L’ospedale del sorriso

Metti un luogo triste, l’ospedale. Aggiungi l’espressione massima della felicità, un bel sorriso spontaneo. Prova ad unirli e vedi cosa ne esce fuori.
Anche la sofferenza può essere anestetizzata da una risata, persino la malattia può essere esorcizzata col buonumore. Nessuno vuole sminuire niente, nessuno vuole trascurare lo sgomento davanti ad un bambino malato di cancro. Ma la sofferenza non può averla vinta su tutto: sulla spensieratezza di un piccolo ribelle, sulla splendida ingenuità di una ragazza adolescente, sulla inguaribile voglia di sognare di un ragazzo alle prime armi della vita.

L’ospedalizzazione del bambino è un tema importante. I piccoli eroi passano intere giornate, mesi, a volte anni, nei reparti. Entrano carichi, poi sono spaesati, per certi periodi si spengono, si aggrappano con le unghie e con i denti alla loro voglia di giocare, rivendicano il loro diritto di essere bambini. Spensierati, maledettamente affascinanti, con un sorriso che non accenna a spegnersi. La malattia è lì ma un tizio sorridente, col camice e il naso da clown li accende all’improvviso. L’indomani potrebbero non svegliarsi o ricevere la notizia più bella della loro vita ma il gioco non può aspettare, il sorriso reclama il suo spazio.

Insegnano storie ai più grandi, lezioni di vita racchiuse nella semplicità, spunti grandiosi per diventare uomini migliori. Ti ci affezioni, loro si affezionano a te ma devi mantenere una piccola distanza, per te, per loro, per il bene di tutti.
Il sorriso tiene accesa la speranza, la speranza tiene alta la guardia sulla malattia. Certe cose le puoi decidere tu, altre dipendono dal destino, ma lo spirito può fare tutta la differenza di questo mondo.

Tutti meritiamo un sorriso, anche in ospedale, anche quando tutto non ha un senso, per questo ho deciso di scrivere “Cellule Impazzite”. Una storia che fa bene al cuore, che risveglia la nostra sensibilità, di cui ci vergognamo troppo spesso.

Ve lo dice un volontario che va in reparto da dieci anni, ve lo dice chi è sempre più grato di poter stare accanto a dei piccoli guerrieri sorridenti.

Annunci

Devo vivere per te

Devo vivere per te che intubato, paonazzo e senza respiro, non hai smesso un attimo di dispensarmi i tuoi sorrisi.
Devo vivere per te, che con una gamba acciaccata e col serbatoio di energie svuotato da una malattia illogica, non hai smesso un attimo di giocare
Devo vivere per te, una flebo al braccio migliore amica della tua giornata, nonostante la spensieratezza dei tui grandi occhioni azzurri.

Devo vivere per te, per i tuoi capelli che si sono nascosti in attesa di tornare più belli di prima.
Devo vivere per te, magro e pallido a rivendicare il tuo diritto a soffrire in santa pace.
Devo vivere per te, grande e grosso all’entrata, piccolo e fragile all’uscita.

Devo vivere per te, pazzo per la società, tremendamente affascinante nella tua creatività.
Devo vivere per te, gli occhi fermi e bui, la vista del cuore che apre nuovi orizzonti.
Devo vivere per te, che anche se down in inglese significa giù, mi hai fatto andare su, come in un ascensore supersonico

Devo vivere per te, ora ancor di più, sei andato in un mondo migliore ma non ti hanno chiesto il consenso.
Devo vivere per te, perché anche un ospedale può diventare il posto migliore del mondo.

Devo vivere per me perché tu lo hai fatto, fino alla fine.

