, sono brontoloni, hanno dieci ma vorrebbero avere mille. A me basta una palla, un amico e la mia mente per sognare. Ora sono felice, lo sarò anche domani e fra dieci giorni”

C. “Pensa che ci sono adulti che fanno del male sia a te che a me. Vogliono spaventarci, vogliono cancellare i nostri sogni, ci costringono a fare le cose che loro vogliono fare, sono invidiosi della nostra purezza”

B. “Ma ci sono tanti altri che ci vogliono bene, che ci coccolano, che ci regalano un sorriso. Io vivo soprattutto per queste persone”.

C.Non possiamo far meno di loro, andiamo, ci aspettano!”

B. “Ok, andiamo, proviamo a farli tornare bambini per un po’”

Dialogo tra un cane e un bambino.

“Vi ho salvati dall’inferno, voi mi avete avvelenato”

Vi do affetto incondizionato, non mi interessa se siete contenti, nervosi o tristi, io sono lì a scondinzolare, a farvi festa. Voi date tutto per scontato, mi umiliate, a volte mi maltrattate.

Sono compagno delle vostre passeggiate, vi porto io all’aria aperta per i miei bisogni,  così uscite da quelle quattro mura, allentate lo stress del vostro lavoro. Voi avete sempre il solito musone, cominciate ad avvertirmi come un peso.

Sono fedele, non vi tradirei per nulla al mondo, né davanti ad una ciotola piena di cibo né di fronte ad una cuccia tutta nuova. Voi mi legate ad un palo e mi abbandonate, buttando al vento anni di emozioni e sentimenti.

Nelle situazioni di emergenza non mi tiro mai indietro, non ho paura, siete la cosa più importante per me. Vi ho salvati, estratti dalle macerie, salvati da un incendio. Voi mi avete avvelenato, avevo ancora tanto amore da dare e potevo fare ancora tanto per voi. Sono cane, non vi preoccupate, continuerò ad amarvi lo stesso.

Dedicato a Kaos, il pastore tedesco eroe di Amatrice, avvelenato a soli 3 anni.
Vai, fuggi in un posto migliore, riprendi tutto l’amore che “le bestie umane” ti hanno tolto.

 

“Si comporta in modo strano, ma mi fido di lui”

“Mamma e papà lavorano tutto il giorno, mi lasciano all’oratorio ed io mi diverto. C’è una bella chiesa in mezzo al verde, tante compagnette, un pallone per giocare a pallavolo. Don Marco ci lascia libere, facciamo la preghiera del mattino, parliamo di Dio e di religione e poi ci divertiamo. Quando fa troppo caldo stiamo dentro, quando il sole ci regala un po’ di tregua ci scateniamo.

Mi sento speciale, soprattutto in questo periodo, sembro essere la preferita di Don Marco. A volte mi porta in una stanza, da sola, succedono cose che non mi riesco a spiegare. Dice di sentire tanto caldo, si scosta la tunica, mi tocca.
Forse dovrei parlarne con mamma e papà perché io non so spiegarmi bene cosa succede, ma lui mi dice che è un nostro segreto che rende tutto ancora più speciale.

Ed è vero, rispetto a Martina io ho molti più regali, dolcetti, giochi, me li dà di nascosto perché anche quello è il nostro segreto. Mi porta a fare dei giri in macchina, andiamo a mare, dice che devo vedere quanto è bello. Non so perché, ad un certo punto si comporta in modo strano ma io mi fido di lui, i miei genitori e tutto il Paese parlano benissimo di Don Marco. Ama i bambini ma solo con me vuole fare certe cose, mi sento speciale, mi fido di lui.

Adesso Don Marco non c’è più, lo ha portato via la Polizia mentre facevamo uno dei nostri giri in macchina, non so cosa sia successo, so solo che adesso mamma e papà non mi fanno più andare in oratorio. Mamma piange tutto il giorno, papà urla, dice che gli “vorrebbe spaccare la testa”.
Lo dicevo che quelle cose erano strane ma mi fidavo di lui.