Il volontariato allunga la vita

Volontariato, una parola che si usa e di cui si abusa. Dovrebbe essere un’azione silenziosa, quasi naturale, figlia dello scopo originario di ogni essere umano di aiutare gli altri ma spesso è sbandierata, serve come veicolo per accumulare potere, come vetrina per farsi belli agli occhi degli altri.
Credo però che il volontariato non debba essere tenuto per sé, credo che le belle azioni debbano essere diffuse, in modo da essere esempio per altri, in modo da avvicinare quante più persone possibili all’altruismo e alla fratellanza. L’importante è l’intenzione con cui ci approcciamo a esso e, anche se qualcuno dovesse fare un’opera di bene per un proprio tornaconto in termine di immagine, sapete che vi dico, basta che la faccia!

Il volontariato allunga la vita, perché l’uomo non è nato per essere egoista e se lo è prima o poi ne paga caro il prezzo.
Il volontariato allunga la vita delle persone cui prestiamo il nostro soccorso, il nostro tempo, il nostro affetto, impareggiabili, molto più preziosi di qualsiasi offerta di denaro.
Il volontariato allunga la vita perché se fai del bene prima o poi ritorna, sotto svariate forme e, anche se non ritorna, comunque si è fatto qualcosa per migliorare questa società.
Il volontariato allunga la vita perché chi lo fa incide sulla struttura di una società, di una Nazione, del mondo intero, anche in una parte infinitesimale.
Il volontariato allunga la vita perché una vita in cui veniamo ricordati per qualcosa che facciamo nella società e per la società, ci deve sembrare per forza più lunga.

Fate volontariato con i bambini malati e vedrete che ogni gioco non avrà neanche un quarto del valore della compagnia che gli state facendo.
Girate la sera per la città, avvicinatevi ad un senzatetto e dopo avergli dato coperta, cibo e bevande, mettetevi a parlare con lui, vedrete che di quel giorno si ricorderà solo l’amabile chiacchierata con voi.

Il volontariato allunga la vita, la vostra e quella delle persone a cui “prestate” il vostro tempo e il vostro cuore.

Il Natale dell’anima

Siamo arrivati, puntuali. Natale con tutte le sue luci e i suoi regali, le musiche, le strade affollate. Tutto bello, tutto molto bello ma oggi decido di parlare di un altro Natale, quello che si vive dentro ognuno di noi, prendiamola come occasione per fare qualcosa che abbiamo rimandato, per fare bene e farsi del bene.
A Natale non siamo tutti più buoni, a Natale c’è chi percepisce una solitudine acutissima, più che ogni altro periodo dell’anno. C’è chi rifiuta di festeggiare, chi non può godere della visita dei propri parenti nemmeno nel giorno “più caldo” dell’anno, c’è chi non può permettersi una tavola imbandita mentre magari, nella casa accanto, nello stesso momento, si buttano tegli e teglie di cibo.
La povertà e la solitudine non spariscono all’improvviso, il 24 e il 25, si fanno forti, pungenti. Un solo antidoto, visto che politica e aridità del mondo non riescono a ridare speranza: la ricchezza dell’anima.

Due chiacchiere con il solito barbone, accucciato nella solita coperta in quel gradino lercio e freddo, possono avere un effetto “clamoroso”, sia su di lui sia su di voi. Valgono più di cento coperte, di quattro teglie di lasagne, di acqua e vino che, comunque, fanno sempre piacere. Calore umano, questo sconosciuto, non costa nulla in termini economici, costa tanto internamente, crea sconquasso, terrorizza. Stiamo riprendendo contatto con la nostra parte più vera, ci mostriamo deboli, fragili, non possiamo permettercelo!
Quanto siamo cretini noi uomini! Facciamo di tutto per procurarci dolore, un genitore anziano aspetta la nostra visita un anno intero e accampiamo una scusa, anche a Natale. Gli amici sono più fighi, tanto l’anno successivo avremo tempo per recuperare.

Non facciamo i conti col destino, con Dio, con la vita, con il tempo che passa. Non cogliamo l’attimo. Col barbone ci parlerò domani, tanto è sempre lì, a mia mamma dirò ti voglio bene lunedì, tanto la vedo ogni giorno, andrò da mio nipote in ospedale la prossima settimana, tanto ha così tante persone che lo vanno a trovare!
Non capiamo quali benefici porterebbe anicipare i tempi, vampate di calore purissimo, contatto con la nostra parte più umana, tacche di speranza regalate ai nostri interlocutori e un mondo migliore. Facciamolo tutti e, a scacchiera, condizioneremo i nostri vicini, i parenti, i popoli, le genti di tutto il mondo.

Natale è il momento migliore, per sentirsi meno soli, per smetterla di farci tutti del male.
Che sia un Natale dell’anima e calore porterà calore.

Auguri a tutti!!

Essere clown ad Aleppo

Un po’ di rosso sul naso e sulla bocca, parrucca arancione, cappello giallo, occhiali da intellettuale. Un rituale per Anas Al-Basha, il clown di Aleppo, capace di strappare un sorriso a centinaia di bambini. Sì, sembra una scena come tante, uno dei volontari che si prodigano, giorno dopo giorno, per aiutare il prossimo ma il luogo è davvero suggestivo, purtroppo, in negativo. Siamo in Siria, dove ogni giorno muoiono civili, dove la vita umana ha un valore nello stesso tempo enorme e piccolissimo, a seconda del punto di vista dettato dalle logiche perverse della guerra.

Anas amava la vita, 24 anni, operatore nello ‘Spazio per la Speranza‘, un’organizzazione che assiste i più deboli in un territorio martoriato ormai da troppo tempo. Una bomba ha oscurato per sempre quella faccia simpatica, ha spento quel sorriso, ha privato i bambini di momenti di spensieratezza con il loro nuovo amico. Coraggioso e generoso perché poteva allontanarsi da tutta quella sofferenza. I suoi genitori, infatti, si erano trasferiti in campagna, lontano dai pericoli. Aveva una missione nella vita, l’aveva scoperta presto, doveva distrarre i bambini dagli orrori della guerra, si esibiva nei suoi spettacoli di prestigio sapendo che tutto poteva finire, da un momento all’altro.

Chissà quante volte Anas avrà sentito le bombe esplodere, probabilmente vicine. Cosa avrà detto a quelle splendide creature con cui stava giocando? Avrà inventato qualcosa, come nella più bella delle favole o avrà detto loro la verità? I bambini siriani, d’altronde, non sono come gli altri, costretti a crescere, subito, a confrontarsi con amici storpi, spariti nel nulla, saltati in aria. Il clown Anas non voleva rassegnarsi, credeva fosse necessario vivere la quotidianità, una giornata normale, dove ridere e divertirsi. I piccoli siriani dovevano esprimere il loro diritto al gioco e quindi si arrangiava con le poche cose a disposizione che bastavano, sempre. La semplicità del bambino contrapposta alla complessità dell’adulto, la pace e la guerra, una battaglia continua, la stessa che si è portata via Anas Al-Basha, il vero eroe dei tempi moderni, perché fare il clown ad Aleppo vale doppio.

(Foto Ansa)

Non ho tempo…per avere tempo

Io non ho tempo per giocare con i miei figli…ma ce l’ho per fissare l’ennesimo appuntamento di lavoro di questa giornata

Io non ho tempo da dedicare a me stesso… ma ne ho in abbondanza per chi vuole saccheggiare il mio modo di essere.

Io non ho tempo per ascoltarti, amico mio… ma la sera ne ho a volontà per la tv e i suoi programmi trash.

Io non ho tempo per aiutarti in questo momento di difficoltà…ma due-tre ore sui social non me le toglie nessuno.

Io non ho tempo da dedicare a chi mi tende la mano chiedendo l’elemosina… ma mi piace fermarmi mezz’ora in tabaccheria per le estrazioni del lotto.

Io non ho tempo per fare volontariato… ma la birretta dalle 23 con gli amici non me la toglie nessuno, cascasse il mondo!

Io non ho tempo per farmi quel controllo medico… ma quando esce l’ultimo modello della mia moto non farò passare un secondo, sarà mia!