Ah, io sono Giada. Ho visto di sfuggita la televisione, dicono che Don Marco abusava di me. Non so cosa significa ma non deve essere proprio una cosa bella. Mi accontentavo di essere una bambina come le altre, non volevo essere così speciale.

Ma Dio lo sa tutto questo?”

P.S. La pedofilia è un problema serissimo che richiede un approccio più drastico. Non uccidete i sogni dei bambini!

Papà, perché c’è un bambino in mare?

Bambini in mare, corpi senza vita, nessuna simulazione, nessun bambolotto lanciato in acqua, nessun ciak da cinema, solita e squallida realtà.
I figli dei popoli che dovrebbero accogliere si fanno delle domande, per loro è tutto così strano, per noi lo è sempre meno e questa è la peggior sconfitta per il genere umano.

B. “Papà, ho visto una foto su internet, c’erano due persone che avevano in braccio un bambino, cosa gli è successo, non sembra neanche vero, dimmi che è un film papà, forse è Cicciobello, è così fermo!”.

P. “Tesoro, è un bambino vero, è caduto da una barca mentre cercava di raggiungere la terra, quella dove stiamo noi. Non c’è riuscito”.

B.“E come è possibile papà? Io ho preso tante volte le barche con te, non sono pericolose, anzi sono divertenti!”

P. “Non era una barca sicura, era vecchia e piena piena di persone. Il mare era brutto ed è finito in acqua”.

B.“Ma le persone della barca avranno chiesto aiuto, avranno urlato, non li ha visti nessuno?”.

P. “Non c’era nessuno nei dintorni figliolo, purtroppo”.

B. “Papà, non è possibile, quando usciamo noi in barca ci sono sempre tante altre navi, impossibile non li abbia visti e sentiti. Chissà quanto ha pianto quel povero bambino…”.

P. “Forse li hanno visti, ma non tutte le persone sono buone”.

B. “Papà, non ci posso credere. Hanno visto tutte quelle persone in difficoltà e non hanno fatto niente? Ci sono tante navi grosse che potevano salvarli”.

P. “Lo so, hai ragione, ma litigano per chi li deve salvare e nel frattempo a queste persone possono succedere brutte cose”.

B. “Papà, ti prego, dimmi che è uno scherzo, mi vuoi dire che ci sono persone che vedono bambini in acqua che piangono e che non intervengono? Ma sono dei mostri, non delle persone!”.

P. “Succede proprio così, figlio mio!”

B. “Ma papà. Perché non andiamo a salvarli noi. Abbiamo una barca, facciamo un po’ di viaggi e salviamo quei bambini. Magari sono simpatici e possono diventare miei amici”.

P. “Non possiamo farlo noi figlio mio, lo devono fare le persone giuste, quelle che hanno il compito di farlo”.

B. “Ma papà, perché vengono tutti qua da noi? Perché stanno giorni in mare e non stanno a casa loro?”.

P. “Hanno fame, a volte c’è la guerra nel loro Paese, altre volte vogliono semplicemente un futuro migliore”.

B. “Ma è semplice papà, perché le persone giuste che devono salvarli non gli danno un pezzo di pane e un poco di acqua? Per esempio noi a tavola mangiamo troppa roba e spesso buttiamo tutto nel cestino. Papà ti prego, mangiamo di meno e salviamo quei bambini”.

P. “Vorrei poter fare qualcosa figlio mio, ma non tocca a me”.

B. “Papà, ho visto un bambino morto in spiaggia, un bambino come me, perché io sono così fortunato e lui no?”.

P. “Dipende da dove nasci, dipende dal destino, dipende da Dio”.

B. “Ma se muore in mare, mentre nessuno lo salva, non dipende da noi? Papà, perché è così cattivo l’essere umano? E se avessi bisogno anche io di essere salvato un giorno, mi lasceranno morire?”