Io non ho tempo per ascoltare mio figlio e la sua giornata di scuola…ma nei miei lunghi viaggi trovo sempre qualche minuto per comprargli l’ultimo gioco uscito.

Io non ho tempo da dedicare al mio fisico…ma quell’ora la investo per sgranocchiare popcorn e patatine davanti all’ultimo gioco della playstation

Io non ho tempo per avere tempo! Intanto mi trovo su un divano, solo, stanco e malato. Facebook a farmi compagnia, il lavoro è così noioso! I miei figli nel frattempo sono cresciuti ma io… non avevo tempo!

5 modi per lasciarsi andare alla sensibilità

 Sensibilità, una parola difficile da definire, una predisposizione naturale, un dono, ma anche una facoltà da poter acquisire e affinare nel tempo.
In filosofia viene definita come l’intensità con cui il soggetto riesce a intuire col pensiero qualcosa esterno a lui, in psicologia come la disposizione di condividere un’emozione provata da soggetti altri da sé.

Costretta, limitata, messa a tacere, criticata da molti e adombrata da un mondo che predilige l’arrivismo tipico dei Caterpillar. Essa, tuttavia, porta grandi soddisfazioni a chi la pratica, sensazioni profonde che si ripercuotono nell’essere e non nell’apparire.
Ma come abbandonare maschere e limiti per lasciarsi andare alla sensibilità?
Ecco cinque possibili metodi.

  1. Pensare all’unicità della vita
    Per quanto possiamo fare gli eroi, raggiungere traguardi materiali, affermarci nel mondo del lavoro, disponiamo di una sola esistenza e dobbiamo giocarci al meglio le nostre carte. In una determinata fase della nostra vita i rimorsi e i rimpianti riguarderanno le frasi non dette e gli abbracci non dati. Di sicuro non ci condanneremo in punto di morte per non aver acquistato quel letto ad una piazza e mezzo…Resized-ZJPVJ
  2. Ascoltare il cuore per capire il proprio scopo di vita
    Passiamo gran parte dei nostri giorni a chiederci quale sia lo scopo della nostra  esistenza ma sbagliamo l’interlocutore a cui poniamo la nostra domanda. Bisogna       connettersi col proprio cuore e con la propria pancia e, in quest’ottica, una spiccata sensibilità aiuta ad entrare in un contatto profondo con il proprio io.Resized-2NK5N
  3. Pensare di poter essere utili per gli altri e per la società
    Tutti sono utili nessuno è indispensabile, è vero, il mondo andrà avanti anche senza la nostra buona azione quotidiano ma visti i risultati della nostra umanità, provare a metterci del nostro non è poi così sbagliato. Il volontariato, il dare senza pensare a ricevere, i gesti a fondo perduto contribuiscono a renderlo migliore. Tante piccole porzioni infinitesimali fanno il totale non trascurando poi i benefici per la propria autostima e la considerazione di sé.Resized-PY8DY
  4. Guardare esempi di persone sensibili e le loro opere
    Ci sono persone che con la loro sensibilità hanno spostato montagne. Senza dover andare per forza a scomodare icone religiose come Madre Teresa di Calcutta o paladini dei diritti umani come Martin Luther King, nella vita di tutti i giorni abbiamo soggetti a cui ispirarci e da cui imparare per rendere la vita davvero piena e significativa.madre_teresa_b
  5. Non vergognarsi della propria spontaneità
    Quanti gesti non compiuti, quanti abbracci non dati, parole strozzate in gola, baci dispersi nel vuoto. La vita di tutti noi è costellata di blocchi dovuti alla vergogna e alle convenzioni sociali. Fate ciò che siete, ridicoli non siete voi che ti dite “Un ti voglio bene” a 30-40-50 anni, ma chi a quell’età non è più in grado di pronunciarlo.
    La diversità è ricchezza, non una cosa da cui fuggire o peggio da nascondere.Resized-FV4LK

 

 

 

La verità è una scelta

gujhg

Travagliato, lungo, complesso, discontinuo, questo il cammino che finalmente mi ha condotto alla scrittura di questo primo post nel MIO blog. La sensibilità non è un reato perché? Come mai un titolo così stravagante e, per molti, campato in aria? La risposta può essere anticipata solo parzialmente, perché la vera risposta spero di fornirvela progressivamente, affrontando di volta in volta, tematiche in cui uscirà la vera protagonista di questo diario: la sensibilità.
Il tutto senza filtri perchè è vero che essere sensibili può rappresentare un problema in questa società dell’arrivismo ma ritengo, nonostante batoste e intoppi vari, che sia una caratteristica bellissima, l’unico modo per essere veri e per sentirsi vivi, una miniera di emozioni nella lunga altalena tra gioie e dolori.
Questo vuole essere un esperimento, senza presunzione, per veicolare messaggi positivi che, di questi tempi, fanno sempre bene. Ci saranno molti riferimenti al volontariato, agli ambienti dove la sensibilità è di casa, alle vere ragioni per cui vale la pena vivere.

Che sia chiaro: la sensibilità non è un reato ma non è neanche facile da sostenere, quante volte infatti ci siamo trovati in situazioni in cui abbiamo sofferto il doppio, magari per qualcosa che non ci ha nemmeno toccato in prima persona, quante altre ci siamo fermati a rimuginare sul problema di quell’amico o di quel parente? Ecco, di sicuro non è la strada per vivere un’esistenza “easy” ma certamente è il modo più efficace per sentirsi vivi e partecipi in questo mondo. Vi è capitato mai di pensare: “Che ci sto a fare in questo mondo” o di avere la sensazione di dover per forza lasciare anche una piccola impronta in questa vita? Io credo che non ci voglia per forza il piede di Messi o la penna di Stephen King per lasciare una traccia di quello che noi siamo, credo che la vera sfida sia quella di essere se stessi, senza maschere pirandelliane, senza alcun condizionamento, anche quando questo ci porta impopolarità e sofferenza.

Avete presente la splendida innocenza di un bambino? Se dovessi rendere persona la sensibilità penserei proprio al volto dei piccoli, al loro essere sempre coerenti con la loro personalità, non inquinati da tutto ciò che, volente o nolente, li coinvolgerà successivamente. Ci sono bambini che vivono un’infanzia terribile, altri si spengono dopo qualche giorno, altri fanno una brutta fine. Al di là delle implicazioni psicologiche, di cui so poco o niente, ho sempre pensato che le atrocità più grosse, commese nei loro confronti, siano dovute ad uno dei sentimenti più meschini della nostra umanità: l’invidia.
Invidia per la purezza, per il riuscire ad essere se stessi in ogni momento, per la spontaneità, per il riflesso di vita che sprigionano in ogni loro movimento.
Non a caso cerco di stare spesso a contatto con i bambini, non può che far bene a tutti noi “grandi” sempre più desensibilizzati verso ogni cosa. Proprio qua sta il paradosso: ci chiamiamo grandi ma la vera grandezza sta nel saper vivere coerentemente con la propria essenza e, alzi la mano chi ci riesce con continuità (io non la alzo, ahimè).

Mi sono promesso di scrivere poco (mi hanno sempre rimproverato per il contrario), la volontà è quella di recuperare il mio essere, di mostrare la mia persona finalmente per come voglio che sia io e non per come vogliono che sia gli altri, se poi questo scavare nella società e mettere in luce dinamiche belle e soprattutto vere può essere utile anche agli altri sarà tutto di guadagnato. D’altronde solo trasferendo tramite la scrittura ciò che sei puoi pensare veramente di trasmettere qualcosa agli altri.

La sensibilità non è per i veri uomini, vanno avanti i più furbi, piangere è da bambini, dobbiamo essere caterpillar verso il successo e robe varie rimangono fuori dalla porta, d’altronde non mi sembra che la società dell’arrivismo stia poi procedendo a gonfie vele, no?